Abbracciami-Cap-10-Parte-1

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Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione…

Abbracciami

10° Cap. 1° Parte

Attendere la parola

Padre di misericordia e Dio di ogni consolazione, che non vuoi la morte, ma la conversione dei peccatori, soccorri il tuo popolo, perché torni a te e viva. Donaci di ascoltare la tua voce e di confessare i nostri peccati; fa’ che riconoscenti per il tuo perdono testimoniamo la tua verità e progrediamo in tutto e sempre nell’adesione al Cristo tuo Figlio, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

                                                                                                                                        (dal rito della penitenza n°50)

In ascolto della Parola

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Và e anche tu fà lo stesso».                                                                            (Luca 10,29-37)

Provocati dalla Parola

La parabola del buon samaritano è una delle più note dei vangeli. Compare solo nel Vangelo di Luca, il quale colloca questa parabola nella prima tappa del grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme. E’ il racconto di un maestro della legge che domanda a Gesù che cosa deve fare per ottenere la vita eterna. Gesù, invece di rispondere, racconta questa parabola. In una strada tortuosa e pericolosa, si trova un viandante. I briganti lo spogliano, lo percuotono, le derubano, e se ne vanno poi indisturbati, lasciandolo solo come lo avevano trovato; questa volta, però, lo restituiscono a se stesso mezzo morto.

Gerico era città sacerdotale, e proprio lì sono diretti il sacerdote e il levita, di ritorno dal loro servizio nel Tempio di Gerusalemme. Il sacerdote vede quell’uomo mezzo morto, solo sulla strada, e tuttavia tira dritto. Sarebbe troppo scomodo fermarsi. Dentro di sé forse ha pensato che era già pericoloso passare per quella strada, figuriamoci se poteva fermarsi per aiutare un altro! E se i briganti fossero ancora lì dietro e stanno tendendo anche a lui un’imboscata? Siamo qui nel deserto, anche se volessi, come potrei aiutarlo? E poi… e poi sono un sacerdote, mica un infermiere! E se poi quello “sciagurato” mi muore tra le braccia, come faccio? Sono un sacerdote, non posso venire a contatto con la morte, perderei la mia purità rituale. No. Non è per niente ragionevole fermarmi. Nel suo cuore alberga un ragionamento improntato sul proprio “IO” e cioè “ che cosa mi succede se mi fermo”. Pensa solo a se stesso, soprattutto alle conseguenze di questo intervento verso il malcapitato.

Dopo il sacerdote e il levita passa nientemeno che un samaritano, cioè un eretico, uno straniero odiato dagli ebrei e a sua volta nemico degli ebrei. Per questo Samaritano amare il prossimo significa veramente farsi carico, significa accettare di perdere tempo, rimetterci denaro, significa ospitare nel suo cuore la persona che ha incontrato bisognosa durante il cammino. Noi, ne siamo capaci? Sì, forse siamo capaci di dedicare un po del nostro tempo per chi ha bisogno, magari ci procura anche soddisfazione, ci compiacciamo di noi stessi, pensiamo: come sono bravo! Ma appena ci rendiamo conto che l’avventura in cui ci siamo imbarcati è troppo impegnativa, allora ci diamo alla fuga non appena possibile.

Il samaritano vede quell’uomo, non pensò alla tradizione in cui era vissuto, ai suoi rapporti con gli ebrei, non pensò a quanto aveva già da fare, ma ne ebbe compassione. Ciò che gli fa prendere una decisione non è la sua cultura o quanto aveva programmato, ma la compassione.

I briganti lo avevano spogliato e ferito e se ne erano andati; il sacerdote e il levita avevano visto ed erano passati oltre dall’altra parte della strada con un atteggiamento di separazione, di distacco; il samaritano non bada alle barriere di culto, di nazionalità che lo separavano da quell’uomo, non bada a possibili pericoli, non si attende alcuna ricompensa e si fa vicino per un soccorso premuroso e diligente; lo aiuta con quello che ha a portata di mano: lo disinfetta con del vino, lo massaggia con dell’olio, lo solleva sulla propria cavalcatura per portarlo fino alla prima locanda e l’indomani lascia un po’ di soldi al locandiere perché possa continuare ad assistere quell’uomo. In questo caso il sentimento che sgorga dal suo cuore è l’opposto del sacerdote e del levita, cioè: “che cosa gli succede se non mi fermo?” La logica è quella di uscire fuori da se stessi per donare tenerezza, compassione e aiuto al nostro prossimo.

Le varie azioni, compiute dal samaritano servendosi dei propri beni, sono riassunte nel verbo, ripreso due volte “avere cura di lui“. Si è assunto la responsabilità per quell’uomo, correndo anche dei seri rischi: lo porta, ossia gli fa da madre; spende del denaro per permettergli di rimettersi in vita, ossia gli fa da padre. Quello che i due addetti al culto non hanno fatto, lo compie invece il samaritano, perché mosso a compassione: è la compassione che lo fa uscire dalle frontiere della legge e gli fa incontrare l’uomo; è la compassione che trasforma la sua competenza e assistenza in comunicazione vera e personale, in servizio.

Per il samaritano quell’uomo vale più del suo viaggio, dei suoi affari, del suo olio, del suo vino, dei suoi denari, del suo tempo. Si è identificato con quell’uomo bisognoso, si chiede fra sé cosa gli capiterà se non si ferma e perciò lo aiuta, senza badare al pericolo o alla ricompensa. La misericordia viene allora avvicinata all’idea di “compassione”, intesa in senso etimologico come capacità di soffrire insieme, di condividere la sofferenza.

Alla fine della parabola Gesù invita il dottore della legge a mettersi non dal punto di vista del sacerdote, del levita e neppure da quello del samaritano, ma da quello dello sfortunato viandante, e gli domanda: “Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. Il dottore della legge risponde giustamente: “Chi ha avuto compassione di lui”. Per l’uomo derubato e ferito dai briganti il prossimo è il samaritano: egli si è comportato come suo prossimo.

L’abbraccio come convivialità

Abbiamo parlato fino ad ora di molteplici forme di abbraccio, che presuppongono, per usare il linguaggio biblico, un cuore di carne al posto del cuore di pietra. (Ez 11,19;26,36). Il cuore è il centro spirituale della persona, da cui scaturisce la capacità d’ amare e di porsi in una relazione positiva con l’altro. Oggi possiamo vedere come è presente un certo individualismo, che è fondato sul principio dell’avere, mentre sappiamo che la convivialità si fonda sul principio dell’essere.

La cultura del cuore e il segno dell’abbraccio

In una cultura dove domina “il cuore di pietra” naturalmente l’abbraccio viene trascurato, non considerato o guardato con sospetto e diffidenza. Se invece consideriamo il cuore di carne, allora siamo difronte ad un segno vivo di civiltà conviviale e l’affettività selvaggia e rudimentale lascia il posto ad un’affettività consapevole e responsabile. La maturità degli esseri umani è data dalla loro capacità di sentire: sentire sé, e sentire l’altro. Se il cuore è la parte più intima della persona, con sant’Agostino possiamo definirlo come quella stanza segreta dove è riposta la verità, perché ciascuno di noi può ritrovarsi solo con il Creatore. Il sentire ci consente di crescere in umanità, e di muoverci in una direzione opposta a quella che predomina la cultura odierna, tutta ripiegata su se stessa; cioè sul “fare” e non sull’ “essere”; una cultura dove il “sapere” coincide con il “potere”, e il potere con “l’avere”, e quest’ultimo con l’affermazione narcisistica di sé; una cultura dove ciascuno cerca di stare al di sopra degli altri, in una dimensione di dominio incontrollato e incontrollabile. La cultura del cuore allora, conduce alla scelta di un progetto di vita diverso, dove può essere vissuta un esperienza di dare e ricevere, di accogliere e donare, che sono due movimenti in sintonia a quelli di contrazione e distensione del cuore visto come organo. Individualismo e possesso, in presenza dell’abbraccio, lasciano il posto alla solidarietà e alla condivisione.

L’abbraccio come pedagogia conviviale

Il cuore è il luogo in cui l’essere umano frantumato può ritrovare la sua unità. E’ proprio il cuore può diventare centro di integrazione dove si relazionano tutte le dimensioni della persona; da quella affettiva a quella volitiva fino a quella religiosa. Esiste sinergia di ragione e cuore quando l’abbraccio nasce dalla verità dell’amore e conduce alla verità dell’amore. E’ simbolo di dono, di accoglienza e di condivisione; parliamo allora di una cultura dove i beni della terra sono al servizio di tutti e non solo di pochi.

Il cuore dell’uomo deve uscire dal ripiegamento su di se e deve educarsi all’intelligenza dell’amore. L’amore può essere infantile, quando dice:” amo perché sono amato o perché ho bisogno di te”; può essere maturo quando dice: ”sono amato perché amo e ho bisogno di te perché ti amo”. Questa riflessione è tratta dal libro “l’arte di amare” scritto da E.Fromm che enumera quelle che sono le caratteristiche dell’arte di amare:

  • La premura: come interesse per la vita e la crescita dell’altro,
  • La responsabilità, come atto       con cui si risponde ai bisogni dell’altro,
  • Il rispetto come capacità di riconoscere ogni persona per quello che è,
  • La conoscenza della persona facendola uscire dalla sua solitudine e aiutandola a realizzarsi.

Premura, responsabilità, rispetto e conoscenza sono gli elementi costitutivi dell’abbraccio che rappresenta una tessera minuscola del grande mosaico dell’umanità, famiglia di famiglie, la cui legge è quella dei vasi comunicanti. Nel suo libro “l’arte di amare”, Fromm è molto chiaro nel dire: chi salva una vita salva il mondo intero e chi distrugge una vita distrugge il mondo intero. Non è esagerato parlare di mondo intero, se teniamo conto delle strutture di peccato che possono essere sostituite da strutture di solidarietà.

Su tale argomento fu molto chiaro Giovanni Paolo II, il quale diceva in una sua enciclica del 1987, “Sollecitudo rei socialis ”che le “strutture di peccato” sono fondate sulla “brama del profitto” e sulla “sete del potere”; le “strutture di solidarietà”, al contrario, sono fondate “sull’impegno per il bene del prossimo” con la disponibilità a perdersi a favore dell’altro, servendolo invece che sfruttarlo per il proprio tornaconto.

Il gesto dell’abbraccio, superando ogni atteggiamento di superiorità e di condanna, rientra nell’ambito delle strutture di solidarietà. Questo è il sentimento costante di Gesù: Egli partecipa intensamente al vissuto di coloro che incontra, il suo abbraccio è pieno di compassione. E’ proprio quest’ultimo il sentimento che egli prova nei confronti dei bambini, dei peccatori, dei malati, dei sofferenti e delle folle che vagano come pecore senza pastore. Ma ciò che è importante è che i sentimenti di Gesù non costituiscono una semplice attitudine esterna, ma si identificano con il suo stesso essere, fino all’abbraccio della croce.

Ad imitazione del maestro, ciascun discepolo è chiamato ad avere lo stesso atteggiamento verso ogni fratello che incontra, soprattutto se è sofferente o indifeso. Nel comportamento del buon samaritano, abbiamo visto che i suoi gesti concreti vanno oltre il semplice dovere di giustizia, infatti sono gesti che si fanno amore donante, accogliente e condividente.

Allora se F.Dostoevskij affermava che “la bellezza salverà il mondo” potremmo anche dire che “la tenerezza salverà il mondo. Bellezza e tenerezza allora esprimono uno stesso dinamismo d’intelligenza affettiva nei confronti della realtà che ci circonda, a cominciare dal volto del fratello fino al riconoscimento in esso dell’Altissimo come Dio-Amore.

( per l’approfondimento leggi : ABBRACCIAMI di Carlo Rocchetta; cap. 10; da pag.189 a pag.196 )

La parola alla chiesa

E’ sempre possibile sviluppare una nuova capacità di uscire da sé stessi verso l’altro. Senza di essa non si riconoscono le altre creature nel loro valore proprio, non interessa prendersi cura di qualcosa a vantaggio degli altri, manca la capacità di porsi dei limiti per evitare la sofferenza o il degrado di ciò che ci circonda. L’atteggiamento fondamentale di auto-trascendersi, infrangendo la coscienza isolata e l’autoreferenzialità, è la radice che rende possibile ogni cura per gli altri e per l’ambiente, e fa scaturire la reazione morale di considerare l’impatto provocato da ogni azione e da ogni decisione personale al di fuori di sé. Quando siamo capaci di superare l’individualismo, si può effettivamente produrre uno stile di vita alternativo e diventa possibile un cambiamento rilevante nella società. (Papa Francesco: Laudato Sì n°208)

Testimonianze

Chiara Amirante è la figura che vogliamo prendere come testimone di quanto abbiamo detto fin ora. Nata a Roma il 20 luglio 1966, è la fondatrice e prima presidente della “Comunità Nuovi Orizzonti”. Laureata in scienze politiche a Roma, ha iniziato negli anni ’90 ad incontrare alla stazione Termini “il popolo della notte”: ragazzi con problemi di tossicodipendenza, alcolismo, prostituzione, AIDS, carcere. Chiara racconta che in un momento particolare della sua vita, nel 1987, le accadde qualcosa di straordinario che le cambiò la vita. E’ stata una frase del Vangelo a folgorarla: ”rimanete nel mio amore”. Se osserverete i miei comandamenti, rimanete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato, nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv.15,9-12). Chiara sperimentava che più cercava di amare con l’amore che Gesù ci insegna, e più il cuore le traboccava di gioia; una gioia capace di resistere alle prove più terribili della vita. Il Sangue di Cristo è il prezzo che ha pagato sulla croce perché noi avessimo la gioia e la salvezza eterna, e noi siamo chiamati a portare la Gioia di Cristo a chi ancora non ha conosciuto il Suo Amore. Proveniente da una famiglia cattolica e praticante, fin da piccola aveva avuto il Signore nel cuore e aveva cercato di testimoniarlo agli altri, specialmente all’università. All’età di 21 anni si ammalò di due malattie, una delle quali l’avrebbe portata alla cecità, mentre l’altra l’avrebbe portata alla morte con atroci dolori a tutti gli organi. La ragazza capì che con quello stato di salute non poteva andare di notte per le strade, e senza perdersi d’animo, pregò Dio perché si compisse la sua volontà. La mattina seguente, andando in ospedale per fare le punture agli occhi, come era consueto il primario, con sorpresa le annunciò che era guarita. Era la risposta che il Signore diede alla sua semplice preghiera! Chiara capì che era veramente il “sigillo di Dio” sul desiderio che sentiva nel cuore di aiutare il prossimo come il Buon Samaritano.

Una volta guarita, iniziò ad andare in strada per rispondere all’emergenza di un imponente disagio sociale, proponendo il vangelo come rinascita da qualsiasi situazione che incontrava: giovani soli, emarginati, schiavi della droga, dell’alcolismo, nel mercato della prostituzione e così via. Le persone che incontrava vedevano la gioia nel suo sguardo e le dicevano:” ….se questa gioia viene da Gesù e se è Lui che ti spinge a rischiare ogni giorno la vita per noi, allora parlaci un po’ di questo Gesù!” dice Chiara che la bombardavano di domande chiedendole di portarli via dall’inferno della strada perché questo Gesù potesse cambiare la loro vita così come aveva cambiato la sua.

Nel 1993 Chiara Amirante ha fondato l’associazione di volontariato “Nuovi Orizzonti” e nel 1994 ha aperto la prima comunità residenziale di accoglienza a Roma . Vengono accolti ragazzi in difficoltà, gratuitamente; la gestione dell’associazione si basa sull’abbandono alla Divina Provvidenza. Inoltre gli stessi ragazzi accolti sentono il desiderio di donare con lei ciò che gratuitamente hanno ricevuto organizzando delle “missioni di strada” di primo annuncio. La vocazione specifica dei membri dell’Associazione è “testimoniare la Gioia di Cristo Risorto” .

Domande per la condivisione

-Come viviamo le relazioni con le persone che ci circondano, il linguaggio dell’abbraccio per manifestare il grande dono della donazione di se all’altro ? L’uomo che incontro, ovunque lo incontri, non è quasi mai scelto; non sempre infatti la prossimità va cercata, spesso è incontrata per caso: io come mi comporto?

-Nella quotidianità sentiamo l’abbraccio di Dio ? percepiamo il grande dono che Egli ci fa donandosi a noi nell’Eucarestia, nella preghiera e ogni qual volta ho bisogno di lui?

-Da quale logica siamo animati nelle relazioni con il prossimo? Dal sentimento della Tenerezza e della Compassione che ci rende sensibili alle sofferenze degli altri, oppure dal sentimento dell’egoismo e della superficialità verso gli altri? “Che cosa mi succede se mi fermo, oppure, che cosa gli succede se non mi fermo?”

-Come famiglia dove ci troviamo ? Siamo stesi per terra colpiti dai briganti di oggi, oppure stiamo aiutando un’altra famiglia a risollevarsi dalle ferite?

Impegno da assumere

Alla luce di quanto detto in questo incontro, lasciamoci interpellare dall’uomo nella sua fragilità: l’altro non sia per noi un estraneo.

Gruppi di Spiritualità della Tenerezza