Abbracciami-Cap-8-Parte-1

Voglio ringraziarti Signore, per il dono della vita; ho letto da qualche parte che gli uomini hanno un'ala soltanto: possono volare solo rimanendo ...
Voglio ringraziarti Signore, per il dono della vita;

Abbracciami

 Capitolo 8 Parte Prima

Attendere la parola

Voglio ringraziarti, Signore per il dono della vita;  ho letto da qualche parte che gli uomini hanno un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati. A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore, che tu abbia un’ala soltanto, l’altra la tieni nascosta, forse per farmi capire che tu non vuoi volare senza di me; per questo mi hai dato la vita: perché io fossi tuo compagno di volo. Insegnami, allora, a librarmi con Te, perché vivere non è trascinare la vita, non è strapparla, non è rosicchiarla, vivere è abbandonarsi come un gabbiano all’ebbrezza del vento. Vivere è assaporare l’avventura della libertà. Vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia  di chi sa di avere nel volo un partner grande come Te. Ma non basta saper volare con Te, Signore. Tu mi hai dato il compito di abbracciare anche il fratello e aiutarlo a volare. Ti chiedo perdono, perciò, per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi. Non farmi più passare indifferente vicino al fratello che è rimasto con l’ala, l’unica ala inesorabilmente impigliata nella rete della miseria e della solitudine e si è ormai persuaso di non essere più degno di volare con Te; soprattutto per questo fratello sfortunato, dammi, o Signore, un’ala di riserva.

(Compagni di volo: Don Tonino Bello)

In ascolto della parola

In quel tempo, 38mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. 39Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. 40Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, 42ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» ( Lc 10,38-42 )

Provocati  dalla parola

Ci  troviamo a Betania, ed esattamente nella casa di Lazzaro, Marta e Maria  chiamata anche “casa dell’amicizia”  perché in essa,  Gesù spesso trascorreva con loro momenti di intimità. Nella pericope appena citata, si evidenziano due modi di essere amici, ossia di condividere la gioia di volersi bene. Essere amici in modo differente:

  • Il primo è quello di farsi inondare dall’amicizia, come da un fiume in piena, che riempie l’anima, che vi si apre totalmente;
  • quello di servire le necessità dell’amico e, quindi, per un momento trascurare il dialogo, per dedicarsi all’ospitalità: un’amicizia a doppio aspetto. È una stupenda lezione di quel divino dono che è volersi bene e che si traduce, se va bene, in amicizia, in cui, più che dare, si riceve. Un dono di cui tutti abbiamo bisogno… ma è un dono che ha le sue regole.                                                     

Ma oggi esiste ancora l’amicizia vera?  Quella come  una limpida sorgente a cui puoi attingere nei momenti difficili, sicuro che non ti farà mai mancare acqua fresca, limpida, che toglie la sete della solitudine? Quella che non è recita di superficiali parole, per descrivere un rapporto fatto di “niente di profondo”, solo un momento di compagnia in un viaggio? Un’amicizia che non è occasione per accontentare il proprio egoismo, intesa a trarre tutti i vantaggi, senza la minima perdita? Insomma esiste ancora un’amicizia, che è dono gratuito, libero, ricca di grandi contenuti, libera per costruire insieme fino all’eternità? Ciascuno può dare una risposta secondo le proprie esperienze di vita. È stato Dio stesso a dare senso a questa meravigliosa parola.

In Marta e Maria, troviamo una stupenda lezione di due modi di vivere e siamo interpellati sulla necessità di coniugarli: contemplazione e azione. Amavano Gesù tutte e due…ciascuna a suo modo. Marta, come è nella logica, se vogliamo, dell’ospitalità, si dà da fare per apparecchiare un pasto a Gesù e ai suoi discepoli. Come donna di casa, diremmo noi, con la sua sensibilità, pensa all’amico ed ospite Gesù, da un punto di vista “temporale”, pratico. Una carità bella e necessaria verso il Maestro, che si affidava sempre alla bontà di chi incontrava. Maria va direttamente al dono dell’amore che era Gesù e non prende parte alle fatiche di casa, per farsi nutrire dalla Parola e dall’amicizia di Gesù. Un’immagine di vita attiva e di vita contemplativa. Sembrano due mondi diversi, ma sono in realtà, o dovrebbero esserlo, le due “facce” di chi ama. Un duetto che insegna a tutti come sia necessario essere contemplativi anche nell’attività, ossia dare il primo posto al pensiero e all’amore di Dio, il resto è carità, ma senza il primo è vuota di senso.

L’Antico Testamento ci invita anche a stare in guardia per individuare se davvero il vero amico è colui che ama in ogni tempo: “Un amico vuol bene sempre, è nato per essere un fratello nella sventura”(Pr 17,17). Il libro del Siracide dedica all’amicizia una sua parte, il cap. 6, e afferma: «Una bocca amabile moltiplica gli amici, un linguaggio gentile attira i saluti. Un amico fedele è una protezione potente, chi lo trova, trova un tesoro. (Sir 6,5; 14)

Quante volte nella Bibbia appare sulla bocca di Dio la parola “amico”, rivolta ai suoi eletti, al suo popolo! E sarà lo stesso Gesù che nell’Ultima Cena la rivolgerà per ben due volte agli Apostoli, come a dire che era finito il distacco di Dio da noi, ed era iniziato il tempo meraviglioso dell’essere amici.

Nel Vangelo di Giovanni sta scritto:

“Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: morire per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate quello che comando. Io non vi chiamo più schiavi; perché lo schiavo non sa quello che fa il suo padrone. Vi ho chiamato amici, perché vi ho fatto sapere tutto quello che ho udito dal Padre mio.” (Gv. 15,12-16).

Amici di Dio, ed è davvero poco questo sentirsi ‘amici di Dio’?  Un’offerta che indica quali rapporti passano o possono instaurarsi in una solida amicizia e per di più non con un amico qualsiasi, ma con Dio stesso!  Un’amicizia fondata su fatti concreti della vita, e non può essere diversamente. Un’amicizia in cui Dio svela il Suo pensiero e il Suo Cuore. L’amore trasforma il rapporto tra il Maestro e il discepolo, tra il Creatore e la creatura, per instaurare una nuova relazione, quello dell’amore gratuito. Amico non è una espressione logora per Gesù anzi per Lui è una parola impegnativa per la sua stessa vita. Dio chiama l’uomo: amico. Secondo il testo, si tratta di un’amicizia offerta come dono al discepolo, che, nella sua libertà, è chiamato ad accettarla e a viverla.

L’Abbraccio Amicale

Abbiamo, fino ad ora parlato di  amicizia senza però darne una definizione esatta. Un dizionario direbbe che è un vivo e scambievole affetto fra due persone, ispirato da affinità di sentimenti e da stima reciproca. Questo tipo di relazione non esclude, anzi include, l’abbraccio come suo segno espressivo proprio.  L’amicizia, come l’amore, non abbraccia  ciò che è bello, ma ciò che, grazie a quell’abbraccio diventa bello.

Naturalmente “l’abbraccio amicale” appartiene alla dimensione dell’essere e non solo dell’avere, e suppone una crescita interiore e un affidamento costante delle dinamiche comunicative, accettando l’unicità dell’altro, e non sentendosi né inferiore né superiore, ma alla pari, in una dimensione di riconoscimento reciproco. Il gesto dell’abbraccio è un segno di riconoscimento  interpersonale che fa star bene e comunica fiducia. Indica una forma di linguaggio che dona benessere all’anima e al corpo.

L’Abbraccio come simbolo di amicizia

L’abbraccio amicale può esprimere:

  • gratuità, se è donato senza che si ricerchi un ritorno e fondato sulla generosità, col desiderio di far sentire all’altro la propria vicinanza.
  • reciprocità, se si attua come espressione di sostegno vicendevole e di edificazione comune.

Afferma la bella preghiera iniziale di don Tonino Bello: ”Siamo  angeli con un’ala soltanto, e possiamo volare solo rimanendo abbracciati”.

Due pericoli si possono correre:

  • quello di ridursi ad una esperienza di tipo solo o prevalentemente intellettuale, priva di pàthos,  simpatia ed empatia, di partecipazione al vissuto dell’altro e di comunicazione emotiva profonda;
  • quello di trasformarsi in un ‘esperienza di carattere erotico, connotata solo dall’attrazione fisica, ma priva di spiritualità e disinteresse.

Soltanto quando si è capaci di evitare questi due rischi, la relazione amicale è sperimentata come vissuto appagante, non riducibile a un episodio di egoismo a due. Solo nella purezza d’intenzione l’abbraccio amicale diviene segno di legame forte, costantemente nuovo e colmo di novità. Il contenuto primario dell’abbraccio amicale non è, dunque, né solo razionale né solo fisico, ma spirituale-relazionale, indirizzato a mettere in comunicazione due persone che attinga al vissuto profondo delle loro anime, al cuore prima che al calcolo.

Il Bivio: “Aggredire o Abbracciare”?

Non si può dire che la nostra società abbia sviluppato una prassi diffusa di abbraccio amicale. La dinamica della violenza muove dal principio che l’altro è un nemico da cui difendersi e persino combattere; la dinamica dell’abbraccio parte, invece, dalla convinzione che ogni altro è un amico potenziale, da riconoscere come tale, da rispettare, accogliere e far sentire amato, considerandolo un dono e sentendosi dono per lui. Non è questa l’alternativa che si presenta oggi davanti a noi: “Aggredire o Abbracciare”? L’aggressione implica un atteggiamento che porta a relazioni malsane e scaturisce da un cuore di pietra; al contrario l’abbraccio manifesta accoglienza e scaturisce da un cuore di carne. L’abbraccio è dunque il contrappeso dell’aggressione e il suo antidoto, così come la tenerezza è il contrappeso e l’antidoto alla violenza. Il contrario della violenza non è solo l’assenza di violenza, ma l’amabilità e l’amicizia che consentono di uscire fuori da circolo mortale fondato sulla spirale: “AVERE- POTERE-AFFERMAZIONE DI SE’” in nome della tenerezza che mette al primo posto la logica dell’ “ESSERE-AMARE-SERVIRE”.

Quando si esce dal circolo della violenza non è per non andare da nessuna parte, ma per costruire una civiltà fondata sul rispetto, il riconoscimento dell’altro e la convivialità. L’abbraccio amicale diventa di conseguenza, il simbolo di una nuova civiltà e prenderlo come modalità di relazione, significa indirizzare la convivenza sociale verso una visione dell’altro come risorsa da valorizzare e non avversario da dover far fuori per vivere in pace. Compresa alla luce dell’etica della tenerezza, la cultura dell’abbraccio si manifesta come l’espressione di una volontà che vuole farsi vicino all’altro, aiutarlo e promuoverlo. Non è forse questo uno dei problemi più gravi della modernità? La negazione dell’altro come persona, come diverso, come essere nel bisogno; una negazione che è all’origine delle tante forme di violenza che hanno insanguinato questi ultimi secoli. La questione di fondo è la perdita del volto dell’altro come segno di un essere unico, prezioso e irripetibile, da apprezzare nella sua singolarità, non da negare, annullare o rimuovere.

(Da pag.155 a pag.161 paragrafi: l’abbraccio come simbolo di amicizia; il bivio: ”aggredire o abbracciare”?)

La parola alla  Chiesa

Citiamo una meravigliosa opera di san Francesco di Sales: Filotea.

Filotea è il nome ideale di chi ama o vuole amare Dio. A chi decide di impegnarsi in questa splendida avventura, l’autore traccia un itinerario spirituale, cioè una “Introduzione alla vita devota”. E’ un libretto scritto direttamente per i “laici impegnati”, per ogni  cristiano che vuol vivere con coerenza e rettitudine la propria consacrazione battesimale. Francesco di Sales scrive facendo dono al lettore, di innumerevoli consigli con la concretezza di un esperto direttore spirituale, con lo stile confidenziale di un padre, con la dolcezza dell’asceta che crede nella forza dell’agostiniano “ama e fa ciò che vuoi”; così l’autore conduce alla perfezione dell’amore con amore. Nel suo libretto Francesco dedica alcuni capitoli all’amicizia. Vediamo di trarne alcuni preziosi consigli.

Dice il nostro santo: ”ama tutti Filotea, con un grande amore di carità, ma legati con un rapporto di amicizia soltanto con coloro che possono operare con te uno scambio di cose  virtuose. Più le virtù saranno valide, più l’amicizia sarà perfetta. Se lo scambio avviene nel campo delle scienze, la tua amicizia sarà molto lodevole; più ancora se il campo sarà quello delle virtù,  come la prudenza, la discrezione, la fortezza, la giustizia. Ma se questo scambio avverrà nel campo della carità, della devozione, della perfezione cristiana, allora sì che si tratterà di un’amicizia perfetta. Sarà ottima perché viene da Dio, ottima perché tende a Dio, ottima perché il suo legame è Dio, ottima perché sarà eterna in Dio”. E ancora continua: è bello amare sulla terra come si ama in cielo……..non parlo del  semplice amore di carità, perché quello dobbiamo averlo per tutti gli uomini; parlo dell’amicizia spirituale, nell’ambito della quale, due, tre o più persone si scambiano la devozione, gli affetti spirituali e diventano realmente un solo spirito……….. mi sembra che tutte le altre amicizie in confronto a questa sono soltanto fantasmi e i loro legami anelli di vetro e di gaietto, a confronto del legame della devozione che è tutta di oro fino.

Dice ancora san Francesco che quando all’affetto si aggiunge la stima, apriamo all’amico il cuore con molta larghezza, per cui, con essa, entrano con facilità in noi tutte le sue tendenze  e le sue opinioni, poco importa se siano buone o cattive. Questo non deve accadere, dobbiamo quindi imparare ad essere abili cambiavalute; cioè, non accettare il denaro falso con il buono, né l’oro di bassa lega con l’oro fino. Bisogna separare il metallo prezioso dal vile. Dobbiamo fare attenzione perché nessuno è esente da imperfezioni.

Queste e tanti altri consigli  ci vengono dati da san Francesco di Sales nella sua opera, di cui ne consiglio e ne raccomando la lettura, per il bene di ciascuno di noi.

Testimonianze

Il  mio nome è Giovanna Francesca Frèmyot chiamata comunemente Chantal, nativa di Dijon, dell’età di cinquantacinque anni. Così si presentò la Chantal ai commissari apostolici radunati per esaminare la causa di santificazione di Francesco di Sales, suo amico, maestro ed intimo confidente, vescovo di Ginevra, un’anima veramente grande. Era stato lui ad infonderle speranza nel momento di più nera disperazione, dopo la tragica morte del marito Cristoforo, barone di Chantal, alla giovane età di 29 anni; lui che l’aveva aiutata a trasformare la sua sofferenza in un amore più universale e purificato e il suo cammino di maturazione in fecondo apostolato. Per vent’anni san Vincenzo de’ Paoli fu il suo confessore, e arrivava a testimoniare di lei una santità che potrebbe sembrare esagerata.  Francesca trascorse con il marito solo nove anni che furono molto intensi ed  ebbe quattro figli. Anche se la loro vita insieme fu breve, il loro matrimonio fu un modello da imitare per quanti ebbero la gioia di conoscerli. Si alzava presto al mattino per fare la preghiera con il personale della casa e dei campi e, quando poteva lavorava con loro. Una vita vissuta senza ozio, lusso, visite di corte, chiacchiere e giochi.  Possiamo immaginare chi dava originalità e forza interiore ad una donna così giovane: la sua forte fede che nutriva  quotidianamente e l’esercizio delle virtù a cui era stata educata. Nell’incidente di caccia il giovane Cristoforo fu colpito da un colpo di fucile partito inavvertitamente dalle mani del cugino. Ed egli,  nell’incoraggiare la moglie Giovanna a perdonare il cugino diceva: ”lui mi ha colpito per inavvertenza; io invece molte volte coscientemente e con malizia ho ucciso Gesù col peccato !”  La morte  dell’amatissimo sposo la lasciò stordita e incapace di reagire. Per anni non fu capace di perdonare l’involontario uccisore. Questo ci fa capire come i santi hanno un cuore come il nostro; questa figura finalmente ci fa sentire la santità come una strada che parte dalle nostre stesse situazioni per procedere poi verso un cammino sempre più purificato.

Giovanna aveva soli ventinove anni ed era già vedova con quattro figli.  Il dolore è un mistero tremendo, ma  la fede cristiana ci dice che Dio sa usarlo per ottenere un grande bene. La sofferenza, che poi è così comune nella vita di ogni famiglia ha purificato in lei quello che di imperfetto si nascondeva nelle sue pur nobili aspirazioni. Ed ecco snodarsi dopo la tragedia una lunga agonia spirituale, come un sentirsi frantumare dentro da implacabili ruote come da mulino. E si dice…. che i mulini di Dio macinano lentamente, ma producono farina di qualità. Quando ogni appoggio materiale le parve cadere, solo Dio e i suoi poveri le appariranno come degna continuazione del suo bisogno di amare. Rifiutò più volte di andare a nuove nozze, perché amava cercare l’Amore, quello eterno, che non viene mai meno e non ha bisogno di intermediari. In quell’amore trovava l’amore dei figli “secondo la carne e il sangue” ed i nuovi figli che lo Spirito le affidava, senza perdere nulla di quanto Dio le aveva dato di vivere in passato. In questo cammino fu aiutata dalla grande anima di san Francesco di Sales. La sua spiritualità così profonda la trasformò. Le consigliò un valido metodo di vita mediante il quale potesse scalare la vetta della santità senza rinunciare alla sua missione di madre e donna nel mondo. Dopo la morte di Francesco fu seguita da Vincenzo de’ Paoli. Abbiamo messo in evidenza una donna come tante, con una vita dove amore, sofferenza e dolore si sono intrecciati; ma lei, come poche, ha saputo sempre guardare in alto, aiutata da due grandi anime su questa terra che le hanno fatto sentire il grande abbraccio dell’amicizia, consegnandola all’abbraccio eterno di Dio Padre.

Domande per la condivisione

-Come viviamo nella vita relazionale con le persone che ci circondano, il linguaggio dell’abbraccio per manifestare il grande dono dell’amicizia  ?

-Nella quotidianità  sentiamo l’abbraccio di Dio ? percepiamo il grande dono che Egli ci fa chiamandoci amici’?

-Abbiamo avuto nella vita esperienze di amicizie volute da Dio, che tendono a Dio e il cui legame è Dio?

Impegno da assumere

Alla luce di quanto detto in questo incontro, quale impegno voglio assumere per vivere e migliorare il mio rapporto amicale con le persone che il Signore mi mette accanto? Davanti al bivio della quotidianità qual è il nostro atteggiamento: Aggredire o Abbracciare ?

Gruppi di Spiritualità della Tenerezza