Abbracciami-Cap-7-Parte-1

Madre Teresa di Calcutta
Madre Teresa di Calcutta

Abbracciami

Capitolo 7  Parte Prima

Attendere la parola

Non permettere mai che qualcuno venga a te e vada via senza essere migliore e più contento.
Sii l’espressione della bontà di Dio. Bontà sul tuo volto e nei tuoi occhi, bontà nel tuo sorriso
e nel tuo saluto. Ai bambini, ai poveri e a tutti coloro che soffrono nella carne e nello spirito offri sempre un sorriso gioioso. Dai a loro non solo le tue cure ma anche il tuo cuore.

                          (Madre Teresa di Calcutta)

In ascolto della parola

Lc. 7,11-17

In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.  Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: “Non piangere!”  Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Ragazzo, dico a te, àlzati!” Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi”, e: “Dio ha visitato il suo popolo”. Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Provocati  dalla parola

In questa pericope, Luca ci racconta un episodio, con la  maestria pittorica che lo contraddistingue. Con  poche, ma chiare pennellate, dipinge un quadretto che ha come cornice la città di Nain, situata nella regione della Galilea  a circa dodici chilometri a sud-est della cittadina di Nazaret.

A questo piccolo paesino Gesù giunge accompagnato dai discepoli e da una folla numerosa, che canta e loda Dio con gioia. La maggior parte proviene da Cafarnao, altri si sono aggiunti in seguito. Mentre Egli sta per entrare attraverso la porta cittadina, ecco uscirne un corteo funebre. S’incontrano dunque due processioni: la processione “della morte”, che esce dalla città ed accompagna la vedova che porta il suo unico figlio verso il sepolcro, e la processione “della vita“, che entra in città ed accompagna Gesù. Il luogo dell’incontro è la piccola piazza accanto alla porta della città di Nain.

Il corteo funebre conduce alla tomba un giovanetto; la madre del defunto, che è vedova ed aveva quel solo figlio, segue la salma.

Il Vangelo racconta con straziante semplicità che il giovanetto era l’unico figlio di una madre rimasta vedova. Su quel figlio la povera madre aveva concentrato tutto il suo amore e le sue speranze. Ed ora veniva proprio colpita nel suo affetto più caro.

E’ la compassione che spinge Gesù a parlare e ad agire. Compassione significa letteralmente “soffrire con”, assumere il dolore dell’altra persona, identificarsi con lei, sentire con lei  il dolore. E’ la compassione che mette in azione in Gesù il potere, il potere della vita sulla morte, il potere creatore.

Quindi si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Ragazzo, dico a te, àlzati!”. Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. E lo restituì a sua madre.

Immaginiamo adesso di essere noi stessi  presenti alla scena. Non è difficile supporre  che la gioia della madre nel vedere la sua creatura tornata in vita, si sia espressa con un abbraccio.

Abbraccio di chi aveva perso  quanto di più caro le fosse rimasto, il figlio, che ora da Dio  le viene ridonato come nel giorno in cui era nato.

Si realizza in questo caso l’ abbraccio contemplativo della madre che tiene i tra le mani la sua creatura appena nata. E’ un atmosfera di stupore prima ancora che di ringraziamento. La forza dell’amore che suscita l’abbraccio è contemperata dalla paura della fragilità della creatura stessa.

L’abbraccio della  vedova di Nain presuppone l’esperienza della sacralità di quel momento; il divino le si è svelato in tutta la sua potenza, ed il suo corpo non ha potuto fare a meno di slanciarsi nella tensione di quel contatto fisico.

L’Abbraccio Genitoriale

Il contatto fisico è il modo più diretto  per comunicarsi amore  nella relazione fra genitori e  figli. Portati in braccio e coccolati, i neonati,  sviluppano una più viva coscienza di se e un io-affettivo più stabile rispetto agli altri. Minuscoli recettori tattili, situati in tutto il corpo dei piccoli, se sollecitati o toccati, inducono attraverso le terminazioni nervose, impulsi nel cervello tali da provocare benessere, fiducia e vitalità. La corteccia cerebrale per svilupparsi ha bisogno di essere toccata, accarezzata e abbracciata, naturalmente nelle sue  terminazioni corporee.

Il transfert dell’abbraccio genitori-figli

Gli abbracci sono, dunque, fondamentali per l’autostima del bambino; sono la base di partenza per la percezione della loro identità.

Un transfert materno che comincia  già durante il periodo della gravidanza grazie ai messaggi che la madre invia al piccolo, continuerà nell’atto della nascita dello svezzamento e oltre.

Prima di nascere il bimbo vive in uno spazio, il grembo della madre, che ha la forma esatta di un abbraccio. Al momento della nascita, ha bisogno di un habitat che lo accolga, analogo a quello in cui è vissuto per nove mesi. Quale miglior abbraccio che la pancia della mamma:  il suo tepore, il suo odore, il ritmo della respirazione che con dolcezza lo porta su e giù cullandolo.

I genitori  fanno da specchio all’identità del figlio. Fino a sei- sette mesi il legame è fortissimo con la madre, poi il bimbo comincia a far riferimento agli altri familiari, in particolare al padre.

 Ci riferisce Frederick Leboyer, ginecologo e ostetrico francese, precursore del cosiddetto parto dolce, che “essere portati, cullati, accarezzati, essere tenuti, massaggiati, sono tutti nutrimenti indispensabili per i piccoli, come le vitamine, i sali minerali e le proteine, se non di più “.

Di fatto, ogni abbraccio corporeo stimola la produzione di endorfine, responsabili come sappiamo dello stato di benessere dell’individuo.

In un momento come questo, che ci ha visti impegnati a discutere sul significato e sui pericoli dell’ “ideologia del Gender” è importante ricordare e sottolineare che il processo di identificazione sessuata è strettamente collegato al contatto corporeo con il genitore omologo. Di qui, la necessità degli abbracci genitoriali, non solo come segno di affetto, ma come accettazione della propria identità di genere.

Non esiste un figlio cattivo, esiste solo un figlio non amato

Secondo gli psicologi, come il corpo ha bisogno del cibo, così l’io-spirituale ha bisogno dell’amore. Se diamo loro solo le cose materiali, di cui pur necessitano, avremo dei bambini ben accuditi ma non nutriti.

E’ importante anche sottolineare che spesso, dietro un bimbo inquieto o iperattivo, non vi è un figlio cattivo ma, solo un figlio non amato.

Inoltre bisogna fare una distinzione fra i desideri e i bisogni: i primi appartengono all’avere, i secondi all’essere; i primi guardano a obiettivi fuori del bambino; i secondi sono relativi all’identità stessa della sua persona. Il termine desiderio vuol dire avere aspirazioni alte, spesso irraggiungibili che,  se eccessive, possono penalizzare i reali bisogni della persona o addirittura bloccarli.

I bisogni sono così essenziali per la realizzazione del bene-essere della persona che talvolta possono esigere di rinunciare ai desideri o a qualcuno di essi quando si oppongano loro. Infatti possiamo dire che l’analisi è la via della mente, l’abbraccio è la via del cuore.

Diciamo allora che il sentirsi abbracciati costituisce una inesauribile sorgente di crescita e di guarigione.

L’abbraccio appartiene al linguaggio delle carezze che consiste nel non impadronirsi di niente, nel sollecitare ciò che sfugge continuamente dalla sua forma verso un avvenire, nel sollecitare ciò che si sottrae come se non fosse ancora. Stiamo parlando del grande capolavoro di Emmanuel Levinas , “totalità e infinito”. Questo filosofo francese, morto a Parigi nel 1995, ci consente di  vedere l’abbraccio nel “già” e” non ancora”. Questo vuol dire che durante un abbraccio io già ne gusto la bellezza, il calore e la tenerezza, ma  alla fine di esso avrò solo il desiderio di un altro abbraccio.

(per l’approfondimento leggi : ABBRACCIAMI di Carlo Rocchetta; capitolo 7 da pag.135 a pag.142)

La parola alla  Chiesa

Nel dare la parola alla Chiesa  facciamo riferimento all’ Esortazione Apostolica “familiaris consortio” di san Giovanni Paolo II, pubblicata il 22 novembre del 1981 e rivolta all’episcopato, al clero ed ai fedeli di tutta la Chiesa Cattolica circa i compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi. Leggiamo testualmente cosa il pontefice  dice al n° 26:

“Nella famiglia, comunità di persone, deve essere riservata una specialissima attenzione al bambino, sviluppando una profonda stima per la sua dignità personale, come pure un grande rispetto ed un generoso servizio per i suoi diritti. Ciò vale per ogni bambino, ma acquista una singolare urgenza quanto più il bambino è piccolo e bisognoso di tutto, malato, sofferente o portatore di handicap.

Sollecitando e vivendo una premura tenera e forte per ogni bambino che viene in questo mondo, la Chiesa adempie una sua fondamentale missione: è chiamata, infatti, a rivelare e a riproporre nella storia l’esempio e il comandamento di Cristo Signore, che ha voluto porre il bambino al centro del Regno di Dio: «Lasciate che i bambini vengano a me… perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio» (Lc 18,16; cfr. Mt 19,14; Mc 10,14).

Ripeto nuovamente quanto ho detto all’assemblea generale delle Nazioni Unite il 2 ottobre 1979: «Desidero… esprimere la gioia che per ognuno di noi costituiscono i bambini, primavera della vita, anticipo della storia futura di ognuna delle presenti patrie terrene. Nessun paese del mondo, nessun sistema politico può pensare al proprio avvenire se non attraverso l’immagine di queste nuove generazioni che dai loro genitori assumeranno il molteplice patrimonio dei valori, dei doveri e delle aspirazioni della nazione alla quale appartengono e di tutta la famiglia umana.

La sollecitudine per il bambino ancora prima della sua nascita, dal primo momento della concezione e, in seguito, negli anni dell’infanzia e della giovinezza, è la primaria e fondamentale verifica della relazione dell’uomo all’uomo. E perciò, che cosa di più si potrebbe augurare a ogni nazione e a tutta l’umanità, a tutti i bambini del mondo se non quel migliore futuro in cui il rispetto dei diritti dell’uomo diventi piena realtà nelle dimensioni del duemila che si avvicina?» (2 Ottobre 1979).

L’accoglienza, l’amore, la stima, il servizio molteplice ed unitario – materiale, affettivo, educativo, spirituale – per ogni bambino che viene in questo mondo dovranno costituire sempre una nota distintiva irrinunciabile dei cristiani, in particolare delle famiglie cristiane: così i bambini, mentre potranno crescere «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52), porteranno il loro prezioso contributo all’edificazione della comunità familiare e alla stessa santificazione dei genitori (cfr. «Gaudium et Spes», 48).”

Dopo aver  letto le meravigliose parole di Giovanni Paolo II   facciamo riferimento adesso al caso in cui abbracciare diventa difficile perché l’altro ci provoca ripugnanza, magari perché gravemente malato.

Antonio Aste era la prima volta che usciva dall’ospedale Santissima Trinità di Cagliari, dove si trova uno dei due reparti, l’altro è a Genova, che in Italia ospitano malati di lebbra.
Ha 90 anni e dal 1960 non è mai uscito dal nosocomio. La lebbra è una malattia che emargina, che toglie il respiro, perché sei reietto. Antonio non sa come contrasse il morbo. Parla con un filo di voce e con un filo di voce ha detto a Papa Francesco: «Oggi sono un uomo libero». Nessuno abbraccia un lebbroso. Lo fece Francesco ad Assisi per indicare con quel gesto la sua opposizione a tutto ciò che era considerato normale, ma non adatto al Vangelo. Lo ha fatto Papa Francesco durante l’incontro con gli ammalati nel santuario di Nostra Signora di Bonaria e Wojtyla nel lebbrosario di “Sorok Do” in Corea
.  Antonio è cieco, la lebbra si è portata via prima un occhio e poi un altro quarant’anni fa. Ti stringe forte le mani, deformate dalla malattia e dice in un soffio: «Se l’avessi potuto vedere…». Poi aggiunge: «Ho sentito il suo abbraccio e il suo bacio sulla mia guancia. È una bellissima persona».

Testimonianze

Fra le sante che la Chiesa ricorda sono numerose le mamme che potremmo prendere come testimoni. Vogliamo oggi attenzione Santa Rita.

E’ una delle Sante più amate ed è oggetto di una straordinaria devozione popolare perché è molto amata dal popolo che la sente molto vicina per la “normalità” dell’esistenza quotidiana da Lei vissuta, prima come sposa e madre, poi come vedova e infine come monaca agostiniana. 

La vita non le risparmiò nulla: giovanissima fu data in sposa ad un uomo iroso e brutale col quale ebbe due figli, tuttavia con il suo tenero amore e passione riuscì a trasformare il carattere del marito e a renderlo più docile. Ma accadde che il marito fu assassinato; Rita fu molto afflitta per l’atrocità dell’avvenimento. Cercò dunque rifugio e conforto nell’orazione con assidue e infuocate preghiere nel chiedere a Dio il perdono degli assassini di suo marito.

Contemporaneamente  intraprese un’azione per giungere alla pacificazione, a partire dai suoi figlioli, che sentivano come un dovere la vendetta per la morte del padre. Rita si rese conto che le volontà dei figli non si piegavano al perdono, allora  prego il Signore offrendo la vita dei suoi figli, pur di non vederli macchiati di sangue. “Essi moriranno a meno di un anno dalla morte del padre”.
Ella però non si abbandonò al dolore, alla disperazione, al rancore o al desiderio della vendetta, anzi riuscì in modo eroico a sublimare il suo dolore attraverso il perdono. Si adoperò instancabilmente per riappacificare la famiglia del marito con gli assassini, interrompendo cosi la spirale di odio che si era creata. Entrò in convento e lì visse gli ultimi 40 anni di vita in assidua contemplazione, penitenza e preghiera, completamente dedita al Signore. Santa Rita, 15 anni prima di morire, ricevette la singolare “spina” di quella piaga che le si stampò dolorosa sulla fronte, che incessantemente le procurò i terribili dolori e le sofferenze inaudite della coronazione di spine. Rita avrebbe potuto continuare ad abbracciare i suoi figli su questa terra, ma ha voluto deporli nelle braccia di Dio, in un abbraccio materno che è  abbraccio di salvezza eterna.

Domande per la condivisione

  • Ci è mai capitato di sentire Gesù accanto, anche fisicamente? Magari attraverso la guida spirituale, quando ha detto: “Non piangere, sii fiduciosa, vedrai che questo dolore passerà e rimarrà solo il ricordo di un brutto momento. Offri a Lui e starai meglio. E, se non passa, quella è la tua croce: Gesù ti darà la forza per portarla”.
  • In questi casi, come alla vedova, Gesù non ci chiede niente di particolare, ma di fidarci soltanto di Lui, anche se non capiamo. Solo così Egli ci porterà tra le sue braccia  come una mamma con la sua creatura appena nata. Noi ci affidiamo veramente in Lui lasciandogli tutto nelle sue mani dopo aver fatto la nostra parte ?
  • La compassione spinse Gesù a risuscitare il figlio della vedova. Il dolore degli altri produce in me la stessa compassione? Cosa faccio per aiutare l’altro a vincere il dolore e a rendere nuova la sua vita?
  • Gesù non conosceva questa donna, quindi la compassione che Gesù chiede a noi, da questo momento in poi, non è solo per le persone che amiamo, ma anche per le persone che non conosciamo e soprattutto per quelle che ci fanno soffrire. Ho mai sperimentato come un abbraccio può sciogliere le paure e far crollare mura che si sono erette?
  • In che modo io utilizzo, all’interno della mia famiglia, il linguaggio dell’abbraccio?

Impegno da assumere

Alla luce di quanto detto in questo incontro quale impegno voglio assumere per vivere e migliorare il mio ruolo di genitore?

( Sintesi di  Rosa Maria Todaro, parrocchia  San luca)

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