Abbracciami-Cap-11-Parte-1

Attendere
Davide e Maria: due modi di attendere e di credere”

Abbracciami

11° Cap. 1° Parte

Attendere la parola

In Cristo abbiamo tutto. /Ognuno si avvicini a Lui: chi languisce nell’infermità a causa dei peccati, /chi è come inchiodato per la sua concupiscenza, /chi è imperfetto ma desideroso di progredire, /con intensa contemplazione, /chi è già ricco di molte virtù. /Siamo tutti del Signore e Cristo è tutto per noi: se desideri risanare le tue ferite, Egli è medico; / se sei angustiato dall’arsura della febbre, Egli è fonte; / se ti trovi oppresso dalla colpa, Egli è giustizia; /se hai bisogno di aiuto, Egli è potenza; / se hai paura della morte, Egli è vita; / se desideri il paradiso, Egli è via; / se sei in cerca di cibo. Egli è nutrimento.

(sant’Ambrogio)

In ascolto della Parola

Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Sopra di lui c’era anche una scritta: “Costui è il re dei Giudei”. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. L’altro invece lo rimproverava dicendo: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”. E disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”. Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo, spirò.  (Lc 23, 33-46)

Provocati  dalla Parola

Gesù è sulla croce. Assieme a Lui vi sono due malfattori, o ladroni. Uno di questi lo insulta, sfidandolo:           “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. Ecco il significato delle sue parole: Che Cristo sei tu, se non riesci neanche a salvare te stesso. Salva te stesso, salva noi e noi ti riconosceremo come nostro Cristo, nostro Salvatore, nostro potente aiuto. Un crocifisso non può essere il Cristo di Dio. Il Cristo di Dio è onnipotente, grande, glorioso, è un vero liberatore. Questo è il vero peccato contro la verità di Gesù. Il vero Cristo è proprio un Crocifisso. L’altro malfattore, meglio conosciuto come il buon ladrone, prende le difese di Gesù. Fa la differenza tra loro due e Lui. Gesù è un uomo giusto. Non ha fatto nulla di male.

 

Rimprovera il cattivo ladrone giudicandolo uomo senza alcun timor di Dio. Nella sofferenza si deve dimenticare la cattiveria di un tempo, cambiare cuore, sostenere i fratelli che soffrono. Non si può rimanere spietati, crudeli, senza cuore fino all’ultimo. La pena deve cambiare il cuore, la mente, la volontà, i desideri. La pena deve produrre una vera conversione.  Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».

E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». Il buon ladrone non solo riconosce Gesù come uomo perfettamente giusto. Lo vede dalla croce come vero re d’Israele. Quella scritta posta al di sopra della croce è vera: ” Costui è il re dei Giudei”. Non conosce il mistero di quella sofferenza, ma sa che la croce è la via per entrare in possesso del suo regno. Forte di questa fede, innalza la sua preghiera: ” Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. So che oggi, tu, crocifisso come noi, sarai intronizzato. Riceverai il regno promesso. Quando sarai acclamato re, ricordati di me. Tu sei veramente il re dei Giudei. Gesù accoglie questa preghiera elevata in purezza di fede e glielo dice: ” In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”. In tutto il Vangelo Gesù è riconosciuto re di Israele per i suoi strepitosi miracoli. Solo una persona lo confessa come vero re d’Israele nel momento in cui Gesù si manifesta nella più grande umiltà, nel suo più grande annientamento, nella più assoluta povertà. La croce è il trono regale di Gesù.

L’abbraccio come grazia

Per essere guariti da mali profondi, da mali morali, dalle ferite del peccato e dal loro stesso ricordo, esiste una terapia dell’abbraccio in relazione a Gesù-medico. Parliamo di una “Cristo-terapia” che nasce dall’abbraccio di Dio-tenerezza, si sviluppa  come cammino spirituale di conversione e di ascolto della Parola. Parlare di abbraccio di grazia vuol dire  parlare di un Dio che è andato incontro all’uomo nella persona del suo figlio Gesù liberandolo dalla morte e ricolmandolo di Spirito Santo. Vi è una stretta relazione fra natura e grazia, non esiste l’una senza l’altra. Sant’Ignazio di Loyola diceva: ”Fa’ tutto come se tutto dipendesse da te, sapendo però che tutto dipende da Dio”.

Dio è venuto ad abbracciare l’umanità ma è necessario che ci sia la libera risposta dell’uomo. Questo ci viene spiegato da sant’Agostino quando dice: “Dio che ha creato te senza di te non può salvare te senza di te”. La croce rappresenta l’abbraccio infinito di Dio-trinità all’umanità.

L’abbraccio della croce

Il crocifisso ci rivela che noi  veniamo da questo abbraccio trinitario, di esso viviamo e ad esso siamo indirizzati. Siamo esseri plasmati per abbracciare e per essere abbracciati. E solo attraverso questa via siamo in grado di edificare una famiglia umana rispettosa della  nostra più alta identità. La forma fisica della croce rimanda a quella del corpo umano.  Gesù ha potuto stendere le mani sulla croce pur stando in piedi. La posizione per esempio di Budda era con le braccia  e le mani girate sulla pancia, chiuse sul sesso, con le gambe incrociate, il volto immobile e fisso in avanti. Lo Hatha yoga insegna a controllare il corpo, concentrando l’attenzione sul bacino e la colonna vertebrale in una posizione fissa su se stessa. Gesù ha le mani inchiodate,  le braccia spalancate ad accogliere l’umanità, lo sguardo rivolto in alto verso il Padre. Nasce da qui la centralità della croce nella Chiesa. Ogni preghiera del cristiano inizia con il segno della croce e, nelle nostre case e nelle nostre chiese la croce non è un semplice ricordo che appartiene al passato.

I padri della Chiesa hanno scritto molto sul significato della croce ma vogliamo soffermarci al testo paolino di Ef 3,17-19.

Sant’Agostino spiega le quattro dimensioni della croce:

  • la larghezza data dal legno trasversale sul quale sono distese le braccia del Signore in un gesto  di accoglienza totale.
  • la lunghezza espressa dal legno che scende verso il basso sul quale pende il corpo di Gesù che raffigura l’estensione totale dell’abbraccio  del  Redentore.
  • l’altezza è simboleggiata  dal segmento di legno verticale proteso in alto dove Gesù poggia il capo; ed è segno del suo affidamento al Padre.
  • la profondità è costituita dalla parte del legno che è piantato per terra per sostenere la croce; ed indica come solo l’abbraccio della morte di Gesù renda possibili la redenzione dell’uomo e la sua ascesa verso il Padre.

La croce rivela quanto  l’abbraccio-dono  sia prezioso e preordinato a Dio; infatti da Lui proviene e a Lui perviene. L’essere umano è integralmente se stesso quando sa uscire dal suo narcisismo accettando di aprirsi alla tenerezza dell’abbraccio proprio come avviene nella croce. Quello che noi dovremmo sperimentare quando facciamo il segno della croce è proprio questo: il segno di un abbraccio di grazia da realizzare nella vita in una tenerezza che vince il male con il bene.

La Chiesa: comunità dell’abbraccio di Dio

La chiesa rappresenta una comunità che nasce dall’abbraccio della croce, fondata sull’amore trinitario e chiamata a farsi sacramento della onnipotenza salvifica di quell’abbraccio. Per capire meglio ciò dobbiamo soffermarci ad osservare più da vicino quando il soldato con la lancia colpì il costato di Gesù da cui uscì sangue ed acqua. Facciamo tre osservazioni: sullo sfondo si colloca l’analogia tra l’origine di Eva  dalla costola di Adamo e la nascita della Chiesa dal costato aperto del Crocifisso; su un piano intermedio si colloca il simbolismo dell’agnello il cui sangue  aveva salvato Israele dall’Egitto, immagine del Cristo, agnello senza macchia per la salvezza del mondo; e infine  in primo piano, il battesimo e l’Eucaristia evocati dalla fuoriuscita di sangue ed acqua da quel costato aperto.

Possiamo allora dire, con sant’Ambrogio e sant’Agostino, che il Cristo muore perché dalla sua morte nasca la Chiesa. Questo concetto di rilevante importanza viene messo in evidenza anche nel Concilio Vaticano II, esattamente al n° 5 del documento Sacrosantum Concilium. E’ importante inoltre ricordare le parole di Gesù rivolte alla Madre e a Giovanni quando stavano sotto la croce. La Madre di Gesù  presso la croce diventa Madre della Chiesa. Giovanni infatti rappresenta tutti i discepoli di Cristo, i singoli credenti della Chiesa. La comunità che nasce ai piedi della croce è, dunque una chiesa-sposa chiamata ad abbracciare Gesù deposto dalla croce per diventare  comunità accogliente nel mondo.

Questo significato è stato espresso molto bene da Michelangelo ne  “La pietà” che si trova in san Pietro. La  madre accoglie nel suo grembo il figlio morto. Le due figure sembrano fondersi in un abbraccio intimo che trasmette un senso di pace e di serenità. la figura di Maria, rappresenta la Chiesa, sposa di Cristo, sempre in grado di generare a nuova vita  quanti si affidano a lei. Allora l’immagine che deve incidersi nel nostro cuore è quella di una Chiesa-Madre che  porta  nel grembo i suoi figli e li stringe a se.

        ( per l’approfondimento leggi : ABBRACCIAMI di Carlo Rocchetta; capitolo 11; da  pag.209 a pag.218 )

La parola alla  Chiesa

“Eterna è la sua misericordia”: è il ritornello che viene riportato ad ogni versetto del Salmo 136 mentre si narra la storia della rivelazione di Dio. In forza della misericordia, tutte le vicende dell’antico testamento sono cariche di un profondo valore salvifico. La misericordia rende la storia di Dio con Israele una storia di salvezza. Ripetere continuamente: “Eterna è la sua misericordia”, come fa il Salmo, sembra voler spezzare il cerchio dello spazio e del tempo per inserire tutto nel mistero eterno dell’amore. È come se si volesse dire che non solo nella storia, ma per l’eternità l’uomo sarà sempre sotto lo sguardo misericordioso del Padre. Non è un caso che il popolo di Israele abbia voluto inserire questo Salmo, il “Grande hallel ” come viene chiamato, nelle feste liturgiche più importanti.

Prima della Passione Gesù ha pregato con questo Salmo della misericordia. Lo attesta l’evangelista Matteo quando dice che «dopo aver cantato l’inno » (26,30), Gesù con i discepoli uscirono verso il monte degli ulivi. Mentre Egli istituiva l’Eucaristia, quale memoriale perenne di Lui e della sua Pasqua, poneva simbolicamente questo atto supremo della Rivelazione alla luce della misericordia. Nello stesso orizzonte della misericordia, Gesù viveva la sua passione e morte, cosciente del grande mistero di amore che si sarebbe compiuto sulla croce. Sapere che Gesù stesso ha pregato con questo Salmo, lo rende per noi cristiani ancora più importante e ci impegna ad assumerne il ritornello nella nostra quotidiana  preghiera di lode: “Eterna è la sua misericordia”.

Con lo sguardo fisso su Gesù e il suo volto misericordioso possiamo cogliere l’amore della SS. Trinità. La missione che Gesù ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore divino nella sua pienezza. « Dio è amore » (1 Gv 4,8.16), afferma per la prima e unica volta in tutta la Sacra Scrittura l’evangelista Giovanni. Questo amore è ormai reso visibile e tangibile in tutta la vita di Gesù. La sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le sue relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e di irripetibile. I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione.

(n°7 e n°8  della bolla di indizione del giubileo straordinario della misericordia : Misericordiae Vultus)

Testimonianze

La figura che vogliamo mettere in evidenza  perché possa esserci di insegnamento è San Giovanni di Dio        (1495-1550), uomo che è stato capace di riconoscere il volto sofferente di Cristo negli ammalati e negli ultimi. E’ considerato “il creatore dell’ospedale moderno”. Ma Giovanni non si prendeva cura solo dei malati, infatti le cure che egli offriva si estendevano a tutte le opere di misericordia. Particolare attenzione aveva per i “malati di mente”. Di lui si diceva che, pur non sapendo nulla di medicina spesso era più bravo dei medici, soprattutto appunto con i malati mentali. Particolarmente noto, ancora oggi, l’ospedale da lui fondato: “il Fatebenefratelli”, che risale al modo con cui san Giovanni di Dio soleva chiedere l’elemosina per i suoi malati: ”qualcuno vuol fare del bene a se stesso? Fratelli miei, per amor di Dio, fate bene a voi stessi!”. Non si riesce, infatti, ad amare veramente la povertà altrui, se prima non si scopre anche la propria nascosta miseria. Da qui il dovere di “farsi del bene facendolo agli altri”.

Domande per la condivisione

  • Guardo il crocifisso, contemplando nella fede il mistero dell’amore di Dio che si è donato a Dio?
  • Riesco a comprendere che la comunione con Dio, nella mia vita personale e di coppia, è il dono più grande e la sua assenza invece è la più penosa.
  • Qualche volta mi capita di essere arrabbiato con il Signore, attribuendo a Lui la causa di tutti i miei mali, ma poi  passando all’affidamento riesco a vedere nella croce la forza della salvezza?
  • Mi sento abbracciato dalla Madre-Chiesa mediante l’abbraccio dei fratelli?
  • Quando le vicissitudini della vita ci portano ad essere inchiodati alla croce della sofferenza come viviamo tale momento: nella logica umana della lamentazione oppure nella logica di Cristo che abbraccia la Croce per la nostra salvezza? Siamo tentati di scendere dalla Croce?

 

impegno da assumere

 

Alla luce di quanto detto in questo incontro decido di impegnarmi sin da ora a……….

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