10° Convegno L’Implicito Corporeo

L’IMPLICITO CORPOREO

La psicologia ha scoperto che non abbiamo un corpo come una macchina, ma siamo un  Corpo, dove la qualità delle nostre emozioni e relazioni passano attraverso di esso. Per tale motivo dobbiamo dialogare con il nostro corpo, non dobbiamo trattarlo male, perché tutto il nostro essere cresce quando abbiamo rispetto del nostro corpo. Siamo esseri di relazione, il 90% della nostra comunicazione è linguaggio corporeo.

Il nervo vago è alla base del nostro ingaggio sociale, è fondamentale, da esso dipende tutta la nostra vita. Il nervo vago legge l’implicito corporeo, il non verbale: la voce, lo sguardo, i movimenti del corpo e le traduce in neuro percezioni siano esse in senso negativo (vedi marito e moglie che si guardano male…attivano neuro percezioni negative, spesso andiamo in conflitto perché vogliamo essere riconosciuti) oppure gesti di dolcezza e tenerezza sviluppano emozioni positive. Tutto è mediato dal corpo, ecco perché il linguaggio del corpo è linguaggio di tenerezza o conflittualità in base a ciò che il nervo vago recepisce.  

Strettamente parlando, si può riferire il termine “linguaggio”, in maniera appropriata e corretta, solo a quello verbale, ma in realtà si parla ormai di linguaggio per tutti i sistemi di segni, sia che ci si riferisca ad un linguaggio visivo, ad un linguaggio sonoro o ad un linguaggio del movimento, che fa riferimento ad una gestualità comunicativa, che consiste nel linguaggio dei gesti di fine utilitaristico (come il linguaggio dei sordomuti e altri sistemi di comunicazione non verbale affini). Per saper leggere il linguaggio del corpo, ci vuole umiltà, perché passa attraverso l’implicito corporeo.

Dobbiamo allora impadronirci del linguaggio della tenerezza, imparandone l’ A-B-C:

  1. Parlare con il nostro corpo, ascoltare il respiro, il ritmo del nostro cuore, la tensione muscolare, la postura, la tensione viscerale.
  2. Riconoscere cosa sta vivendo il nostro corpo, se sta male il corpo, sta male tutto il nostro essere, trattarlo bene..
  3. Spiritualità incarnata, se non ci impegniamo ad incarnare nel nostro caso la tenerezza, non vivremo mai la tenerezza, ci vuole una mente incarnata insieme ad una spiritualità incarnata, così come la SS. Trinità si è incarnata in Gesù vero uomo.

L’uomo, spirito _ anima _ corpo, è creato, elevato, redento, risorto, in attesa dell’eredità futura. Da quando Cristo si è fatto uomo, la corporeità, in maniera tutta sua, è coinvolta nella vita divina. Non è del tutto esatto dire che l’uomo ha un corpo; è più preciso dire: l’uomo è anche il suo corpo, perché il corpo non è un involucro, ma una parte essenziale.

Gregorio Nazianzeno era come abitato da questo mistero che l’univa a un corpo, e diceva: “Gli voglio bene come a un amico di prigionia. Lo rispetto come un coerede, tutti e due eredi di luce e di fuoco. Compagno di sofferenza che debbo alleviare, l’amo come un fratello, per rispetto verso Chi ci ha uniti”.

E ancora: “Vorrei riuscire a farti amare il corpo e provare la gioia di essere nel corpo. Proprio quel corpo che ti è affidato quale inseparabile compagno del tuo cammino, senza il quale non puoi essere ciò che sei.” A sua volta, Bernardo di Chiaravalle lo definisce “ nostra Eva”, compagna fedele destinata alla gloria, e dice: “A questa gloria la preparo con cura piena d’affetto. L’amo, e con lei amo Dio”. Il corpo, allora, nell’esperienza evangelica si manifesta quale soggetto e provvidenziale via della gioia salvifica. Nessun battezzato può avere in odio la propria carne.

Nella comunicazione, molto spesso l’abito fa il monaco, intendendo con abito il complesso delle manifestazioni esteriori che caratterizza la nostra maniera di esprimerci. Risulta infatti che circa il 70-80% dell’informazione che raggiunge la corteccia cerebrale, giunge dagli occhi, contro il 10-15% che proviene dall’udito. Siamo dunque prima “visti” che ascoltati.

IL CORPO NELLA LITURGIA

Nella liturgia possiamo vedere come il corpo abbia un ruolo molto rilevante nella preghiera: in piedi, – alzare le braccia, – in ginocchio, – seduti, – battere le mani, – imporre le mani, – danzare.

Inizio modulo

Fine modulo

Lo scopo di questa riflessione, è quello di riuscire a far prendere coscienza, ciò che significa lodare Dio con tutto il proprio corpo, che è la descrizione più arricchente per narrare nella nostra carne e nella storia l’amore per il Signore.

LA POSIZIONE ERETTA

La posizione eretta in piedi è assunta normalmente sia ambito liturgico che nella preghiera personale. È l’atteggiamento classico dell’orante: in piedi, ben diritto, le braccia aperte e le mani rivolte verso il cielo. La posizione eretta del corpo era ed è l’atteggiamento consueto del popolo di Dio. Durante il servizio religioso, ed in genere anche davanti ad una persona autorevole. Anche gli ebrei pregavano nel tempio e nelle sinagoghe, come durante la lettura della Thorah, eretti alzando le mani. Anche i cristiani memori dell’insegnamento di Cristo trasportarono lo stesso gesto simbolico ma imprimendovi un nuovo significato: il sentimento dell’uomo liberato dal peccato reso da Gesù, figlio del Padre celeste, può alzare fiduciosamente gli occhi e le braccia verso Dio. La posizione in piedi esprime in un certo qual modo la risurrezione: “Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra.” (Ap 5,6).
Quando nella celebrazione dei misteri si è in piedi, si vuol far memoria dell’evento pasquale di Gesù Cristo il figlio del Dio vivente.

LE BRACCIA ALZATE

Un altro gesto che viene messo in evidenza è quello di alzare le mani verso il cielo. Nella sacra scrittura abbiamo moltissimi esempi in cui si pregava con le braccia elevate, leggiamo nel libro di Neemia: “Esdra benedisse il Signore Dio grande e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore” (Ne 8,6). E ancora nei salmi leggiamo: “Come incenso salga a te la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera” (Sal 141,2). Nel libro dell’Esodo, il combattimento contro Amelek: “Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek” (Es 17,11). I santi padri amavano paragonare questo atteggiamento di Mosè, con quello di Gesù sulla croce. Tertulliano diceva: se metti un uomo con le braccia aperte, ottieni la figura della croce. L’uomo nel pregare, alza gli occhi ed eleva le mani verso il cielo, con la fiducia di rivolgersi non più ad un Dio lontano, ma ad un Padre. Lo stesso Gesù ha insegnato ai suoi discepoli a pregare, come ci testimoniano i Vangeli, sicuramente avrà insegnato loro anche ad alzare le braccia verso il cielo, invocando Dio Padre. Quando pregate dite così: Padre nostro che sei nei cieli…(Lc 11,1-5). Elevare le mani verso il cielo significa voler offrire il mondo, e voler offrire tutto il nostro essere al Signore che da la vita

IN GINOCCHIO

Altra posizione del corpo che viene spesso usata nella liturgia, posizione ritenuta alquanto importante, e quella di mettersi in ginocchio. Mettersi in ginocchio è fondamentale per esprimere: penitenza, riconoscimento del proprio peccato; adorazione, sottomissione e dipendenza; preghiera raccolta e intensa. Nella Sacra Scrittura questo atteggiamento si trova quando una persona o un gruppo vuole pregare o manifestare la propria supplica, adorare o esprimere il proprio pentimento: “Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore” (Sal 94,6). Dio lo esige in virtù del suo dominio supremo su tutta la creazione:“…davanti a me si piegherà ogni ginocchio” (Is 45,23), (Rm 14,11). Perciò inginocchiarsi significa adorazione di Dio di Gesù come Signore nella Sua onnicomprensiva maestà (cf. Fil 2,10). (la parola inginocchiarsi nel NT ricorre 59 volte).

SEDUTI

Un altro atteggiamento durante la preghiera che è molto frequente è quello di stare seduti. Il sedersi ha il vantaggio di favorire il relax e dà la possibilità di essere più attenti alla parola di Dio. Sedersi per ascoltare è un segno che esprime fiducia nei confronti dell’altro che parla. Questo atteggiamento è quindi, particolarmente consigliato per l’ascolto:
“Maria sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola” (Lc 10,39). “La moltitudine, sedutasi intorno a Lui lo ascoltava (Mc 3,32) Gesù stesso, da bambino: “seduto in mezzo ai dottori li ascoltava..” (Lc 2,46). Stare seduti è un’ottima posizione per la meditazione ed il raccoglimento. Inoltre, anche nello stare seduti si possono assumere varie posizioni, come avere le mani aperte sulle ginocchia, in segno d’accoglienza del Dono che il Padre vuole dare ai suoi figli in Cristo, Figlio prediletto (cfr Mt 3,17b) o altre posizioni ispirate dal proprio cuore.

IL BACIO SANTO (IL SALUTO DI PACE)

Un gesto molto importante nella liturgia è quello del bacio di pace fraterno. S. Paolo è il primo che parla di questo segno, fino allora estraneo al culto: segno di saluto, di spiritualità e di fraternità. Nel Nuovo Testamento quando si parla di bacio, troviamo sempre accanto ad esso l’aggettivo “santo”: “Salutatevi con il bacio santo” (1Cor 16,20; Cor 13,12)
“Salutatevi tutti i fratelli con il bacio santo” (1Ts 5,26) “Salutatevi l’un l’altro con il bacio di carità” (1Pt 5,14)

  1. Agostino lo chiama “sigillo dell’Eucaristia” . Ma qual è il significato del gesto di pace? Ne abbiamo molti: È la pace di Cristo: “vi lascio la pace vi do la mia pace”.
    E’ il saluto e il dono del Signore, che si comunica ai suoi nell’Eucaristia. Non una pace puramente psicologica o umana, ma un dono di Cristo. È un dono dello Spirito: “il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22), “Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17).

L’IMPOSIZIONE DELLE MANI

Un segno che spesso viene frainteso quando ne fanno uso i laici è quello dell’imposizione delle mani. Questo è il gesto che crea più difficoltà, appunto per il suo valore polivalente. Per la maggior parte dei cristiani, l’unico gesto compatibile con la preghiera è il segno della croce. Invece il gesto d’imporre le mani risale all’Antico Testamento dove viene menzionato fin dai primi libri. Si tratta di un gesto che significa, allo stesso tempo, benedizione e intercessione. Toccando la persona, si chiede al Signore di far scendere su di lei la sua grazia, la sua benedizione e, allo stesso tempo, si prega, s’intercede affinché il Signore agisca. Perché le braccia e le mani rappresentano un legame di forza e di potenza all’interno del Corpo: Quale mano potente Mosè aveva messa in opera agli occhi di Israele! Attraverso questo gesto, si vuole comunicare, in un certo senso, la forza del Signore.

Si tratta anche di un gesto istintivo di protezione, di sostegno, di tenerezza. Si stende il braccio per proteggere un bambino, un amico dal pericolo; si posa la mano sulla testa o sul braccio di un bambino, di un amico, per consolare, calmare e mostrare il proprio amore che non si è soli. Ecco perché Dio si serve di questo gesto, alle volte addirittura istintivo di imporre le mani, per manifestarsi, esprime la sua tenerezza, la sua protezione, la sua grazia e la sua volontà di guarirci. Esaminiamo ora alcuni esempi d’imposizione delle mani nel Antico e nel Nuovo Testamento, intendendo il gesto, prima di tutto, come segno di benedizione. Dalla Genesi: “Ma Israele stese la mano destra e la pose sul capo di Efraim, che pure era il più giovane, e la sua sinistra sul capo di Manasse ….E così benedisse Giuseppe…” (Gen 48,14-15) Per il popolo di Israele, i gesti di benedizione sono efficaci in se stessi. In questo caso, il gesto d’imposizione significa anche presentazione al Signore libro dei Numeri: “Farai avvicinare i leviti davanti al Signore e gli Israeliti porranno le mani sui leviti” (Nm 8,10).

Jahvè disse a Mosè: “Prendi Giosuè, figlio di Num, uomo in cui è lo Spirito, imporrai la mano su di lui ” (Nm 27,18-20). “Giosuè, figlio di Num, era pieno dello Spirito si saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui” (Dt 34,9). Ricordiamo ora alcuni gesti di Gesù e degli apostoli: “Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse ….E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra il loro li benediceva” (Mc10,13.16) La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva” (Mc 5,23) (Un lebbroso) “Mosso a compassione (Gesù), stese la mano, lo toccò e gli disse: lo voglio, guarisci! Subito la lebbra scomparve ed egli guarì” (Mc l, 41-42). “E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (Mc 16, 17-18). “Anania. “. “Eccomi, Signore. “. “Su va’ sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso…”. “Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse. “Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti e apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo” (At 9). “Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono” (Barnaba e Saulo inviati in missione): (At 13,3). “II padre di Publio dovette mettersi a letto colpito da febbri e da dissenteria. Paolo l’andò a visitare e dopo aver pregato gli impose le mani e lo guarì” (At 28, 8).

“Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per indicazioni di profeti, con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri” (1 Tm 4,14). Si può veramente dire che l’imposizione delle mani sia un gesto che si fonda sulla tradizione biblica. In altri passi biblici, imporre le mani su di una persona significava invocare e trasmettere su di lei il dono dello Spirito Santo, per una determinata missione, servizio… “Cercate degli uomini pieni di Spirito Santo e di saggezza per dare loro l’incarico” (At 6,3). “Dopo che fra la comunità ebbero cercato sette uomini, li presentarono agli Apostoli, i quali dopo aver pregato, imposero le mani” (At 6,6)

 Si usa in casi analoghi: quando si prega per le guarigioni, quando si da un ministero, e, soprattutto durante la preghiera di effusione. Oggi, nella Chiesa, è considerata un sacramentale, vale a dire, che i suoi effetti dipendono dalla volontà di Dio e dalle disposizioni interiori di coloro che la ricevono. Non dimentichiamo mai che è in nome di Gesù, e non in nome nostro, che imponiamo le mani, “in nome mio” dice Gesù (cfr. Mc 16,17). Come serva o servo del Signore, più diminuirò io più Lui crescerà in me. Prendere coscienza che da solo, io non sono niente, ma con il Signore, unito a Gesù, tutto è possibile. “Se tu credi, vedrai la gloria di Dio “. Convincendomi d’essere “servo” e strumento, capirò anche che, tutta la mia ricchezza viene da Cristo. E’ preferibile, ordinariamente, che l’imposizione delle mani sia fatta da una équipe di persone mature nella fede (almeno3), perché significa vivere nella Chiesa, vivere come membra del Corpo di Cristo come ci dice San Paolo (cfr. 1 Cor 12).

Vi è una diversità di doni, ma lo stesso è lo Spirito; diversità di ministeri; ma lo stesso è lo Spirito; diversi sono i modi di agire, ma un unico Dio che realizza tutto in tutti. Ciascuno riceve il dono di manifestare lo Spirito per il bene di tutti. Lo Spirito dona un messaggio di sapienza a uno e di scienza all’altro; ad un altro, lo stesso Spirito, dona fede, ad un altro ancora, l’unico e stesso Spirito, concede i doni di guarigione. E’ volontà di Dio che vi sia complementarità dei carismi affinché possiamo sentire il bisogno gli uni degli altri e ciascuno abbia il suo posto unico e, insieme, nel complesso, possiamo riunire la ricchezza immensa di Cristo. Quando si tratta di pregare su una persona sarà opportuno domandare i motivi per i quali è richiesta la preghiera dei fratelli, ma con discrezione e misura: se non è bene voler sapere troppo non è nemmeno bene tirare poi a indovinare. Prima di pregare su qualcuno, comunque, chiunque sia, a meno che non se ne abbia un buona conoscenza, sarà sempre utilissimo, ovviamente, domandare al Signore di coprirci con il suo Sangue prezioso, di proteggerci attraverso il suo Nome e di rivestirci della sua Armatura. E’ meglio che questa preghiera sia fatta interiormente avendo sempre a mente il brano di Efesini 6,10-17.

BATTERE LE MANI

Un altro segno che viene molto criticato dai sapienti di questo mondo è quello del battere le mani durante la liturgia eucaristica, la preghiera comunitaria…il battere le mani scaturisce da una gioia interiore. La gioia, la sua volontà, l’epifania di un incontro. Sappiamo bene che quando si va a vedere uno spettacolo, alla fine, spontaneamente, i presenti dimostrano il loro consenso battendo le mani. Vediamo quanta euforia nei giovani per un incontro con il loro “divo”, quante battute di mani per un cantante, un calciatore, che fa un goal, un compleanno ecc. insomma l’uomo d’oggi quando deve manifestare la propria gioia, il proprio compiacimento, applaude!

Nel battere le mani vogliamo esteriorizzare tutto l’amore, la gioia dell’incontro con il Signore.  Anche nella scrittura troviamo molti riferimenti a questo gesto. Nel libro dei salmi leggiamo:
“venite, applaudiamo al Signore” (Sal 94,1) In un altro salmo: “ Battete le mani popoli tutti (Sal 47,1) ecc… I pagani ci chiedono: “mostrate la vostra gioia e noi crederemo” (Isaia 66,5). Oggi il cristiano è chiamato ad una grande responsabilità, è chiamato ad essere “ testimone della gioia”. Come dice il Salmo 47,2: “ Popoli tutti battete le mani gridate a Dio con voci di gioia!”

LA DANZA

La Danza è il linguaggio del culto presso tutti i popoli antichi, è nata naturalmente dal bisogno di esprimere esteriormente alcuni sentimenti dell’anima; quando questi sentimenti raggiungono un alto grado d’intensità, il corpo entra in movimento come per mettersi all’unisono con vibrazioni dell’anima. La danza è stata sempre un mezzo fondamentale per manifestare la gioia d’essere popolo di Dio, e di lodarlo con tutto il corpo. Se tenerezza è tendere verso l’altro, la danza esprime il desiderio di muoversi per l’altro, sapersi muovere per l’altro, perché non si danza mai da soli, ma ci sono dei corpi che si muovono insieme al ritmo dello Spirito Santo. Quindi il nostro corpo è capace di trasmettere lo Spirito Santo, è liturgia che trasmette santità. 

Ricordiamo benissimo l’episodio del passaggio del Mar Rosso. Dopo che ebbero attraversato le acque, Miriam intonò il canto della vittoria: “Voglio cantare in onore del Signore, perché ha mirabilmente trionfato….” (Es 15,1ss). Subito dopo Maria e le altre donne danzarono in onore del Signore: “Allora Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano il timpano: dietro a lei uscirono le donne con timpani formando un coro di danze” (Es 15,20). Nella sacra Scrittura abbiamo molte testimonianze sulla danza nei riti liturgici. Canti accompagnati da danze. Subito ci viene in mente il grande “cantore di Dio”, il re Davide che in tal modo, rende lode al Signore: “Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore” (1Cr 15,29) “Voglio danzare davanti al Signore” (2 Sam 6,21).
Non solo Davide esprimeva con la danza la lode al Signore, ma tutto il popolo esultava di gioia davanti all’arca. Infatti quando Davide e tutto il popolo si recarono a prelevare l’arca a Baal, in Kiriat- Iearìm: “Davide e tutto Israele danzavano con tutte le forze davanti a Dio, cantando e suonando cetre, arpe, timpani, cembali e trombe” (1Cr 13,8).
Questo aspetto festoso di rapportarsi a Dio, si trova anche nei salmi. Si legge in molti salmi: “Lodino il suo nome con danza” (Sal 149,3) “Lodatelo con timpani e danze” (Sal 150,4); “ Danzando canteranno” (Sal 87,7).

La danza nel Nuovo Testamento è espressione di vita nuova, quando siamo passati dalla morte alla vita come Cristo che ha danzato per noi sulla Croce. Oppure la danza di Giovanni Battista nel grembo di Elisabetta: Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo.”(Lc 1,44). Anche Gesù nel vangelo di Matteo si rivolge agli increduli dicendo:” Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato”(Mt 11,17). Nella parabola del Padre Misericordioso si parla indirettamente di danza:”Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze”(Lc 15,25).

Nella Croce rappresentata in oriente Gesù danza; nella sponsalità di Cristo che sposa l’umanità come sigillo di alleanza nuove ed eterna fondata sul perdono. Anche i padri intuiscono tale legame, infatti sant’Ambrogio dice: “Non avverti il profeta che danza? “Danza perché già vede le nozze con lo Sposo”.

Carmela e Michele

Referenti Regionali Spiritualità della Tenerezza “Aquila e Priscilla” Sicilia

Gruppi di Spiritualità della Tenerezza