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Abbracciami

9° Cap. 1° Parte

Attendere la parola

Lodate il Signore perché è buono: eterna è la sua misericordia.

Lodate il Dio degli dèi: eterna è la sua misericordia.

Lodate il Signore dei signori: eterna è la sua misericordia.

Egli solo ha compiuto meraviglie: eterna è la sua misericordia.

Ha creato i cieli con sapienza: eterna è la sua misericordia.

Ha stabilito la terra sulle acque: eterna è la sua misericordia.     (Salmo 136)

In ascolto della Parola

LEGGERE Lc 7, 36-50

Provocati dalla Parola

La donna del profumo, così vogliamo chiamarla, è una delle tante donne anonime che compaiono nel vangelo di Luca, individuata tradizionalmente come «pubblica peccatrice perdonata o pentita»,

Quello di Luca, è il vangelo che narra in maggior numero storie di donne, e fra tutte quelle di cui l’evangelista ci parla, la nostra protagonista senza chiederlo, è liberata da una malattia, non del corpo ma dello spirito. La donna del profumo non è cieca, né lebbrosa, né sordomuta, né paralitica, non ha perdite di sangue, non è posseduta dal demonio… Il suo male è di altro ordine: la donna del profumo ha vissuto una vita di peccato.

E Gesù, il pedagogo, il terapeuta, applica un rimedio di efficacia istantanea. Perdona all’istante tutti i suoi peccati. Non li ricorda più, non li conta più, non li classifica. Il rimedio di Gesù rigenera nel cuore distrutto della donna i sentimenti più delicati dell’essere umano: amore e gratitudine. La donna del profumo è la donna del molto amore, la donna della gratitudine infinita, la donna che non sa esprimere in parole quanto il suo cuore sente per Gesù, quindi non esita a compiere dei gesti molto audaci che sconcertano sia Simone che i convitati: gli bagna i piedi con le lacrime, li asciuga con i capelli, li bacia e li cosparge di profumo.

I suoi gesti, che hanno la spontaneità e la sicurezza di una donna che si sente amata, sbalordiscono, perché si tratta di una peccatrice, così era etichettata da tutti, anche da Simone.

La breve parabola raccontata poi da Gesù, del creditore e dei due debitori, anch’essi senza nomi, chiarisce il pensiero di Gesù. Egli è capace di rimettere i peccati, come un creditore a cui gli deve cinquecento denari. La fede è la sola condizione che Gesù chiede per essere salvati; è il denominatore che accomuna i suoi miracoli. Rimettere il peccato ad una peccatrice è come guarire un paralitico o un cieco: in entrambe le situazioni è la fede che salva, non il miracolo.

La Chiesa si compone di servi ai quali è condonato un debito smisurato, affinché siano in grado di perdonare agli altri servi. Cosa sarebbe una Chiesa che pone condizioni alla misericordia di Dio, pur avendo ricevuto il mandato di perdonare settanta volte sette?

Così come con la peccatrice, anche con ciascuno di noi , la misericordia di Dio giunge come un dono gratuito, da accogliere in un abbraccio in cui, sentendosi amati, non occorre dire alcuna parola. Spesso infatti, i gesti sono più eloquenti delle parole; sono capaci di incidere con una maggiore intensità e immediatezza il cuore, lasciandovi una traccia indelebile. Quando il perdono divino, donato e accolto, invade il nostro cuore ricolmandolo di pace, questa non può che traboccare abbracciando chi ci sta accanto anche se questo è un “nemico”.

L’abbraccio dei nemici

Sicuramente non è facile parlare di abbraccio indirizzato ai nemici, eppure Matteo nel suo vangelo al capitolo 5, sottolinea che Gesù c’invita a compiere questo gesto che sembra essere fuori di ogni logica umana. La parola nemico viene dal latino “inimicus”, ed indica qualcuno che mi è avverso oppure ostile; quindi qualcuno da cui io sento il dovere di difendermi, opponendomi e combattendolo.

Naturalmente se abbiamo definito l’abbraccio come un incontro con l’altro in uno scambio di reciprocità e di affetto, è molto difficile pensare che questo possa essere realizzabile fra due persone ostili.

Se da una persona ho subito torti, umiliazioni o ingiustizie, i sentimenti che proverò verso di lui saranno di rabbia rivalsa o rancore; non certo di accoglienza o condivisione. Ma la sfida lanciata da Gesù, a chi vuole essere suo discepolo, è proprio questa. Un cuore aperto, un pensiero che non giudica, una lingua che non condanna e mani che si aprono al dono.

Devo ricorrere alla forza o all’umile amore?

Ciascuno di noi deve avere nella mente e nel cuore, un’idea chiara: ispirarsi ad una cultura di violenza oppure ad una cultura di convivialità.

La cultura della violenza e della conflittualità genera individualismo e disumanità, mentre la cultura della tenerezza , considerando l’altro come fratello, genera compassione e solidarietà. E’ chiaro che siamo in due condizioni completamente opposte, infatti nella prima si ragiona solo con la mente, mentre nella seconda si ragiona solo col cuore. Nel primo caso allora possiamo parlare di cultura di morte (necrofilia), e nel secondo caso invece parliamo di cultura di vita (biofilia). La ragione ha un ruolo fondamentale nello scoprire, ordinare, disciplinare, programmare il processo evolutivo, ma deve coniugarsi con il cuore e il sentimento. Come dice Heinrich Boll: “la cultura della tenerezza rappresenta l’unica alternativa alla cultura dell’asprezza che vede l’uomo avvolto da una sorta di anonimato che riduce l’essere umano ad un numero della grande massa, oppure ad una rotellina di un grande ingranaggio”. A capire meglio questo concetto ci aiuta il monaco Zosima ne “I fratelli Karamazov” quando dice che “Devo ricorrere alla forza o all’umile amore? Decidi sempre: “Ricorrerò all’umile amore. Infatti, l’amore umile è una forza formidabile, la più grande di tutte, come non ce ne sono altre”.

L’alternativa è fra la “forza brutale” e “l’umile amore”, fra “l’occhio per occhio e dente per dente”, oppure “l’amare i nemici e fare del bene a coloro che ci odiano”. Una cosa è certa: la violenza genera sempre violenza. E’ diffusiva così come è diffusivo il male; esso infatti non si sconfigge con altro male ma con l’amore. Martin Luther King diceva infatti: “fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi”.

Quella proposta fino ad ora, naturalmente è una scelta difficile, ma è l’unica se si vuole portare avanti una logica di non-violenza. Il perdono non rende banale l’amore, anzi purifica la tendenza che ciascuno di noi ha di scaricare sugli altri la responsabilità di ciò che accade.

Perdonare non è segno di debolezza, ma di forza.

Il perdono sana le relazioni interpersonali ferite e logorate dal risentimento. Questo avviene in tre diversi livelli: affettivo, cognitivo e comportamentale.

  • A livello affettivo, il perdono consente di ricostruire la relazione con il “nemico” sostituendo lo stato d’animo del risentimento con quello della comprensione.
  • A livello cognitivo, il perdono orienta a vedere l’avversario come un compagno di viaggio, fragile come noi, da amare come amiamo noi stessi.
  • A livello comportamentale, il perdono consente di passare da un atteggiamento di rifiuto ad uno di collaborazione e di ricerca del bene.

Quanto detto fin ora ci fa capire che l’abbraccio perdonante ha una valenza positiva insostituibile. Consente di far riaffiorare nei rapporti interpersonali sentimenti di stima, fiducia, rispetto, ripristinando una nuova armonia.

Il non- abbraccio come circolo mortale

L’abbraccio che perdona allora risulta essere fondamentale per chi vuole orientare i propri rapporti interpersonali fondati sulla responsabilità, condivisione e servizio, allontanando insofferenza e rifiuto. Il non perdono determina una situazione opposta, che può essere definita “di morte” e non “di vita”. Vediamo adesso di capire meglio ciò che abbiamo appena detto.

Quando qualcuno subisce un torto grave sperimenta una ferita, che causa un risentimento e magari, in casi particolari, anche odio; questo risentimento/odio diventa fonte di dolore; si instaura così un ciclo che sembra non avere fine. La ferita che si era creata viene alimentata dal dolore e, invece di guarire peggiora ulteriormente.

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Si crea in questo modo una dinamica che è esattamente opposta a quella della tenerezza; caratterizzata da un circolo alquanto diverso, che possiamo configurare con tre termini : dono-accoglienza-condivisione.                                                                                    

L’abbraccio perdonante consente di interrompere il ciclo mortale del non-perdono, proiettando ciascuno in una dimensione di nuova accettazione, di compassione di riconciliazione. Se pensiamo allora a due sposi che hanno litigato, possiamo paragonare l’abbraccio perdonante ad un raggio di sole che li avvolge entrambi rischiarando l’oscurità che si era venuta a creare, oppure ad un meraviglioso arcobaleno che unisce cielo e terra portando la pace nei cuori.

La vera bellezza e potenza del perdono consistono nell’aprirci al futuro, in quanto esso ha la capacità di rimuovere il passato.

                                 (per l’approfondimento leggi : ABBRACCIAMI di Carlo Rocchetta; da pag.173 a pag.179)

La parola alla Chiesa

Nella bolla di indizione del giubileo straordinario della misericordia, “Misericordiae Vultus”, Papa Francesco cita tre Papi per la loro attenzione al tema della misericordia: san Giovanni XXIII che, indicendo il Concilio Vaticano II, aveva detto che “la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi del rigore”; il beato Paolo VI il quale, a conclusione del Concilio, ricordava quanto l’insegnamento conciliare fosse stato alla luce della parabola del Buon Samaritano; infine, san Giovanni Paolo II, apostolo della divina misericordia con la sua Enciclica Dives in Misericordia.

In definitiva possiamo dire che la misericordia è stata l’asse portante dell’insegnamento di tutti i papi dell’ultimo secolo, da Pio XI a Francesco. Questo deve riempire di gioia ciascuno di noi, deve portarci a riflettere sull’importanza della misericordia, ma soprattutto deve essere una provocazione perché quest’ultima diventi vita quotidiana di ogni credente nella sua responsabilità di rendere credibile il vangelo.

Papa Francesco fin dal primo momento del suo pontificato, ha voluto mettere in evidenza che la Chiesa dev’essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del vangelo ( Evangelii Gaudium, n° 114).

A tal proposito non possiamo fare a meno di ricordare il primo Angelus di papa Francesco.

Era il 17 marzo 2013, in una piazza san Pietro gremita di fedeli Papa Francesco disse :”Non dimentichiamo questa parola: Dio mai si stanca di perdonarci, mai! “Eh, padre, qual è il problema?”. Eh, il problema è che noi ci stanchiamo, noi non vogliamo, ci stanchiamo di chiedere perdono. Lui mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono. Non ci stanchiamo mai, non ci stanchiamo mai! Lui è il Padre amoroso che sempre perdona, che ha quel cuore di misericordia per tutti noi. E anche noi impariamo ad essere misericordiosi con tutti. Invochiamo l’intercessione della Madonna che ha avuto tra le sue braccia la Misericordia di Dio fatta uomo.”

Testimonianze

La festa della Divina Misericordia è stata istituita ufficialmente da san Giovanni Paolo II il 30 aprile 2000, in occasione della canonizzazione di santa Faustina Kowalska, nata nel1905 e morta nel 1938.

Il Papa, riferendosi ai messaggi che Gesù aveva comunicato a quest’umile suora polacca, e da lei stessa raccolti in un diario, ”la misericordia di Dio nella mia anima”, volle che tutti gli uomini imparassero a conoscere sempre meglio il vero volto di Dio, che è un volto di misericordia. Le ricchezze che ci vengono trasmesse da questa santa sono principalmente due:

  • La necessità della misericordia: in ogni pagina del suo diario infatti si percepisce la ferma volontà di Gesù affinché tutti gli uomini conoscano la sua misericordia e comprendano che essa è illimitata.

In un messaggio infatti Gesù le dice che lo ferisce più la diffidenza verso la sua bontà che il peccato stesso. I peccati di sfiducia, sono infatti quelli che Lo feriscono maggiormente.

Dio dissemina nella storia inviti accorati ad accogliere la Sua misericordia, incarnandola quasi visibilmente nelle parole e nei gesti dei suoi Santi, perché ciascuno di noi possa prenderne coscienza e possa decidere di non volere restare nella menzogna; unica condizione , questa per essere abbracciati da Dio.

  • Riflessi di misericordia: da questa santa, piuttosto che raccogliere esempi, vogliamo imitare il modo con cui apprese subito a pregare, implorando da Gesù la grazia di poter diventare, lei stessa, “tutta misericordia”: Oh Signore, desidero trasformarmi tutta nella Tua Misericordia ed essere il riflesso vivo di Te. Aiutami, o Signore, a far si che i miei occhi siano misericordiosi, in modo che io non nutra mai sospetti e non giudichi sulla base di apparenze esteriori, ma sappia scorgere ciò che c’è di bello nell’anima del mio prossimo e gli sia di aiuto. Aiutami, o Signore a far si che il mio udito sia misericordioso, che mi chini sulle necessità del mio prossimo……….che la mia lingua sia misericordiosa e non parli sfavorevolmente del prossimo……..che le mie mani siano misericordiose e piene di buone azioni…….che i miei piedi siano misericordiosi, in modo che io accorra sempre in aiuto del prossimo……….che il mio cuore sia misericordioso, in modo che io partecipi alle sofferenze del prossimo………mi comporterò sinceramente anche con coloro che abuseranno della mia bontà, mentre io mi rifugerò nel misericordiosissimo cuore di Gesù………..

E Gesù compiaciuto le rispondeva: ”Figlia mia, desidero che il tuo cuore sia modellato secondo il Mio Cuore misericordioso. Devi essere totalmente imbevuta della Mia Misericordia”.

Domande per la condivisione

-Come viviamo i rapporti interpersonali con chi ci sta accanto?

-Nella quotidianità avvertiamo il perdono come dono gratuito di Dio, che può essere donato agli altri?

-Ci capita di avvertire quella stanchezza nel chiedere perdono a Dio Padre?

Impegno da assumere

Alla luce di quanto detto in questo incontro quale impegno voglio assumere per vivere e accogliere quel perdono che riempie il cuore di pace? Chi decido adesso i perdonare?

( scheda elaborata da Todaro Rosa Maria )

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