Abbracciami-Cap-12-Parte-2

12-2-magnificat
L’attesa allarga il cuore perché io sento che non basto a me stesso nell’attesa usciamo da noi stessi, verso colui che tocca il ostro cuore, calma le nostre

 

Abbracciami

12° Cap. 2° Parte

Attendere la parola

Coltiva l’abbraccio del cuore: esso intuisce la fragilità e svela la sorprendente gioia di amare e di essere amato. Coltiva l’abbraccio del cuore: esso infonde il coraggio di ricominciare ed estrae il buon miele perfino dai frutti più amari. Non aver paura a lasciarti andare alla sua ebrezza. Coltiva l’abbraccio dentro la sua casa: esso supera la prigionia dell’io e del possesso e apre alla gioia della vita facendosi segno della divina Tenerezza. Coltiva l’abbraccio quando la prova prende il sopravvento e il dolore rende indifesi. Il tuo abbraccio si trasformi in benedizione. Dio è benedizione, tu sei benedizione, l’abbraccio è benedizione. Coltiva l’abbraccio del cuore. In ogni abbraccio sincero si nasconde Dio. L’abbraccio sgorga dalla grazia dello Spirito e trasmette la forza dell’umile amore.

(dal Testo “abbracciami”)

In ascolto della Parola

Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.                                                                                                                  (Mc 15,37-47)

Provocati  dalla parola

I quattro evangelisti  ci  raccontano la passione, la morte in croce e la sepoltura di Gesù. Quella che abbiamo appena proclamato è una pericope del vangelo secondo Marco che ci descrive cosa accadde subito dopo la morte di Gesù. La trafittura del costato del Cristo, da ferita diventa feritoia, porta aperta sul cuore di Dio. Qui il suo infinito amore per noi si lascia attingere come acqua che vivifica e bevanda che invisibilmente sazia e fa rinascere. Anche noi ci avviciniamo al corpo di Gesù calato dalla Croce e sostenuto dalle braccia della Madre. Ci avviciniamo « non camminando, ma credendo, non con i passi del corpo, ma con la libera decisione del cuore ». In questo Corpo esanime ci riconosciamo come sue membra ferite e sofferenti, ma custodite dall’abbraccio amoroso della Madre. Ma ci riconosciamo anche in queste braccia materne, forti e tenere insieme. Le braccia aperte della Chiesa-Madre sono come l’altare che ci offre il Corpo di Cristo e là , noi, diveniamo Corpo mistico di Cristo.

Forse i vangeli fanno una descrizione un po’ scarna di quel  corpo sceso dalla croce e deposto nelle braccia materne di Maria, ma l’arte  riesce ad  andare più in profondità. Innumerevoli sono i dipinti che troneggiano in diverse chiese, ma quella su cui voglio orientare l’attenzione è la Pietà cosiddetta “Vaticana” che fu realizzata, con marmo di Carrara, fra il 1498 e il 1499 da un Michelangelo appena ventitreenne, ed è la più rifinita di tutte le sue sculture. La particolarità di questo corpo marmoreo sta nel fatto che lo scultore ha usato un pezzo unico, quasi ad evidenziare il fatto che Madre e Figlio sono intimamente uniti.

Il dinamismo e la morbidezza delle linee, la resa plastica delle forme corporee e delle pieghe del panneggio, fanno della scultura uno dei capolavori del suo genio indiscusso. La figura rappresenta la Madonna che, col capo chino, tiene sulle ginocchia il figlio appena deposto dalla croce, sorreggendolo con la mano destra sotto il braccio di lui lasciato andare; nelle mani di Gesù sono visibili i fori della crocifissione.

La Pietà non narra il dolore di una madre, non mostra lo strazio del corpo martoriato di Cristo: l’una e l’altro, la vita e la morte, sembrano uniti insieme per andare oltre il significato del classico tema della deposizione. Una prima considerazione nella osservazione della Pietà, è una certa “innaturalezza” che riguarda la composizione. Chi terrebbe, infatti, in quella maniera, il corpo morto di una persona cara ?

È qualcosa che è anche poco praticabile, dato il peso del corpo senza vita, e richiederebbe sicuramente l’ausilio di altre persone. Inoltre, nella realtà, non se ne comprenderebbe la ragione. Qui si tratta dello strazio di una madre che ha dovuto assistere alla morte violenta e ingiusta del figlio.

Così quel corpo senza vita, spesso rappresentato in uno stato di rigidità  appoggiato sul grembo della madre, è la rappresentazione della piena accoglienza, della compenetrazione del dolore, che viene profondamente ed intimamente vissuto senza alcuna riserva.

Dunque, nella Pietà, è confermata quella piena accoglienza, che è perciò “viscerale”, e che trova, attraverso la postura fisica, la sua rappresentazione più diretta. La Maria di Michelangelo non sembra interessata a “mostrare” il figlio tolto dalla croce, sebbene lo custodisca in grembo.

Non intende fare opera di “edificazione”, “denunciare” direttamente il misfatto compiuto e tutta la sofferenza che ne è derivata. Non “chiede” neppure compassione, né mostra il suo dolore. I suoi occhi sono abbassati, chiusi. Il suo sguardo è rivolto altrove, “oltre” tutto ciò.

Sul volto di Maria il dolore, il pianto, la disperazione si sono eclissati. Non c’è neppure traccia di rancore, e anche il desiderio di vendetta o di giustizia è assente. E’ apparso, invece, qualcosa di straordinariamente diverso e sconosciuto, che sembra quasi impossibile e che ci interroga, ci attanaglia, ci scuote nelle profondità, ci toglie il fiato e la parola. Lo sguardo di Maria sembra essersi ritirato in un luogo interiore, profondo, inaccessibile e inviolabile. Il viso della Madonna sembrerebbe spiazzarci, tanto sembra, a prima vista, lontano da quello che ci saremmo aspettati, in quel contesto.

Il volto del Cristo,  nella composizione scultorea, per la sua posizione,  restituisce la sensazione del “tutto è compiuto”. Il viso è dolce, morbido, sereno, “luminoso”, pacificato. Una compostezza che richiama quella della madre. Michelangelo, a soli 23 anni, si presenta non solo come un insuperato scultore, ma anche come un raffinatissimo ed illuminato saggio.

E ci consegna, e ci affida, un “messaggio”, inciso nella pietra, che supera ogni confine di tempo e spazio, e tocca e parla alla universalità degli uomini, quasi un testamento spirituale di ciò che può essere stata la sua percezione dell’essere partecipi della vita, qui, su questa unica Terra.

L’abbraccio nunziale in Teresa d’Avila

Nell’autobiografia di santa Teresa d’Avila, riformatrice dell’ordine carmelitano, l’ascesa dell’anima si realizza attraverso quattro stadi di orazione: l’orazione di raccoglimento, l’orazione di quiete, l’orazione di unione, l’orazione di trasformazione, con la consegna crocifissa di se stessa al fuoco dell’infinito amore di Dio. La santa descrive più volte nei suoi scritti le ineffabili esperienze mistiche che viveva con Gesù. Teresa  lasciò molti scritti, fra cui il capolavoro dal titolo: il Castello Interiore. Essa  paragona il cammino dell’anima contemplativa ad un castello composto da sette camere interne: l’ingresso, la sosta, la prova dell’amore le prime esperienze soprannaturali, l’allegoria del baco da seta, le estasi e il fidanzamento spirituale, il matrimonio mistico. Il percorso, come ogni cammino ascetico-mistico, è un intrecciarsi di presenza e assenza, possesso e desiderio, attività e passività, ma il punto di arrivo è l’abbraccio con il quale la Trinità accoglie l’anima nell’intimo di sé e la rende partecipe della sua eterna pericoresi amante.

Credo sia utile  spiegare il significato  del  termine pericoresi  (da pericóresis, “penetrazione”, e pericoréo, “ruotare”, “movimento circolare”). E’ un termine specifico della Teologia Trinitaria, ed indica la compenetrazione reciproca e necessaria delle Tre Persone divine nella Trinità, sulla base dell’unità di essenza in Dio. Le tre ipostasi ( che vuol dire sostanza) del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo “si muovono l’una nell’altra”, ossia si appartengono a vicenda.

La dottrina della pericoresi ha il suo fondamento biblico in Gv 10,30-38  dove Gesù afferma: “Io e il Padre siamo una cosa sola. [..] Io sono nel Padre e il Padre è in me” (cfr. anche Gv 14,9-11; 17,21).

Tornando al castello di santa Teresa l’unione trasformante viene descritta come un abbraccio nunziale nel grembo stesso della trinità. Teresa , una delle più grandi mistiche della storia fu anche una delle più attive riformatrici della Chiesa. Viaggiò molto, dando vita a numerosi monasteri in tutte le parti del mondo. Molto conosciuta è l’amicizia spirituale con san Giovanni della Croce, con il quale collaborò per riformare l’ordine carmelitano. Dai suoi scritti tuttavia emerge il fatto che la santa aveva altre amicizie da cui traeva vantaggi per il suo cammino di santità. Siamo dinanzi ad una spiritualità in cui l’abbraccio mistico non viene compreso come separato o separabile dall’abbraccio fraterno, anzi secondo la santa, il vero mistico è colui che sa coniugare  contemplazione e condivisione, solitudine e amicizia. Con estrema precisione teologica, Teresa spiega che se Dio è amore, lo si trova proprio accogliendo ogni persona come un dono di grazia.

“Abbraccio,  dunque sono”

Dall’esempio delle figure di cui abbiamo parlato e di altre di cui avremmo potuto parlare  emerge come l’abbraccio possa arrivare, a cime altissime, fino a parlare di grandi esperienze mistiche e, come nella croce, unisca sempre la dimensione verticale e quella orizzontale in un unità indissociabile. L’abbraccio è come una benedizione e solo quando ci si sente amati dall’infinita tenerezza di Dio-Trinità si è in grado di aprirsi alla tenerezza verso il prossimo. E’ utile ricordare l’assioma cartesiano “Cogito, ergo, sum”, cioè “penso, dunque, sono”. Il verbo “cogito”, cioè “penso”, può essere sostituito da altri  verbi come per esempio: “sentire”, “amare”, “sentirsi amati”,  “adorare”.

La ragione riveste un ruolo fondamentale, ma deve sapersi coniugare con il “sentire” aprendosi  verso una duplice direzione , verso l’alto e verso il basso. Il cuore conosce e conosce ordini  di  realtà a cui la ragione da sola non è in grado di pervenire. E’ il cuore che sente Dio, non la ragione. Ed ecco cos’è la fede: Dio sensibile al cuore e non alla ragione. La fede è un abbraccio di Dio verso di noi e una risposta di abbraccio di noi verso di Lui. Questo  è il senso della croce, il mistero della Chiesa-madre, dei sacramenti dell’Eucarestia e della preghiera: sentirsi avvolti, nella grazia dello  Spirito, dell’amore ineffabile di Dio-Trinità.

Il secondo verbo è “diligo”, “ergo”,” sum”, cioè “amo”, “dunque”, “sono”.   Il sentire infatti non è fine a se stesso ma rimanda all’amore come vocazione fondamentale della persona umana creata ad immagine e somiglianza di Dio-Amore. Essere è amare, amare è essere. Poi abbiamo citato il verbo “diligor” che vuol dire “sono amato”. Quindi “sono amato, dunque sono”. Soltanto quando si è amati si diventa capaci di rispondere all’amore con l’amore, dando un senso nuovo al nostro essere e agire. E anche se non avessimo avuto il dono di essere stati amati o avessimo sperimentato solitudine, delusione del tradimento la Bibbia ci insegna che  Dio è Padre e Madre, Sposo e Amante fedele, e che ognuno di noi è amato da Lui con una tenerezza unica, personale e indistruttibile. Chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Attraverso un abbraccio si può fare in modo che l’altro si senta amato.

Abbiamo citato pure il verbo “adoro ergo sum”. A partire dalla consapevolezza di amare ed essere amati, la vita si trasforma in un gesto di  riconoscimento verso colui che si dona continuamente a noi stessi. La persona che adora Dio sa che il suo abbracciare non è che un riflesso imperfetto ma reale dell’abbraccio della Trinità e non può non esserne grato. A capire meglio ciò ci viene in aiuto la famosa frase che leggiamo nel romanzo del piccolo principe: ”l’essenziale è invisibile agli occhi, lo si vede solo con gli occhi del cuore”. Nella forza della grazia divina, l’abbraccio conduce ad attivare questi ”occhi del cuore”, ben oltre le apparenze, con la capacità di cogliere quell’essenziale invisibile alla percezione della sola mente. “Dove regna l’amore, lì vi sono occhi che sanno vedere” (san Tommaso d’Aquino).

       ( per l’approfondimento leggi : ABBRACCIAMI di Carlo Rocchetta; capitolo 12; da  pag.238  a pag.246 )

La parola alla  Chiesa

nell’esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia, “Amoris Laetitia”, Papa Francesco dedica tre paragrafi alla tenerezza dell’abbraccio. Li riportiamo testualmente (n° 27-28-29).

  1. Cristo ha introdotto come segno distintivo dei suoi discepoli soprattutto la legge dell’amore e del dono di sé agli altri (cfr Mt 22,39; Gv 13,34), e l’ha fatto attraverso un principio che un padre e una madre sono soliti testimoniare nella propria esistenza: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13). Frutto dell’amore sono anche la misericordia e il perdono. In questa linea, è molto emblematica la scena che mostra un’adultera sulla spianata del tempio di Gerusalemme, circondata dai suoi accusatori, e poi sola con Gesù che non la condanna e la invita ad una vita più dignitosa (cfr Gv 8,1-11).
  2. Nell’orizzonte dell’amore, essenziale nell’esperienza cristiana del matrimonio e della famiglia, risalta anche un’altra virtù, piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali: la Tenerezza. Ricorriamo al dolce e intenso Salmo 131. Come si riscontra anche in altri testi (cfr Es 4,22; Is 49,15; Sal 27,10), l’unione tra il fedele e il suo Signore si esprime con tratti dell’amore paterno e materno. Qui appare la delicata e tenera intimità che esiste tra la madre e il suo bambino, un neonato che dorme in braccio a sua madre dopo essere stato allattato. Si tratta – come indica la parola ebraica gamul – di un bambino già svezzato, che si afferra coscientemente alla madre che lo porta al suo petto. E’ dunque un’intimità consapevole e non meramente biologica. Perciò il salmista canta: «Io resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre» (Sal 131,2). Parallelamente, possiamo rifarci ad un’altra scena, là dove il profeta Osea pone in bocca a Dio come padre queste parole commoventi: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato […] (gli) insegnavo a camminare tenendolo per mano […] Io lo traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (11,1.3-4).
  3. Con questo sguardo, fatto di fede e di amore, di grazia e di impegno, di famiglia umana e di Trinità divina, contempliamo la famiglia che la Parola di Dio affida nelle mani dell’uomo, della donna e dei figli perché formino una comunione di persone che sia immagine dell’unione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. L’attività generativa ed educativa è, a sua volta, un riflesso dell’opera creatrice del Padre. La famiglia è chiamata a condividere la preghiera quotidiana, la lettura della Parola di Dio e la comunione eucaristica per far crescere l’amore e convertirsi sempre più in tempio dove abita lo Spirito.

Testimonianze

La figura su cui rifletteremo è quella di una Beata che possiamo definire  “donna dalle molte vite”: madre Rosa Gattorno. Fu sposa, madre, suora e fondatrice di una congregazione religiosa: le figlie di sant’Anna (presenti anche a Caltanissetta).  Le molteplici esperienze della sua vita, per buona parte profondamente traumatizzanti, hanno temprato in lei una personalità complessa e semplice nello stesso tempo.

Madre Rosa  Gattorno nacque a Genova il 14 ottobre 1831 in una famiglia benestante e di solida fede cristiana. Fin da piccola  mostrò di avere un indole caritatevole e altruista, infatti quando, prima la nonna e poi la mamma  si ammalarono lei le assistette amorevolmente. All’età di 22 anni sposò un suo parente, Girolamo Custo, un bravo ragazzo pieno di buone qualità. Gli sposi si stabilirono a Marsiglia, dove Girolamo aveva la sede dei suoi commerci, ma presto dovettero tornare a Genova perché gli affari cominciarono ad andare male. Dopo un certo periodo il lavoro cominciò ad andare bene e dopo l’acquisto di una nuova casa gli sposi furono allietati dalla nascita di tre figli, Carlotta, Alessandro e Francesco.  Ma anche questa volta la felicità per Rosa fu di breve durata. Carlotta a causa di una brutta malattia divenne sordomuta, il marito si ammalò di tubercolosi e ben presto morì e dopo 3 mesi morì anche Francesco, che aveva solo pochi mesi. Rimase sola con Carlotta ed Alessandro. Il padre di Rosa allora la fece rientrare a casa sua con i suoi due bambini. Rosa dunque entrava nelle stanze della sua giovinezza, dopo appena 6 anni da quando vi era uscita col velo di sposa. Vi rientrava a lutto e con due bambini piccoli. Queste grandi sventure avrebbero potuto inasprire l’animo di Rosa portandola a dubitare della bontà di Dio, invece non fu così. Lei si legò tantissimo alla Vergine Addolorata e a Gesù  Crocifisso. Lei capì che la sua vita doveva essere spesa non solo al servizio della sua famiglia, ma anche al servizio di Dio e dei suoi fratelli, specialmente i più poveri ed abbandonati. Rosa chiamava il Crocifisso : ”il mio Bene”.

Le sue tante sventure, lungi dall’allontanarla da Gesù, le avevano svelato  il mistero della “Croce”, e ne aveva provato un fascino tale da giungere ad una santa follia. Un giorno mentre si trovava in un santuario mariano, in adorazione davanti al SS. Sacramento, si sentì tutta assorbita al sangue di Gesù Cristo, provando insieme sentimenti ineffabili di unione intima con Gesù e di ardentissimo amore.

Il fatto si ripetè più volte in seguito finchè Rosa capì di dover intraprendere  la via del calvario per unirsi interamente al suo Crocifisso. Rosa dirà: “solo il calvario è il posto sicuro per fermarmi”. Più aumentavano in lei i doni mistici e più Rosa aumentava le sue aspre penitenze per amore di Gesù Crocifisso. Dio concedeva alla sua serva alti doni di unione mistica. Lei stessa racconta nei suoi scritti l’intima unione che l’assorbiva tutta nel suo diletto. Racconta inoltre delle delizie ineffabili e dei rapimenti che le regalava il suo diletto specialmente nel segreto della sua camera, dato che Rosa aveva chiesto ed ottenuto da Gesù di non avere mai in pubblico manifestazioni straordinarie. Dovette affrontare una durissima prova:  “la notte oscura”.

Piena di amor di Dio non si limitava soltanto ad accudire la sua famiglia e ad aiutare i poveri, ma si dedicò a molte opere caritative della sua città. Nella vita spirituale di Rosa emergevano sempre più due elementi: la PREGHIERA e la PARTECIPAZIONE CONCRETA ALLA PASSIONE DI GESU’.

La sera stessa in cui si chiudeva un anno di digiuno ricevette particolari lumi dal Signore. Gesù le rivelò che la chiamava a fondare un nuovo istituto e le diede anche la regola. Il pensiero dei figli e degli anziani genitori le fece salire il pianto alla gola, e le pareva di morire. Ottenne il permesso di consultare il Santo Padre Pio IX. Il sommo Pontefice quando la incontrò le disse che aveva letto la regola e che l’aveva trovata molto bella, e la spronò a metterla subito in esecuzione. Rosa subito si mise in ginocchio e fece notare al santo Padre come avesse i vecchi genitori e due vigli bisognosi di cure materne.

Il Papa le rispose: “ non serve, così Dio vuole”. Ma Rosa soggiunse: “oh no Santità… il buon Dio secondo il santo vangelo mi chiederà conto dei miei figli!!”. Ma il Papa le disse in tono severo: “ orbene, se tu non farai ciò che Dio vuole da te  ne avrai rimorso per tutti i giorni della nostra vita, ti rimorderà la coscienza e non avrai più pace”. Allora Rosa chinato il capo disse: “ Santità io voglio fare la volontà di Dio”. Da quel  “sì” nasceva il nuovo  istituto che doveva poi chiamarsi delle ” figlie di sant’Anna”

Pio IX  poi come ispirato disse:”….questo istituto si estenderà rapidamente come volo di colomba in tutte le parti del mondo, Dio penserà ai tuoi figli e tu pensa a Dio e all’opera sua”. Dopo l’incontro col Papa la decisione era presa, occuparsi della nuova fondazione.

La piccola comunità si mise subito all’opera. Il tempo era diviso fra la preghiera, le visite agli infermi e ai poveri. La vita che conducevano era molto austera e faticosa ma Rosa fu molto coraggiosa e tenace e abbracciò con forza e costanza non solo il “suo Bene” ma anche tutto ciò che Egli le chiedeva. Morì all’età di 69 anni dopo avere ricevuto tutti i sacramenti. Gesù ha detto che dal frutto si conosce l’albero. L’ istituto delle figlie di sant’Anna  fondato da madre Rosa Gattorno ha dato e continua a dare buoni ed abbondanti frutti.  Grazie Gesù che attraverso anime sante continui a sostenere e a fortificare la nostra Santa Madre Chiesa. Il 9 aprile viene proclamata beata da san Giovanni Paolo II alla presenza delle figlie di sant’Anna venute dai cinque continenti, dove ancora oggi fanno un instancabile lavoro.

Domande per la condivisione

  • Riesco  a sentire la tenerezza dell’abbraccio di Gesù,  quando mi sento una barchetta travolta dalle onde in tempesta  del mare della vita?  Oppure mi sento sola e abbandonata anche da Lui?
  • Quali sentimenti provo nel cuore quando contemplo  la “pietà di Michelangelo” dove quel  Figlio, che è morto per me, è amorevolmente abbracciato da sua Madre ?

Impegno da assumere

Alla luce di quanto detto in questo incontro decido di impegnarmi sin da ora a………

Gruppi di Spiritualità della Tenerezza