Abbracciami-Cap-10-Parte-2

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Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia PERDONACI SIGNORE iniquità. Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato .

Abbracciami

10° Cap. 2° Parte

Attendere la parola

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. / Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro./ Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi./ Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto: così sei giusto nella tua sentenza, sei retto nel tuo giudizio./ Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre./ Ma tu gradisci la sincerità nel mio intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza. /Aspergimi con rami d’issòpo e sarò puro; lavami e sarò più bianco della neve./ Fammi sentire gioia e letizia: esulteranno le ossa che hai spezzato./Distogli lo sguardo dai miei peccati,
cancella tutte le mie colpe./ Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo./ Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. / Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso. (Sal 50)

In ascolto della parola

Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. (Gv 8,1-11)

Provocati dalla parola

Siamo a Gerusalemme, nel tempio. Gesù è ormai conosciuto. Sono molti quelli che lo incontrano.
C’è anche una donna, che probabilmente non l’ha mai visto. O se l’ha visto certamente non è stato per lei un incontro determinante.

Non si era resa conto quanto poteva essere importante. In lei non era maturato nessun desiderio.
Una donna che continuava a “cercare” ma su strade diverse, lontano dallo sguardo di Gesù.
Questa donna vive una sua storia fatta di bisogni e di attese. Non gli basta quello che ha. Una storia forse che non ha neppure scelto né voluto. Sicuramente non aveva mai trovato quello che cercava all’interno di un legame familiare e nell’intimità di uno sposo. Non era mai riuscita a saziare la sua sete di amore ricevuto e dato. Ha sì cercato un incontro ma solo umano, fatto di sotterfugi di bugie e si lascia cadere in una ricerca di soddisfazione che forse sa’ già che si rivelerà un’altra volta deludente. Un incontro che non cambierà la sua vita, non la colmerà nella sua sete di amore. Ma accade qualcosa di imprevisto e di drammatico nello stesso tempo. Ancora una volta prende coscienza di essere fatta solo strumento, e forse per l’ultima volta! Strumento di un uomo che ha approfittato di lei per poi abbandonarla senza cercare di difenderla… Strumento anche nelle mani di coloro che vogliono usarla per scopi che neppure lei lontanamente immagina….E’ vittima di una violenza, che le toglie l’intimità, l’identità, la dignità… Scopre l’amarezza e il disgusto per essersi accontentata degli uomini…

Questa donna incontra Gesù. Certamente un incontro drammatico. E’ sola, posta al centro degli sguardi perfidi e perversi dei suoi accusatori: certi nei loro sotterfugi meschini di agire anche secondo la Legge di Dio. Gesù non si fa’ immediatamente incontrare da lei. E’ chino a terra a testa bassa, annoiato, amareggiato, silenzioso, sofferente. Alla fine dietro le loro insistenze, uno sguardo, un sussulto di infinita tenerezza per questa donna. Deve liberarla dalla mano degli assassini. Sente di doverla riconsegnare a se stessa.
Non potrà avvenire un incontro con lui se non nella dignità, nella libertà, nel desiderio di incontrarlo. Quella donna se avesse potuto sarebbe scappata ovunque. Certamente non avrebbe mai voluto trovarsi lì.

Con una frase terribile Gesù la isola, la libera. Si riabbassa a terra e scrive. Tutti se ne vanno. Sono ormai soli, finalmente, lui e la donna. La donna lo guarda in modo interrogativo. Si rende conto di essere stata salvata da lui. Si rasserena. Una domanda evasiva, scontata: Nessuno ti ha condannata? Ma quella domanda è un ponte gettato tra Lui e lei. Finalmente vi può essere l’incontro che riconsegna la donna a se stessa. Lo sguardo di Gesù sicuramente, dopo tanti anni le ha donato la sua identità di donna, di persona; cosa che lei aveva già perso da molto tempo. Un meraviglioso Gesù che la abbraccia, anche se non con un gesto visibile, invitandola a non sbagliare più il bersaglio nella sua ricerca di vita e di amore.

L’abbraccio e la costruzione della città di Dio

Vediamo adesso che esiste un significato politico dell’abbraccio (polis, città).

Se il computer è il simbolo di una razionalità centrata sul calcolo, l’abbraccio rappresenta, invece, una umanizzazione del mondo fondata sull’amore e sull’accoglienza degli altri. Nessuna persona può dirsi umana se non si sforza di acquisire una unità affettivo- intellettiva che la rende sensibile, capace di attenzione verso gli altri, capace di stupirsi dinanzi al volto di un bambino o di un cielo stellato, capace di provare compassione dinanzi a chi soffre, capace di apprezzare tutto ciò che è bello, buono e amabile. Il contrario è la rigidità e la chiusura nel proprio io come in una roccaforte che non ci consente di relazionarci con gli altri. L’odio, la violenza, la vendetta, la guerra, il terrorismo e la prevaricazione del più forte sul più debole sono il segno di una riduzione della persona ad oggetto.

Dire abbraccio è dire umanità, sensibilità, attenzione, premura, amicizia verso l’altro. E, come dice Fromm, se l’uomo diventa indifferente, non c’è più speranza che possa scegliere il bene, e il suo cuore diventerà di pietra. Il pericolo maggiore che oggi pesa sull’umanità sta nel fatto che se gli uomini più potenti finiscono per avere un cuore di pietra, la vita dell’umanità potrebbe estinguersi.

L’abbraccio dunque è un gesto, in grado di contribuire a costruire la città dell’uomo a misura della città di Dio. Questo concetto ci viene spiegato bene da sant’Agostino che ci parla di due città: in una città l’amore di se giunge fino al disprezzo di Dio generando la città terrestre; nell’altra l’amore di Dio giunge fino al disprezzo di se generando la città celeste.

La differenza fra le due città è data dalla diversità d’amore con cui esse venivano guidate.

La città terrestre, o città dell’uomo, si gloria di se stessa, mentre l’altra si gloria di Dio.

Non bisogna amare la propria forza, ma il proprio Dio. L’obiettivo deve essere quello di costruire la città dell’uomo nella prospettiva della città di Dio. L’abbraccio è indice di un cuore nuovo. La sua forza non risiede nella potenza dei mezzi umani, ma nella certezza che la debolezza dell’amore è più forte dell’egoismo; la non-violenza più forte della violenza, la verità più forte della menzogna.

Naturalmente quanto detto fin ora, è comprensibile solo quando ci si affida a Gesù.

Come dice Kierkegaard, bisogna lottare contro tutto ciò che si oppone alla dignità della persona e al bene comune. Non bisogna mai lasciarsi sopraffare dallo scoraggiamento o dal pessimismo dinanzi agli ostacoli e agli insuccessi. Con la tenerezza dell’abbraccio, la vita teologale raggiunge il suo più alto livello d’espressività attuativa. D’altronde senza il contenuto teologale si parlerebbe solo di alti e bassi dell’emotività.

L’adultera: vangelo dell’abbraccio (Gv 8,1-11)

Quanto è stato detto fin ora rimanda al vangelo dell’adultera. Sono numerosi gli episodi evangelici in cui si parla di abbraccio come accoglienza di un cuore nuovo. Ricordiamo l’abbraccio di Elisabetta e Maria, del profeta Simeone al neonato Gesù (Lc2,28), del figliol prodigo che ritorna dal padre (Lc 15,20), di Gesù verso i bambini (Mc 10,14-16) e così via. Spesso il gesto, nei racconti biblici non è esplicito, ma tuttavia ne manifesta la simbolicità.

Soffermandoci sull’episodio dell’adultera, ricordiamo che la legge mosaica condannava l’adulterio, e le donne che trasgredivano venivano lapidate. Scribi e farisei tirano fuori questa normativa per mettere in trappola Gesù, come del resto hanno fatto altre volte. Se Gesù infatti diceva che bisognava perdonare la donna adultera sarebbe stato un trasgressore della legge mosaica, altrimenti se Egli avesse detto che bisognava lapidarla sarebbe saltato tutto il suo annuncio d’amore e perdono verso i peccatori. Gesù risponde in modo indiretto facendo loro notare che tutti erano peccatori, infatti nessuno si sentì senza peccato e quindi idoneo a tirare la prima pietra; andarono via tutti.

Gesù così in un attimo smaschera la loro ipocrisia.

Importante è osservare le diverse posture assunte da Gesù durante la scena evangelica: inizialmente si abbassa al pari della donna rannicchiato per terra, poi si alza per interpellare gli accusatori e guardarli in volto, poi si abbassa di nuovo per scrivere per terra e, solo quando tutti sono andati via, si alza nuovamente invitando la donna a fare lo stesso. Il racconto non parla di un abbraccio fisico, ma le parole che Gesù amorevolmente rivolge alla donna , sono un vero abbraccio spirituale che esprimono rispetto, dolcezza, perdono e quella donna si sentirà come se la sua vita ricominciasse di nuovo. Gesù con le sue parole e i suoi gesti ci fa capire che il peccato rimane peccato, ma il peccatore può essere perdonato, accolto e abbracciato. Gesù non nega il giudizio di Dio , ma vuole che sia Dio a giudicare e non noi. Come possiamo noi giudicare se noi stessi siamo peccatori?

La vita di Gesù è piena di episodi di abbracci fino ad arrivare al grande abbraccio, quello della Croce sul Golgota, diventando segno distintivo di coloro i quali vorranno essere suoi discepoli. Ecco perché solo chi avrà abbracciato l’affamato, il malato, il carcerato etc. etc .potrà entrare nel regno di Dio.

Betania: rituale dell’abbraccio (Lc 7,36-50)

Quando si offre un abbraccio al fratello lo si offre a Gesù stesso. Il vangelo ce lo ricorda: “tutto quello che avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me”(Mt 25,40).

Altro episodio che il vangelo ci presenta come icona, è quello della peccatrice di Betania (Lc 7,36-50). Gesù è ospite in casa di Simone. Una donna, ben nota in città come peccatrice, riesce ad entrare in casa di Simone e, fra lo stupore di tutti i convitati si getta ai piedi di Gesù; e Lui non si ribella ai gesti che ella compie, anzi la lascia fare. I farisei e i convitati si preoccupano per il contatto fisico con la donna c he, per la legge giudaica, produceva uno stato di impurità legale contaminando tutti e compromettendo la reputazione di tutti. La scena provoca scandalo nei presenti perché Simone e i suoi   ospiti vedono in lei solo una prostituta e una donna peccatrice e tentatrice. Gesù, invece vede una donna che ha sbagliato, ma che ha avuto il coraggio di riconoscerlo ed è capace di compiere dei gesti d’ affetto che esprimono il suo pentimento.

Gesù irrompe nei cattivi pensieri di Simone e dei suoi ospiti raccontando una breve parabola il cui messaggio appare subito molto chiaro. Il messaggio vuole mostrare in primo luogo come Gesù sia venuto a cercare i malati e non i sani, e poi che l’amore abbraccia tutti anche, anzi soprattutto il peccatore. La scena ci mostra come Simone si è astenuto dal compiere anche i gesti ordinari, mentre la donna ha compiuto una serie di gesti straordinari che le hanno meritato il perdono della sua vita di peccato. Gesù stabilisce quindi un legame profondo fra amore e perdono. L’assoluzione diventa segno di un abbraccio perdonante in risposta all’abbraccio sincero della donna; quest’intreccio di abbracci cambieranno la vita della donna. Così al v.50 Gesù le dice: “va, la tua fede ti ha salvato”. Il verbo salvare indica la liberazione da un pericolo per rinascere ad una sanità integrale, di spirito e di corpo.

Anche in questo caso, come nell’episodio dell’adultera, non si fa cenno ad un abbraccio esplicito, ma i gesti esprimono una vera liturgia dell’abbraccio.

       (per l’approfondimento leggi : ABBRACCIAMI di Carlo Rocchetta; capitolo 10; da pag.196 a pag.208 )

La parola alla chiesa

1. Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth. (…….) Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio.

2. Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita.

Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato.

3. Ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre. È per questo che ho indetto un Giubileo Straordinario della Misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti.

(….) Tornano alla mente le parole cariche di significato che san Giovanni XXIII pronunciò all’apertura del Concilio per indicare il sentiero da seguire: « Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore … La Chiesa Cattolica, mentre con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati ».

Sullo stesso orizzonte, si poneva anche il beato Paolo VI, che si esprimeva così a conclusione del Concilio:      «Vogliamo piuttosto notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità … L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio…..      

(dai n 1,2,3 della bolla di indizione del giubileo straordinario della misericordia : Misericordiae Vultus)

Testimonianze

La figura di cui vogliamo parlare è san Leopoldo Mandic, frate cappuccino, le cui spoglie sono state portate in San Pietro, per volontà di papa Francesco, che lo ha voluto come testimone, insieme a san Pio da Pietrelcina, del Giubileo straordinario della misericordia.

Leopoldo nacque a Castelnuovo di Cattaro, provincia di Dalmazia, il 12 maggio 1866, penultimo dei sedici figli di Pietro Mandić e di Carolina Zarević, famiglia cattolica croata. Al battesimo ricevette il nome di Bogdan Ivan.

Per circa trent’anni, passò dieci-quindici ore al giorno nel segreto della sua celletta-confessionale, nel convento dei frati cappuccini a Padova, ascoltando e perdonando i peccatori nel nome di Dio.

A causa della sua piccola statura e del suo atteggiamento umilissimo c’era, tra i suoi confratelli chi lo sottovalutava. Dicevano che era un confessore ignorante e di manica larga che assolveva tutti, senza discernimento, fino al punto da chiamarlo “frate assolve-tutti”.

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«Padre, ma lei è troppo buono… ne renderà conto al Signore!… Non teme che Iddio le chieda ragione di eccessiva larghezza?». Ma a chi lo accusava di «lassismo di principi morali», san Leopoldo Mandic rispondeva: «Ci ha dato l’esempio Lui! Non siamo stati noi a morire per le anime, ma ha sparso Lui il Suo sangue divino. Dobbiamo quindi trattare le anime come ci ha insegnato Lui col Suo esempio.

Diceva ancora: ”perché dovremmo noi umiliare maggiormente le anime che vengono a prostrarsi ai nostri piedi? Non sono già abbastanza umiliate? Ha forse Gesù umiliato il pubblicano, l’adultera, la Maddalena.

Confessarsi da padre Leopoldo era cosa breve, non si dilungava mai in parole, spiegazioni, discorsi. Aveva imparato dal Catechismo di san Pio X che la brevità è una delle caratteristiche di una buona confessione. Eppure il suo confessionale è stato per più di quarant’anni una specie di porto di mare per le anime. Tanti erano quelli che andavano, che assiduamente lo frequentavano».

In una lettera a un prete, Leopoldo diceva: «Mi perdoni padre, mi perdoni se mi permetto… ma vede, noi, nel confessionale, non dobbiamo fare sfoggio di cultura, non dobbiamo parlare di cose superiori alla capacità delle singole anime, né dobbiamo dilungarci in spiegazioni, altrimenti, con la nostra imprudenza, roviniamo quello che il Signore va in esse operando. È Dio, Dio solo che opera nelle anime! Noi dobbiamo scomparire, limitarci ad aiutare questo divino intervento nelle misteriose vie della loro salvezza e santificazione».

Era criticato perchè nelle penitenze era magnanimo; tuttavia aveva ben chiaro il rapporto indissolubile che deve sussistere tra la misericordia di Dio e la sua giustizia. Così ai peccatori egli riservava tutta la misericordia, mentre nel suo cuore custodiva tutti i diritti della giustizia di Dio, tanto che ai penitenti, dopo averli perdonati, diceva:” farò penitenza io!”.

Quindi magnanimo nelle penitenze, e magnanimo nell’assoluzione, a tale punto che quelle rarissime volte che non l’ebbe fatto si pentì sempre . Alcuni giorni prima di morire un sacerdote gli chiese: “Padre, c’è stata qualche cosa che vi ha procurato tanto dispiacere?”. Egli rispose: “Oh! Sì… purtroppo sì. Quando ero giovane, nei primi anni di sacerdozio, ho negato tre o quattro volte l’assoluzione”».

Leopoldo fu canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1983.

Il Pontefice argentino lo ha scelto come modello per i confessori perché «è precisamente un cuore di padre che noi vogliamo incontrare quando andiamo nel confessionale», come ha detto il papa nell’udienza di mercoledì 3 febbraio.

domande per la condivisione

-Non deve essere difficile il confrontarmi con questo incontro tra Gesù e l’adultera. Spesso le risposte alle mie domande le ho cercate solo nell’umano: nei miei sentimenti, nella mia intelligenza, nella cultura, nell’evasione, in qualche gruppo, in qualche persona, nel mio successo. Quante volte per questo ho trovato delusioni cocenti?

-Forse mi sono reso conto qualche volta di essermi consegnato a qualcuno o qualcosa e di essere stato usato come strumento?

-come mi comporto nelle relazioni con gli altri? Riesco a guardare l’altro evitando atteggiamenti di pregiudizio e di condanna, facendo invece prevalere la misericordia?

impegno da assumere

Alla luce di quanto detto in questo incontro decido di impegnarmi sin da ora a……….

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