Abbracciami-Cap-7-Parte-2

Signore: Per tutte le mamme che consumano la loro vita, giorno dopo
Signore: Per tutte le mamme che consumano la loro vita, giorno dopo

Abbracciami

Capitolo 7  Parte Seconda

 

Attendere la parola

Ti preghiamo, o Signore: Per tutte le mamme che consumano la loro vita, giorno dopo giorno, a servizio dei figli, e serenamente affrontano il “terribile quotidiano”, perchè trovino in Te il sostegno e la forza di continuare anche nei momenti di stanchezza e di sfiducia.

Ti preghiamo, o Signore: Per tutte le mamme che piangono gli errori e le cadute dei figli, e soffrono di sentirli lontani, perchè nella fede riscoprano il motivo vero della loro dedizione completa, anche nell’ora dell’abbandono.

Ti preghiamo, o Signore: Per tutti i genitori che, distratti da molteplici impegni, rischiano di dimenticare che non si educa con le parole, ma con l’esempio e la coerenza, perchè trovino il coraggio di verificare la vita alla luce dell’esempio di Maria.

 In ascolto della parola

Lc 15,17-24

Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.       

Provocati  dalla parola

Ci soffermiamo soltanto nella parte centrale della parabola del “Padre Misericordioso”. Dopo aver descritto la vita dissoluta del figlio minore, il padre torna sulla scena per compiere gesti incredibili: vede da lontano  il figlio, il che segnala che lo attende da quando si è allontanato da casa, prova compassione, gli corre incontro, gli si aggrappa al collo e lo bacia. Il figlio aveva preparato un discorso, ma non c’è bisogno di parole; il padre ordina ai servi di tirar fuori il miglior vestito, di mettergli l’anello al dito e i sandali ai piedi, ammazzare il vitello grasso e festeggiare. Fra tutte le azioni che il padre compie per il figlio minore quella decisiva, che segnala la svolta della parabola, è condensata nel verbo “ebbe compassione”. Senza compassione è impossibile correre incontro al figlio, gettarsi al suo collo e reintegrarlo nella dignità perduta. Giovanni Paolo II nella sua enciclica “Dives in Misericordia”, dedica il quarto capitolo al commento di questa parabola, sottolineando che  quel padre restituisce al figlio la sua dignità perduta.

Se noi imparassimo, seguendo gli insegnamenti di sant’Ignazio di Loyola, ad immaginare noi stessi presenti all’interno della scena biblica, non sarebbe difficile capire quali sono stati i sentimenti di quel figlio abbracciato e del padre che non vuole neanche ascoltare giustificazioni. In  quell’abbraccio c’è tutto: amore paterno, accoglienza, perdono, gioia incontenibile. Sembra di vederlo, questo padre, non appena scorge il figlio in lontananza: non gli sembra vero, la commozione lo assale, un nodo di pianto gli sale alla gola e si mette a correre, come impazzito  di gioia, si getta al collo del figlio, lo tiene stretto a sé, continuando a singhiozzare per la gioia. Il figlio non ha mai cessato per suo padre di essere figlio, e un figlio infinitamente amato. Non un rimprovero, non una predica, solo un abbraccio che esprime la gioia del ritorno.

E’ utile riportare alla mente e al cuore, questi versetti che l’evangelista Luca, come un vero pittore, ci ha regalato in tutte le sue sfumature più belle, per potere capire  quale grande importanza ha un  abbraccio nelle relazioni genitori-figli.

L’Abbraccio:  per essere buoni genitori

Il più grande regalo che un marito possa offrire ai figli è di amare la propria moglie e viceversa. Il fondamento dell’educazione dei figli è l’amore di coppia. I bambini hanno bisogno di vedere  i genitori come genitori affettivamente uniti. Al figlio non basta che i genitori lo vogliano bene, ma ha bisogno che i genitori si vogliano bene. E’ da questa nuzialità che il figlio trae sicurezza per la sua vita e il suo futuro. Quindi per un genitore, lavorare per il proprio matrimonio, significa lavorare per il bene del proprio figlio.

L’abbraccio genitoriale è, dunque, la linfa vitale non solo della nuzialità, ma di ogni progetto educativo: la tenera fortezza della madre e la forte tenerezza del padre. Senza questa linfa non esiste crescita dell’io del bambino e non è possibile un suo pieno sviluppo. Una buona percentuale dell’azione educativa dipende dal tipo di affettività che i genitori vivono fra loro. Se il tipo di relazione è di tenerezza i figli respireranno tenerezza, diversamente se la relazione fra i coniugi è di freddezza o di rabbia o di paura o di ansia o di tristezza o di depressione, sarà inevitabile che i figli acquisiscano attitudini dello stesso tipo.

E’ chiaro poi che non basta che i genitori parlino di tenerezza, occorre che essi vivano la tenerezza, trasmettendola ai figli per osmosi, come l’aria che respirano o il linguaggio che acquisiscono.

Quanto detto sopra vale per le famiglie unite  e vale anche per i coniugi separati e i loro figli. Naturalmente la famiglia divisa, dal punto di vista logistico incontra maggiori difficoltà a realizzare una strategia educativa comune. Tuttavia, per il bene superiore dei figli, i genitori dovranno cercare di mettere da parte le loro ruggini, per evitare di ingrandire ulteriormente la ferita già creata con la separazione.

Fatta eccezione per situazioni estreme, i genitori rimangono tali per tutta la vita, e sono entrambi indispensabili. Dai figli non ci si separa. I figli possono accettare che i genitori si separino, ma non possono accettare che l’uno parli male dell’altro. Importante poi notare che i figli dei genitori separati, più che mai vivono il bisogno  dell’abbraccio dei genitori, dato che da esso dipende gran parte della felicità o infelicità della persona umana.

Dall’Abbraccio ricevuto all’Abbraccio donato

I figli sono il riflesso di quello che sono i genitori per loro. E’ nota una poesia che dice:

Il bambino impara ciò che vive. Se vive nel rimprovero, imparerà ad essere intransigente.

Se vive nella derisione, diverrà timido. Se vive nel rifiuto, si sentirà sfiduciato.

Se vive nella tolleranza, imparerà ad essere tollerante. Se vive nell’incoraggiamento, imparerà ad aver fiducia.

Se vive nella lealtà, imparerà ad essere leale. Se vive nella stima, imparerà a saper apprezzare.

Se vive nella fiducia imparerà ad aver fiducia.  Se vive volendosi bene, imparerà ad essere amico del mondo. (Dorothy L. Nolte).

L’abbraccio accolto spingerà ad amare e donare agli altri la stessa gioia che ha provocato in lui. Viceversa, l’abbraccio non ricevuto farà mancare i presupposti per questa disponibilità, suscitando atteggiamenti di rigidità o addirittura di rifiuto. Gli abbracci rappresentano, dunque, un nutrimento insostituibile per i figli, che divengono capaci di aprirsi agli altri instaurando rapporti positivi con se stessi e con il mondo. Quanto detto fin qui ha anche un fondamento scientifico e biologico, infatti e provato che la pelle è un sensibilissimo organo di comunicazione (specie quella del neonato) per la presenza di piccole terminazioni nervose che inviano segnali al cervello. Importante quindi per un genitore, il contatto fisico  con carezze e abbracci, specialmente quando il bimbo è molto piccolo o sta male.

Sentirsi abbracciati da Dio-Amore

Contrariamente a quello che alcuni pensano, l’educazione religiosa rappresenta una componente essenziale per la crescita integrale dell’io del bambino. Orientare alla percezione di una “santa presenza” che guida, veglia, protegge, è aiutare il bambino ad acquisire una sufficiente fiducia nella vita, superando le paure tipiche dell’età. Eliminando il senso del trascendente dalla percezione del bambino, si rischia di farlo cadere in una visione solo immanente, se non nel buio più totale. Non si tratta di aprirsi a un Dio di timore, ma di tenerezza amante: un Dio-Trinità-di-Amore di cui siamo immagine, che ci guida, ci perdona, e ha donato la sua vita per noi.

“Divenendo genitori, gli sposi ricevono da Dio il dono di una nuova responsabilità. Il loro amore è chiamato a divenire per i figli il segno visibile dell’amore stesso” (Familiaris Consortio n° 14)

Il bambino quindi, specie nelle prime fasi della vita, risale a Dio mediante l’immagine che i genitori danno di Lui con la loro vita e il loro affetto, prima che con le loro parole. Una tale testimonianza è possibile solo se i bambini sperimentano l’amore dell’Altissimo attraverso la tenerezza e l’abbraccio amorevole dei genitori e imparano a dire grazie con la vita, sentendosi amati e amando Colui che si dona continuamente a noi stessi.  (per l’approfondimento leggi : ABBRACCIAMI di Carlo Rocchetta; capitolo 7 da pag.143 a pag.153)

La parola alla  Chiesa

Nel dare la parola alla Chiesa, facciamo riferimento all’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II pubblicata il 22 novembre del 1981. Al n° 14 quando il santo Padre parla dei figli, preziosissimo dono del matrimonio, leggiamo testualmente: “Secondo il disegno di Dio, il matrimonio è il fondamento della più ampia comunità della famiglia, poiché l’istituto stesso del matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati alla procreazione ed educazione della prole, in cui trovano il loro coronamento (cfr. «Gaudium et Spes», 50). Nella sua realtà più profonda, l’amore è essenzialmente dono e l’amore coniugale, mentre conduce gli sposi alla reciproca «conoscenza» che li fa «una carne sola» (cfr. Gen 2,24), non si esaurisce all’interno della coppia, poiché li rende capaci della massima donazione possibile, per la quale diventano cooperatori con Dio per il dono della vita ad una nuova persona umana. Così i coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed indissociabile del loro essere padre e madre. E’ utile fare riferimento anche all’udienza generale  del 18 marzo 2015 del nostro amato “Papa Francesco” sui   bambini.

Infatti i bambini ci ricordano che tutti, nei primi anni della vita, siamo stati totalmente dipendenti dalle cure e dalla benevolenza degli altri. E il Figlio di Dio non si è risparmiato questo passaggio. E’ il mistero che contempliamo ogni anno, a Natale. Il Presepe è l’icona che ci comunica questa realtà nel modo più semplice e diretto. Ma è curioso: Dio non ha difficoltà a farsi capire dai bambini, e i bambini non hanno problemi a capire Dio. Non per caso nel Vangelo ci sono alcune parole molto belle e forti di Gesù sui “piccoli”. Questo termine “piccoli” indica tutte le persone che dipendono dall’aiuto degli altri, e in particolare i bambini. Ad esempio Gesù dice: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). E ancora: «Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10).

Dunque, i bambini sono in sé stessi una ricchezza per l’umanità e anche per la Chiesa, perché ci richiamano costantemente alla condizione necessaria per entrare nel Regno di Dio: quella di non considerarci autosufficienti, ma bisognosi di aiuto, di amore, di perdono. E tutti, siamo bisognosi di aiuto, d’amore e di perdono!

I bambini, dice il papa,  ci ricordano un’altra cosa bella; ci ricordano che siamo sempre figli:  anche se uno diventa adulto, o anziano, anche se diventa genitore, se occupa un posto di responsabilità, al di sotto di tutto questo rimane l’identità di figlio. Tutti siamo figli.  E questo ci riporta sempre al fatto che la vita non ce la siamo data noi ma l’abbiamo ricevuta. Il grande dono della vita è il primo regalo che abbiamo ricevuto. A volte rischiamo di vivere dimenticandoci di questo, come se fossimo noi i padroni della nostra esistenza, e invece siamo radicalmente dipendenti. In realtà, è motivo di grande gioia sentire che in ogni età della vita, in ogni situazione, in ogni condizione sociale, siamo e rimaniamo figli. Questo è il principale messaggio che i bambini ci danno, con la loro stessa presenza: soltanto con la presenza ci ricordano che tutti noi ed ognuno di noi siamo figli.

Ma ci sono tanti doni, tante ricchezze che i bambini portano all’umanità. Francesco ne ricorda solo alcuni: Portano il loro modo di vedere la realtà, con uno sguardo fiducioso e puro. Il bambino ha una spontanea fiducia nel papà e nella mamma; ha una spontanea fiducia in Dio, in Gesù, nella Madonna. Nello stesso tempo, il suo sguardo interiore è puro, non ancora inquinato dalla malizia, dalle doppiezze, dalle “incrostazioni” della vita che induriscono il cuore. Sappiamo che anche i bambini hanno il peccato originale, che hanno i loro egoismi, ma conservano una purezza, e una semplicità interiore. Ma i bambini non sono diplomatici: dicono quello che sentono, dicono quello che vedono, direttamente. E tante volte mettono in difficoltà i genitori, dicendo davanti alle altre persone: “Questo non mi piace perché è brutto”. Ma i bambini dicono quello che vedono, non sono persone doppie, non hanno ancora imparato quella scienza della doppiezza che noi adulti purtroppo abbiamo imparato.

I bambini inoltre – nella loro semplicità interiore – portano con sé la capacità di ricevere e dare tenerezza. Tenerezza è avere un cuore “di carne” e non “di pietra”, come dice la Bibbia (cfr Ez 36,26). La tenerezza è anche poesia: è “sentire” le cose e gli avvenimenti, non trattarli come meri oggetti, solo per usarli, perché servono…

Per tutti questi motivi Gesù invita i suoi discepoli a “diventare come i bambini”, perché “a chi è come loro appartiene il Regno di Dio” (cfr Mt 18,3; Mc 10,14). 

I bambini, conclude il Santo padre, portano vita, allegria, speranza, anche guai. Ma, la vita è così. Certamente portano anche preoccupazioni e a volte tanti problemi; ma è meglio una società con queste preoccupazioni e questi problemi, che una società triste e grigia perché è rimasta senza bambini! E quando vediamo che il livello di nascita di una società arriva appena all’uno percento, possiamo dire che questa società è triste, è grigia perché è rimasta senza bambini.

Testimonianze

Le figure dei santi sposati colpiscono e aiutano a valorizzare il quotidiano di ogni coppia. Vorrei far luce su una grande donna, mamma di un grande uomo. Santa Monica madre di sant’Agostino. Nasce nel 331 in Africa, a Tagaste, da famiglia cristiana. Sposò Patrizio, pagano con un carattere difficile e collerico, ma il dolce affetto di Monica lo condusse alla conversione. Un anno dopo il Battesimo, Patrizio morì. Agostino, loro figlio, non ancora battezzato, era intelligente, ma irrequieto; pieno di slanci nel bene e nel male. Al tempo dei suoi più gravi disordini giovanili, un sogno profetico esortò Monica ad accompagnare con affetto e con la preghiera il figlio peccatore. Monica decise così di seguirlo ovunque. Affettuosa e discreta, non parlava: pregava. Le preghiere di Monica ottennero finalmente la conversione di Agostino che il 24 aprile del 387 ricevette il Battesimo da sant’Ambrogio, a Milano. Con Agostino si diresse ad Ostia in attesa di una nave in partenza per l’Africa. Fu un periodo carico di dialoghi spirituali, che Agostino riporta nelle sue Confessioni. “Che resto a fare ancora quaggiù? Una cosa sola mi faceva desiderare di vivere ancora un poco: vederti cristiano cattolico prima di morire. Il Signore mi ha concesso più di quanto gli chiedevo”, mormorò Monica, in un colloquio con il figlio. Da lì a poco si ammalò, forse di malaria e, in nove giorni,  morì all’età di 55 anni.

Questo il senso della vita di Monica madre; vivere fedele al Dio Signore, seguire nella via della verità, discretamente, ma costantemente, Agostino suo figlio, dono del Signore, a cui Monica mai si stanca di chiedere per lui la conversione, così come chiese a Dio la conversione dello sposo. La sua santità di donna sposata si esprime soprattutto nella fedeltà incondizionata, nella misericordiosa pace che sa mantenere in famiglia. Leggendo le Confessioni di Agostino, veramente si ha l’impressione di come Monica fosse una donna sempre “concentrata” su Dio, su come realizzare, attimo per attimo, la sua volontà. Tollerò pure le infedeltà del marito, tanto da non farne mai motivo di litigio, ma attendeva la misericordia di Dio su lui,  affinchè la fede lo rendesse casto.

Monica, seguì suo figlio, si angosciò per lui, ma non della stessa angoscia di cui soffrono tante madri che vorrebbero nei figli il modello del successo e della buona posizione sociale. Si angosciò per portarlo alla Verità. Trepidò per ricondurlo, consapevole, a Dio Padre da cui ogni madre riceve un figlio come dono. “Le lacrime di una tale donna non ti chiedevano oro o argento, non beni transitori, ma la salvezza dell’anima del figlio”. Queste le parole stesse di Agostino che testimoniano apertamente come Monica avesse capito la vera natura di “madre” spirituale del proprio figlio carnale; è questa sua seconda maternità che la rende esempio agli occhi di tante madri. Monica, prima di chiudere gli occhi a questo mondo, per aprirli al cielo, depose il figlio Agostino fra le braccia del Dio-Amore. Fu un abbraccio donato e accolto per l’eternità. Ringraziamo Dio per questi testimoni, che per noi devono essere modelli da seguire.

Domande per la condivisione.

-Come vivete nella vostra coppia il linguaggio dell’abbraccio nei confronti dei vostri figli?

-Nella quotidianità,  chi vi sta accanto, in particolare i vostri figli, percepiscono che l’amore che vi scambiate, anche con piccoli gesti, proviene da una inesauribile sorgente che si chiama Dio-Amore?

-Come ci comportiamo dinanzi ad un figlio ribelle o dinanzi ad un marito (o moglie) irrequieto? Monica, Agostino, Patrizio possono insegnarci qualcosa?

Impegno da assumere

Alla luce di quanto detto in questo incontro quale impegno voglio assumere per vivere meglio la mia relazione con i miei figli e con il partner?

(Scheda elaborata da Todaro Rosa Maria, Parrocchia  San luca)

 

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