Abbracciami-Cap-12-Parte-1

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Il segreto è attendere

 

Abbracciami

12° Cap. 1° Parte

Attendere la parola

Altissimo glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio. Dammi fede retta, speranza certa e carità perfetta, sapienza e conoscenza. Signore, che io faccia la tua santa e verace volontà. Amen

San Francesco

In ascolto della parola

In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.                                                                                                                    (Luca 1,39-56 )

Provocati  dalla parola

Nella prima parte del vangelo odierno risuonano le parole di Elisabetta, «Benedetta tu fra le donne», precedute da un movimento spaziale. Maria lascia Nazaret, collocata al nord della Palestina, per recarsi al sud, a circa centocinquanta chilometri, in una località che la tradizione ha identificato con l’attuale Ain Karem, poco lontana da Gerusalemme. Il muoversi fisico mostra la sensibilità interiore di Maria, che non è chiusa a contemplare in modo privato ed intimistico il mistero della divina maternità che si compie in lei, ma è proiettata sul sentiero della carità. Ella si muove per portare aiuto alla sua anziana cugina. Il recarsi di Maria da Elisabetta è connotato dall’aggiunta ‘in fretta che sant’Ambrogio interpreta così «Maria si avviò in fretta verso la montagna, non perché fosse incredula della profezia o incerta dell’annunzio o dubitasse della prova, ma perché era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall’intima gioia… La grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze». Il lettore, però, sa che il motivo vero del viaggio non è indicato, ma lo può ricavare attraverso delle informazioni desunte dal contesto. L’angelo aveva comunicato a Maria la gravidanza di Elisabetta, già al sesto mese (cfr. v. 37). Inoltre il fatto che ella si fermerà tre mesi (cfr. v. 56), giusto il tempo perché il bambino possa nascere, permette di ritenere che Maria intendeva portare aiuto alla cugina. Maria corre e va là dove la chiama l’urgenza di una necessità, di un bisogno, dimostrando, cosi, una spiccata sensibilità e concreta disponibilità.

Insieme con Maria, portato in grembo, Gesù si muove con la Madre. Appena Maria entra in casa e saluta Elisabetta, il piccolo Giovanni ha un sussulto. Le parole di Elisabetta «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (vv. 42-43).  L’evangelista vuole attirare l’attenzione del lettore sulla funzione di Maria: essere la «Madre del Signore». E quindi a lei viene riservata una benedizione («benedetta tu») e una beatitudine beata. In che consiste quest’ultima? Esprime l’adesione di Maria alla volontà divina. Maria non è solo destinataria di un arcano disegno che la rende benedetta, ma pure persona che sa accettare e aderire alla volontà di Dio. Maria è una creatura che crede, perché si è fidata di una parola nuda e che ella ha rivestito col suo «sì» di amore. Ora Elisabetta le riconosce questo servizio d’amore, identificandola «benedetta come madre e beata come credente». Intanto Giovanni percepisce la presenza del suo Signore ed esulta, esprimendo con quel movimento interiore la gioia che scaturisce da quel contatto salvifico. Di tale evento si farà interprete Maria nel canto del Magnificat.

La bibbia è percorsa dall’abbraccio. La teologia si fonda sull’abbraccio. L’abbraccio ritorna sotto tanti aspetti nella Scrittura, basta pensare al Cantico dei Cantici: tra gli innamorati l’abbraccio è continuamente il segno di questa crescita nell’amore. Nel Nuovo Testamento abbiamo episodi stupendi che caratterizzano la tenerezza di Dio: l’abbraccio tra Maria e Elisabetta e i loro figli nel grembo; Simeone che abbraccia il bambino Gesù; l’abbraccio del Padre misericordioso che accoglie il figlio prodigo e forse anche l’altro, è l’abbraccio benedicente, di accoglienza e di perdono; l’abbraccio di Gesù ai bambini. L’abbraccio fa parte della storia della salvezza, anche perché tutto si conclude con l’abbraccio della croce. La croce è il grande abbraccio e Cristo è forse l’unico attore delle religioni che muore con le braccia aperte, accogliendo. Buddha è tutto ripiegato su se stesso così altri fondatori di religioni di cui non sappiamo nemmeno come sono morti. Gesù muore guardando al Padre, offrendosi ma abbracciandoci e perdonando. È un gesto straordinario che ne svela tutto il senso antropologico, biblico e teologico. Anche il nostro corpo ha la forma dell’abbraccio! L’abbraccio  quando è vissuto in un contesto di santità e di contemplazione estatica può raggiungere delle cime molto elevate. Possiamo parlare di mistica dell’abbraccio in riferimento a coloro i quali hanno sperimentato un’intimità spirituale tale che li ha innalzati al di sopra di sé, li ha rapiti, divinizzando il loro spirito. Parliamo di quando Dio ha lottato per tutta la notte con Giacobbe, quando si è manifestato nel roveto ardente a Mosè o quando ha guidato il popolo  eletto nel deserto verso la terra promessa. Vi è pertanto una stretta reciprocità fra l’abbraccio come evento naturale d’affettività e l’abbraccio come esperienza di Dio-Trinità-di-Amore. Più la natura umana si avvicina a Dio più viene trasfigurata dalla grazia. Vi è una continuità radicale tra umanità e santità.

 “Non ti lascerò, finchè non mi avrai  benedetto!” (Gen 32,27)

Nel capitolo 32 del primo libro della Bibbia, ci viene presentato il racconto di un uomo, che è Dio che  lotta con Giacobbe, e che lo colpisce all’articolazione del femore. Una lotta in cui il Signore, pur nascosto nel mistero, si manifesta in un abbraccio prolungato, di sofferenza e di novità. Il combattimento è inteso come una prova da affrontare, ma, invece indebolire il patriarca, gli conferisce una forza nuova, trasformandosi in un segno della fedeltà di Dio alle sue promesse. La lotta dura fino a che Giacobbe non è accolto dall’abbraccio benedicente del Signore. “Non ti lascerò, finchè non mi avrai  benedetto!”. Da quel momento non sarà più Giacobbe ma Israele che dirà :”ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva”. Poi allo spuntare del sole il patriarca dice che zoppicava all’anca. La scena vuole parlare di un itinerario interiore, in forza di cui la creatura umana s’incontra  con il Dio della salvezza e vive una forte esperienza spirituale che lo rigenera e gli dona una nuova dignità. Tutto nasce da un abbraccio : un abbraccio di lotta simile a quello di Gesù nell’orto degli ulivi, abbraccio che comporta  il combattimento dello spirito e richiama la grazia di Dio e la sua misericordia. L’anca dolorante è il segno di un vissuto interiore che non potrà essere dimenticato. Il senso dell’abbraccio di Grazia con Dio  non è mai uno smarrire, ma un essere orientati a realizzare con pienezza la propria vocazione. L’abbraccio dei mistici ha la stessa valenza.

L’abbraccio  del cuore in Bernardo di Chiaravalle

 Bernardo di Chiaravalle, grande monaco del XII secolo, parla di abbraccio amante, simile a quello che gli sposi vivono fra di loro.

Quella di Bernardo, è una spiritualità che si coniuga con la più viva capacità di relazioni umane, anche con l’altro sesso. Questo si evince dalla lettura di alcune lettere da lui scritte. Come in quella che scrive alla vedova del conte Folco alla quale dice che sta scrivendo come amico, come uno che ama non ciò che lei ha, ma ciò che lei è. In un’altra lettera che scrive ad Ermengarda, leggiamo: più il cuore si avvicina a Dio, più si avvicina all’altro e lo stringe con purezza amicale. La maturità del grande monaco gli fa dire che non bisogna diminuire l’umano perché cresca il divino, anzi è proprio il contrario. L’abbraccio a Dio-Amore in Bernardo, si coniuga con l’abbraccio all’amica affettuosamente accolta. L’esperienza mistica è un ritorno ad un’infanzia consapevole, dove tutto diventa spontaneo: il sorriso, l’amicizia, l’abbraccio, senza rigidità o falsi pudori, dove non esiste contrapposizione tra amore divino e amore umano. Allora secondo questo monaco, camminare verso Dio è camminare verso l’umano, così come camminare verso  l’umano è camminare verso Dio.

L’abbraccio del lebbroso in Francesco d’Assisi

Diverse analogie le troviamo nell’esperienza di san Francesco. Tutto il suo cammino di vita inizia con l’abbraccio  di un lebbroso. Episodio che segna la svolta della sua vita. Siamo nel 1206, incontrato il lebbroso, Francesco d’istinto si allontana, ma dopo pochi metri riflette e pensa che se vuole diventare cavaliere di Cristo, deve prima di tutto superare se stesso. Scese da cavallo e corse ad abbracciare il lebbroso. Dopo averlo stretto a se, risale sul cavallo e, voltatosi si accorge che il lebbroso era scomparso. Sarà grazie a quest’abbraccio che il santo di Assisi viene condotto a ritrovare se stesso, in una specie di trasfert che va dal lebbroso a Gesù e da Gesù a se. Da  quel momento inizia per Francesco una conversione come quella di Paolo sulle vie di Damasco. In quel lebbroso, come ci spiega Benedetto XVI, Francesco incontra Gesù che lo guarisce dalla sua lebbra, cioè dal suo orgoglio, e lo convertì all’amore di Dio. Francesco era molto rigoroso con se stesso, ma non lo era con gli altri. Francesco dimostrò con la sua vita che per essere santi bisogna essere umani, e per essere umani è necessario essere sensibili e teneri. La via della santità non è una via di rigidità o di chiusura, ma di compassione, di fraternità, di letizia. Una via di santità che spiega la speciale e splendida amicizia di Francesco con Chiara; amicizia vissuta nella trasparenza e nella convergenza verso l’amore di Dio.

          (per l’approfondimento leggi : ABBRACCIAMI di Carlo Rocchetta; capitolo 12; da  pag.229 a pag.238)

La parola alla  Chiesa

Papa Francesco nell’omelia della Messa celebrata l’ 8 gennaio 2016 a Casa Santa Marta, ha preso spunto  dalla Prima Lettura (1 Gv 4, 7-10) nella quale Giovanni parla dell’amore di Dio per noi e del nostro amore verso il prossimo, per sottolineare come sia Dio a cercarci, ad aspettarci, e pronto ad abbracciarci. Dobbiamo essere certi di una cosa, sempre: il Signore ci aspetta, vuole solo che apriamo la porta del nostro cuore. “Questa parola ‘amore’ è una parola che si usa tante volte e non si sa, quando si usa, cosa significhi esattamente. Cosa è l’amore? Delle volte pensiamo all’amore delle telenovele, no, quello non sembra amore. O l’amore può sembrare un entusiasmo per una persona e poi… si spegne. Da dove viene il vero amore? Chiunque ama è stato generato da Dio, perché Dio è amore. Non dice: ‘Ogni amore è Dio’, no: Dio è amore”.

“Quando noi abbiamo qualcosa nel cuore e vogliamo chiedere perdono al Signore, è Lui che ci aspetta per dare il perdono. Quest’Anno della Misericordia un po’ è anche questo: che noi sappiamo che il Signore ci sta aspettando, ognuno di noi. Perché? Per abbracciarci. Niente di più. Per dire: ‘Figlio, figlia, ti amo. Ho lasciato che crocifiggessero mio Figlio per te; questo è il prezzo del mio amore’. Questo è il regalo di amore”.

“Andare dal Signore e dire: ‘Ma tu sai Signore che io ti amo’. O se non me la sento di dirla così: ‘Tu sai Signore che io vorrei amarti, ma sono tanto peccatore, tanto peccatrice’. E lui farà lo stesso che ha fatto col figliol prodigo che ha speso tutti i soldi nei vizi: non ti lascerà finire il tuo discorso, con un abbraccio ti farà tacere. L’abbraccio dell’amore di Dio”.

Testimonianze

La testimonianza che vogliamo prendere in considerazione è proprio quella di san Francesco che ci fa riflettere sul fatto che è facile abbracciare chi riteniamo amico o chi è pulito e profumato, più difficile e fare ciò che ha fatto il santo.

Nessuno ha visto Dio. Nella vita spirituale la strada della immediatezza non funziona. Dio si lascia riconoscere tramite delle mediazioni. Fra le tante possibili (sacra scrittura, testimoni, chiesa, valori naturali….) ci sono anche le occasioni fortuite della vita quotidiana, come quella dell’incontro di Francesco d’Assisi con il lebbroso».

Domande per la condivisione

  • Riesco  a guardare l’Eucarestia nella prospettiva di un abbraccio che Dio padre compie verso me perché io possa poi compierlo verso gli altri?
  • La scena di  Francesco che abbraccia il lebbroso cosa suscita nel mio cuore?
  • L’abbraccio dunque è il segno di un viaggio che sta sempre davanti a noi; un viaggio che ha come destinazione  l’unione con Dio e con gli altri. Come percepisco questo e come lo attuo  nella mia vita personale e di coppia?

 Impegno da assumere

Alla luce di quanto detto in questo incontro decido di impegnarmi sin da ora a……….

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