Abbracciami-Cap-8-Parte-2

disegni_amore_001
IL MIO AMICO GESÙ Un amico fedele è un balsamo nella vita,. è la più sicura protezione.

 

Abbracciami

Capitolo  8 Parte Seconda

 

Attendere la parola

Un amico fedele è un balsamo nella vita, è la più sicura protezione. Potrai raccogliere tesori d’ogni genere ma nulla vale quanto un amico sincero. Al solo vederlo, l’amico suscita nel cuore una gioia che si diffonde in tutto l’essere. Con lui si vive un’unione profonda che dona all’animo gioia inesprimibile. Il suo ricordo ridesta la nostra mente e la libera da molte preoccupazioni. Queste parole hanno senso  solo per chi ha un vero amico; per chi, pur incontrandolo tutti i giorni, non ne avrebbe mai abbastanza.

                                                                                                       (San Giovanni Crisostomo)

In ascolto della Parola

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». (Lc 23,39-43)

Provocati  dalla Parola

Il Vangelo secondo Luca, al capitolo 23, ci regala una meravigliosa pagina dove la misericordia di Dio,  ancora una volta si manifesta in tutta la sua pienezza.

Gesù viene crocifisso insieme a due “ ladroni”, due assassini; e sarà proprio rivolta a loro una delle parole più belle e più consolanti del Vangelo! Con Gesù, vengono  condotti alla croce due malfattori, inchiodati uno alla destra e uno alla sinistra. I due ladroni, sono le due facce del dolore. Da una parte, il rifiuto che diventa bestemmia e insulto, senza alcun timore di Dio: ”Non sei tu il Cristo? Salvate stesso e noi! (Lc 23,39). Ma dall’altra, ecco la pacata accettazione del dolore, che si fa solidale comprensione  nel cuore: “Noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni;  egli invece non ha fatto nulla di male”  (Lc 23,41).

Proprio da questo sguardo di affettuosa condivisione Gesù “si accorge” di non essere solo a soffrire. Di avere accanto da una parte qualcuno che soffre con lui e, forse, più di lui, perché soffre bestemmiando. Dall’altro lato però, ecco levarsi una parola che nasce da un cuore che si è aperto alla grazia: ”Gesù, ricordati di me, quando entrerai nel tuo regno”(Lc 23,42).

Questa parola lascia nel cuore di chi soffre tre certezze:

  1. Dio si ricorda di noi, che siamo nella prova,
  2. si china verso di noi, ci abbraccia per trattenerci mentre stiamo per cadere
  3. ci solleva e ci apre il cuore; Dio ci libera oggi, non tarda, non rinvia a domani.

Il paradiso è quella pace senza tramonto che il Signore sussurra al cuore di quel peccatore, che, pentito dei suoi delitti, prova solo rabbia e ribrezzo quando sente che l’altro malfattore, come lui, appeso sull’altra croce, insulta Gesù. Quel cuore, così misero, ora trabocca del “timore di dio”.

Nel riconoscere Dio in Gesù, il buon ladrone trova la forza della fede, denuncia il male, l’ingiustizia, il tragico errore fatto da chi condannò Gesù e diventa testimone della divinità di Gesù. Sono le stesse  parole che il figliol prodigo, commosso e piangente, ha detto abbracciando il padre che gli corre incontro,  pronto ad accoglierlo, rinnovato, nel paradiso della sua casa in festa, con l’abito nuovo e l’anello al dito, in un banchetto di letizia.

Proprio a lui, che lacrima di umiltà e di speranza, il Signore mostra il “Suo Volto Santo” e rapisce l’anima da tutti i suoi pesi, delitti e rimorsi, per portarla con se, diritto, in paradiso in un abbraccio eterno. Siamo dinanzi ad un perdono anticipato, già dato. Un dono già elargito e benedetto. Il divino e l’umano si fondono in un abbraccio e in un canto di benedizione perenne: ”in verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso!” (Lc 23,43).

Il volto e la cultura dell’Abbraccio

Nella cultura dell’abbraccio il volto indica l’altro come altro da me, un tu che chiede d’essere riconosciuto come persona, in uno scambio reciproco tra due persone che portano in se una identità e una storia. E’ un incontro a due, dove nessuno è riducibile ad essere un oggetto. Il volto di una persona è esclusivo  e ci sorprende sempre.

La singolarità del volto è l’espressione dell’unicità di ciascun essere umano identificato col suo nome.

L’altro non esiste perché io lo penso, ma lo penso perché esiste, ed esiste come un “tu” che mi si impone a prescindere dal mio stesso riconoscimento. La presenza dell’altro mi spinge al dialogo;  egli però non chiede solo di essere accolto a parole, ma di venire sollevato dalla sua eventuale situazione d’indigenza. Se infatti l’altro si trova nel bisogno, se il suo volto è il volto dell’orfano, della vedova e dello straniero, per usare le categorie bibliche, la scelta si trasforma in un dettato morale.

L’essere con l’altro si trasforma conseguentemente, in un essere per l’altro. Possiamo quindi dire che trovarsi faccia a faccia con il tu di una persona è come trovarsi faccia a faccia con l’Altissimo. La dimensione del divino si apre a partire dal volto umano. Il volto del “povero, dell’affamato, dell’assetato, del cieco, dello zoppo e del lebbroso”, dicono in atto che la via della contemplazione, passa per la via della giustizia e dell’amore, della tenerezza e della condivisione.

Il luogo primario nel quale Dio si rivela non è, anzitutto, la bellezza del cosmo, ma la nudità del volto di ogni essere umano. Nel suo sguardo si riflette un raggio dello splendore del Creatore, un richiamo del suo amore.

In definitiva l’abbraccio amicale consente di riscoprire ogni persona come un tu prezioso, da rispettare e amare; ed è il segno di un volersi far prossimo vedendo in chi è nel bisogno non un ostacolo, ma un fratello o una sorella  da amare e da aiutare.

Solo in questo modo la cultura dell’individualismo, o come dice Papa Francesco la cultura dell’autoreferenzialismo, si trasformano in una  cultura della convivialità.

 

“Ama veramente il suo amico, chi ama Dio nel suo amico”

Riguardo all’amicizia, il pensiero cristiano fa riferimento a Dio-Amore che conduce gli amici non solo a guardarsi l’un l’altro, ma insieme a guardare nella stessa direzione, impedendo di fare dell’amicizia una relazione chiusa.

Infatti scrive sant’Agostino: ”ama veramente il suo amico chi ama Dio nel suo amico”. Nell’incontro amicale allora sono due le coordinate da affermare in modo simultaneo:

  • quella orizzontale che recupera la relazione con il tu;
  • quella verticale che dice il senso superiore dell’io-tu-noi, spingendo gli amici a guardare in su, in alto, oltre la loro sola dualità.

Entrambe le coordinate sono essenziali e devono essere affermate in unità. La Bibbia è piena di storie di amicizia, come per esempio Davide e Gionata (1 Re 18,20). Il libro dei Proverbi ci presenta poi l’amicizia come: “dolcezza di un amico che rassicura l’anima” (Pr 27,9).

L’elogio biblico dell’amicizia non è, peraltro un’esaltazione ingenua o priva di realismo; anzi è frequente che vi si possono essere “amici solo di nome”, che appaiono tali quando si è nella prosperità ma che abbandonano quando si è nel bisogno (Sir 37,1-6). Altre storie di amicizia sono quelle di Gesù con i suoi discepoli ( vi ho chiamato amici…..) o quelle di Gesù con Marta, Maria e Lazzaro (Gv 11,3.5.33.35).

 Anche i  Padri della Chiesa colsero la valenza positiva dell’amicizia.

  • Clemente Alessandrino collega l’amicizia all’essere stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, e parla di amicizia che si basa sulla virtù dell’amore e amicizia che si fonda sulla reciprocità dell’affetto, favorendo la giustizia e la solidarietà.
  • Sant’Ambrogio definisce l’amicizia come la custode di virtù fondamentali come l’onestà, la verità, la vita di relazione, la correzione fraterna il rispetto dell’altro, l’aiuto a chi è nel bisogno, lo spirito di sacrificio, l’umiltà e la povertà di spirito. E soggiunge: “L’amicizia deve essere costante e perseverante nell’affetto: non dobbiamo, come fanciulli, mutare gli amici, seguendo la volubilità dei sentimenti….Conservate dunque, o figli, l’amicizia che avete stretto con i vostri fratelli, perché essa è la più bella tra le realtà di quaggiù”
  • Sant’ Agostino dichiara di non riuscire a vivere senza amici fino ad affermare che in questo mondo sono due le cose necessarie: la salute e l’amico; entrambe di grande importanza e non le dobbiamo disprezzare.
  • San Giovanni Crisostomo ritiene che l’amico sia un dono più dolce della stessa vita.
  • Aelredo di Rievaulx osserva che solo quando l’amicizia trova il suo fondamento nell’amore di Dio diviene stabile, quasi immagine dell’eternità e rimane costante nell’affetto; aggiunge inoltre che in essa deve essere sempre presente la preghiera reciproca.

Abbracciarsi: un noi nel Signore

La coordinata orizzontale dell’amicizia s’incrocia con quella verticale: l’io-tu rimanda al noi-in-Dio. Solo quando l’amicizia trova il suo fondamento nell’amore di Dio diviene stabile e rimane costante nell’affetto  facendo prevalere il pregare l’uno per l’altro, sperimentando così a gustare quanto l’amico è dolce e soave (Aelredo di Rievaulx)

Il senso cristiano dell’abbraccio amicale non poteva essere espresso in termini più toccanti: esso rimanda all’abbraccio in Cristo, che conferma l’amicizia e la rende “dolce e soave”. Vari autori cristiani parlano al riguardo, di un’<amicizia spirituale> intendendo con questa dizione un’amicizia che trova le sue radici nell’amore divino e conduce a crescere in se stesso.

Si può pensare che l’amicizia pura racchiuda, come la carità verso il prossimo, qualcosa di simile ad un sacramento. L’amicizia pura è un’immagine dell’amicizia originale e perfetta, quella della Trinità, essenza stessa di Dio. E’ impossibile che due esseri umani siano uno e tuttavia rispettino scrupolosamente la distinzione che li separa, se Dio non è presente in ciascuno di loro. (Simone Weil)

L’abbraccio cristiano appare allora come una componente specifica di ogni autentica “amicizia spirituale”, e deve essere compreso come segno di un cuore puro e trasparente, aperto al Dio della fede e della tenerezza. Le lettere di san Paolo si riferiscono a questo tipo di abbraccio quando parlano di un “bacio di pace” da offrirsi durante la liturgia o di un “bacio santo”. Mentre Pietro parla di “bacio di carità”(1 Pt 5,14). Il libro degli atti degli apostoli accenna invece a un “saluto di pace”(At 15,33). Particolarmente toccante è l’abbraccio degli anziani della Chiesa di Efeso dopo che l’apostolo Paolo ha annunciato che non li vedrà più: “Tutti scoppiarono in pianto e, gettandosi al collo di Paolo, lo baciavano”(At 20,37).

La liturgia è tutt’oggi ricca di abbracci, anche se purtroppo si deve constatare un certo formalismo, per non dire lo scempio, con cui vengono espressi. L’abbraccio esige d’essere, anzitutto un gesto umano altrimenti non è neanche un gesto cristiano. In particolare l’abbraccio liturgico dovrebbe essere la forma più alta dell’abbraccio nel Signore. Ma è realmente così ?

(per l’approfondimento leggi : ABBRACCIAMI di Carlo Rocchetta;  da pag.161 a pag.171)

La parola alla  Chiesa

Sant’Anselmo D’Aosta, tra il 1070 e il 1073 scrive una lettera  al suo amico monaco Enrico. Anselmo sottolinea il tema dell’amicizia, usa un linguaggio amicale, affettivo a dimostrazione che l’amicizia se lega ad un rapporto personale che diventa sempre più forte, inizia e finisce col momento dell’amicizia e fratellanza. Anselmo vede nell’amicizia come un aiuto per acquistare il regno del Cielo, con molta enfasi sottolinea nella sua lettera l’ importanza dell’amicizia per la vita umana. Nella vita religiosa di S. Anselmo l’amicizia era un’esperienza centrale, che aveva un’importanza profonda ed eterna. Nell’amicizia era il regno del Cielo. L’amicizia  è una forma più intensa di amore dell’amore del prossimo. L’amicizia non ha altro scopo se non l’amore di Dio e l’amore dei fratelli.

In tale quadro, l’amicizia tra monaci non può se non svolgere il ruolo di un addestramento all’acquisizione di questa carità perfetta.

Per Anselmo, l’amicizia è in primo luogo un’amicizia tra monaci, che condividono uno stesso ideale di vita, una stessa esperienza spirituale, una stessa ricerca di Dio e del suo Regno. L’amicizia tra monaci è in primo luogo un’amicizia tra cercatori di Dio, ed è nella misura stessa in cui tale desiderio di Dio è mantenuto vivo nel cuore degli amici che la comunione tra loro può crescere.

  1. Anselmo ha lasciato un grande contributo alla teologia e alla spiritualità e per la vita monastica, frutto della sua esperienza fortemente basata nella Sacra Scrittura e nella Regola de San Benedetto. Anche se noi magari non siamo inseriti nella vita monastica, possiamo tuttavia far tesoro dei suoi insegnamenti per potere vivere i nostri rapporti di amicizia in Dio, per Dio e con Dio.

 

Testimonianze : Madre Teresa di Calcutta amica dei poveri

Una vita donata ai più poveri dei poveri, nei quali vedeva riflesso il volto di Cristo. Vivere il Vangelo per lei voleva dire vivere la religione dell’amore, del dono totale di sé. Il suo segreto è stata la preghiera incessante. Non le è mancata tuttavia la prova dolorosa della notte dello spirito.

Giovanni Paolo II il 19 ottobre, giornata missionaria mondiale, la proclama beata, a soli sei anni di distanza dalla sua scomparsa. Questa piccola grande suora un giorno ebbe il coraggio di lasciare la famiglia per farsi religiosa, il coraggio di abbandonare la sua comunità religiosa dove la sua gioia era  insegnare, per raggiungere i più poveri dei poveri, il coraggio di deporre il caro abito delle suore di Loreto per prendere il sari bianco bordato d’azzurro, ormai conosciuto, amato e venerato in tutto il mondo e diventato simbolo vivente dell’amore di Cristo per i poveri d’oggi.

Madre Teresa diceva: «Anzitutto vogliamo che questi moribondi si sentano desiderati, vogliamo che sappiano che ci sono delle persone che li amano, e vogliono veramente, almeno per le poche ore che restano loro da vivere, far conoscere loro l’amore umano e divino; che anch’essi sappiano che sono figli di Dio, che sono persone che contano e che ci sono delle giovani esistenze a loro servizio. I poveri hanno bisogno delle nostre mani per essere serviti, hanno bisogno dei nostri cuori per essere amati. La religione di Cristo è l’amore, il contagio dell’amore. Certamente io non toccherei mai un lebbroso neanche per un milione, ma me ne prendo cura volentieri per amore di Dio…».

Madre Teresa afferma: “Nei poveri noi tocchiamo realmente il corpo di Cristo”. Nel povero è a Cristo affamato che diamo da mangiare, nel povero è Cristo che vestiamo ed è Cristo senza dimora che noi ospitiamo. Dobbiamo diventare sempre più simili a Cristo per permettergli di vivere la sua vita di compassione e di umanità nel mondo d’oggi. Conservate sempre accesa nel vostro cuore la luce di Cristo, poiché lui solo è la via da percorrere. Le nostre attività non sono che l’espressione del nostro amore per lui. Bisogna che i nostri cuori siano ricolmi di amore per lui, e siccome questo amore deve esprimersi nelle azioni, è normale che i più poveri dei poveri ci permettano di esprimere questo amore per Dio. Le amministrazioni pubbliche fanno molte cose nel campo dell’assistenza. Noi abbiamo un’altra cosa da offrire: l’amore di Cristo. Ogni persona per me è  Cristo. Le suore sanno molto bene che esse hanno a che fare con Cristo affamato, con Cristo nudo, con Cristo senza dimora. Ed è questa convinzione, questo amore che suscita la gioia di donare.

Madre Teresa amava ripetere che oltre la povertà materiale ce n’è un’altra di ben più grave, soprattutto nelle società opulente: è la povertà dell’anima, la povertà della solitudine e dell’inutilità.

Il suo segreto era quello della “preghiera“. Per Madre Teresa:

  • «Il frutto del silenzio è la preghiera;
  • il frutto della preghiera è la fede;
  • il frutto della fede è l’amore;
  • il frutto dell’amore è il servizio;
  • il frutto del servizio è la pace».

A suo parere, non è possibile impegnarsi nell’apostolato se non si è persone di preghiera. Dobbiamo essere coscienti di essere una cosa sola con Cristo, come lui è cosciente di essere una cosa sola col Padre… Ciò che il sangue è per il corpo, la preghiera è per l’anima…Io traggo la mia forza da Dio mediante la preghiera… Essa ci dona anche tutta la gioia necessaria per compiere ciò che dobbiamo fare».

La preghiera è sorgente di gioia. La gioia è forza, la gioia è amore, la gioia è come una rete d’amore che prende le anime. Dio ama coloro che donano con gioia. Chi dona con gioia dona di più. Un cuore che brucia d’amore è un cuore gioioso.

«Non permettete mai che la tristezza vi prenda al punto da farvi dimenticare la gioia del Cristo risorto, questo Cristo che si dona a noi nell’Eucaristia…

La peggior malattia che possa colpire un essere umano è di essere indesiderato. Per ogni genere di malattia ci sono dei rimedi e delle medicine. Ma quando si è indesiderati, quando non ci sono mani servizievoli e cuori che amano, non credo che questa malattia possa mai essere guarita. Il nostro scopo è di essere per loro mani servizievoli, cuori che amano e di vedere in essi Cristo».

Domande per la condivisione

-Come viviamo i rapporti di amicizia? Come un rapporto chiuso o con quell’apertura che fa volare verso Dio?

-Nella quotidianità  avvertiamo l’amicizia come dono di Dio, che deve portare a Dio?

-Abbiamo mai riflettuto sul fatto che  trovarsi faccia a faccia con il tu di una persona partendo dal nostro coniuge è come trovarsi faccia a faccia con l’Altissimo?

Impegno da assumere

Alla luce di quanto detto in questo incontro quale impegno vogliamo assumere per vivere e migliorare i nostri rapporti di amicizia?

 

 

Gruppi di Spiritualità della Tenerezza