Abbracciami-Cap-9-Parte-2

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9° Cap. 2^ Parte

Attendere la Parola

“Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato. Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto; perciò sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio” (Sal 50,1-6)

In ascolto della Parola

Disse Caino al Signore: ”troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono?……”   (Gn 4,13)

Provocati dalla Parola

L’esclamazione di Caino è sulla bocca di tutti coloro che pensano di aver commesso peccati troppo gravi perché Dio li possa perdonare. Questo atteggiamento di sfiducia li lascia nell’indurimento del cuore e nell’impenitenza. Un cuore che si pente non deve dubitare dell’amore di Dio. Il pentimento è una grazia che rende visibile il suo volto di Padre.

A Pietro è bastato uno sguardo di Gesù perché scoppiasse in lacrime. Egli è stato debole ma non ha dubitato che il Maestro lo avesse perdonato. Il suo è stato il pianto di un cuore umile, che non è stato lì a perder tempo nel risentimento contro se stesso.

Quando l’uomo si riconosce peccatore e vede il suo peccato nella luce di Dio, si libera dal peso che lo schiaccia. Avverte l’amore misericordioso di Dio che gli tende la mano e lo rialza.

Caino è lontano dall’essersi pentito per aver ucciso il fratello Abele. Al Signore che lo chiama, chiedendogli dove sia il fratello, risponde: “non lo so, sono forse io il guardiano di mio fratello?” (Gn 4,9). Il cuore di Caino è chiuso e prigioniero del male. Non vede il volto di Dio che lo ammonisce, ma solo il peccato che lo schiaccia.

Il cristiano deve imparare a vedere i suoi peccati nella luce di Cristo, Agnello immolato che ha espiato i peccati di tutti gli uomini di tutti i tempi. La malizia del male è talmente grande che l’uomo non avrebbe potuto mai eliminarla con le sue sole forze. Tutto il male che l’uomo ha prodotto nel suo cuore è stato distrutto nel Cuore di Gesù. Non c’è nessun peccato, neppure quelli inimmaginabili, che abbia resistito alla fiamma d’amore di quel cuore.

Affermare che Dio perdona sempre non è una esagerazione, perché questa è la decisione del suo amore sconfinato, che si è rivelato sulla croce. Possiamo quindi dire che la misericordia di Dio è infinita, e viene donata a ciascuno di noi nel tempo della vita, perché l’uomo possa approfittarne per salvarsi.

L’uomo ha un tempo per accedere alla misericordia di Dio, ed è quello della vita. Fino a quando l’anima non lascerà il corpo, per comparire davanti al suo Creatore, ogni uomo può pentirsi e chiedere perdono dei suoi peccati. Se lo fa con cuore sincero entrerà nel Regno di Dio.

Gesù diceva a santa Faustina che lo addolora più vedere gli uomini che dubitano della sua misericordia piuttosto che il peccato stesso ( dal diario di santa Faustina Kowalska).

L’abbraccio: segno di perdono

La parola per-dono appartiene alla categoria del dono perfetto. La preposizione “per”, infatti, implica, in latino, l’idea di pienezza. Quindi la parola per-dono sta ad indicare dono nella sua pienezza, “dono completo” all’altro e a se stessi. Esso non è solo il dono più grande che viene fatto a chi ci ha offeso, ma anzitutto è il dono più grande che noi facciamo a noi stessi, e che ci consente di ritrovare la pace e la serenità perduta.

L’esperienza ci insegna che: il risentimento è come un macigno che pesa sulle nostre spalle piegandoci e schiacciandoci fino al punto di creare stati d’animo di stress e depressione; perdonare è più sano che lasciarsi corrodere dalla rabbia, che invece è capace di provocare malattie cardiovascolari, tachicardie, emicranie, gastriti e perfino ulcere; il risentimento, o addirittura l’odio, non recano nessun danno all’altro, mentre il perdono reca sollievo a chi lo dona e a chi lo riceve, e conduce a star bene; l’80 % del vissuto coniugale si basa sul perdono, dono, ricevuto, condiviso, ricercato; infine senza perdono non c’è futuro nella famiglia e neanche nella società. Perdonare vuol dire offrire.

Esso è un atto disinteressato, libero e liberante che nasce da un cuore grande, capace di andare al di là del male ricevuto. La forma concreta del perdono è l’abbraccio. Dalle Scritture apprendiamo il termine “shalom”, che vuol dire “pace”. Naturalmente non intesa come assenza di guerra ma come condivisione di ciò che si è e di ciò che si ha, sotto l’aspetto materiale, spirituale, sociale e familiare.

L’abbraccio del nemico diviene allora il suggello di un percorso che conduce ad una vita nuova, come appare nel vangelo: dalla donna sorpresa in flagrante adulterio (Gv 8,1-11) alla parabola del padre misericordioso e dei suoi due figli (Lc 18,1-32), fino alla conversione di Zaccheo (Lc 19,1-10) e alla liturgia dei gesti della donna peccatrice in casa di Simone (Lc 7, 36-50). L’abbraccio viene a rappresentare un perdono offerto e ricevuto, che cambia la vita e rimanda alla riconciliazione.

La riconciliazione in un abbraccio

Tra perdono e riconciliazione vi è una evidente reciprocità: il primo infatti è la via che ci prepara alla seconda. Soggettivamente però le due categorie si distinguono.

Il perdono rappresenta un atto interiore di gratuità, e può essere concesso anche ad una persona assente, che ci ha fatto del male, ma che non abbiamo più occasione di incontrare, perché lontana o addirittura morta. La riconciliazione invece è un evento interpersonale che richiede il ristabilimento di una rinnovata relazione con chi prima consideravamo un nemico, allo scopo di ricostruire un rapporto che aveva subito delle ferite più o meno gravi.

Perdono e riconciliazione, quindi sono connessi tra loro ma non sono affatto equivalenti. Ad esempio si può perdonare interiormente ma senza riconciliarsi. A tal proposito il gesto dell’abbraccio è molto significativo nel caso della riconciliazione, ne diventa la celebrazione tenendo lontano il rischio che possa essere aleatorio.

Due persone che si riconciliano, abbracciandosi si guardano negli occhi, scambiandosi così un segno della loro volontà riconciliante. All’interno di una coppia la riconciliazione diventa un dono condiviso, frutto di una chiarificazione a volte faticosa e sofferta, ma necessaria per rigenerare la relazione con l’altro. In ogni situazione l’atto riconciliante richiede una concreta decisione e rimanda ad un progetto di vita, fatto di scelte, di gesti affettivi da esprimere ogni giorno.

Non basta un sentimento interiore ma bisogna effettuare un vero e proprio programma che si può articolare in quattro fasi:

  • La Decisione: di volersi riconciliare, con una manifestazione esteriore chiara che può essere una stretta di mano o un abbraccio;
  • La Verifica: delle situazioni che hanno creato il problema, esaminando eventuali torti subiti;
  • La Decantazione: come tempo salutare, di pazienza e di attesa, per fare allontanare rabbia e nervosismo, creando attitudini interiori migliori.
  • Il far Credito: superando atteggiamenti di rifiuto, per lasciar posto alla fiducia nell’altro che è la condizione necessaria per instaurare una nuova modalità di relazione.

“Perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34)

Una testimonianza perfetta di perdono nei confronti di nemici, ci viene raccontata da Luca al capitolo 23, quando Gesù dalla croce chiede al Padre di perdonare coloro i quali lo avevano crocifisso, adducendo come motivazione il fatto che essi non sapevano cosa stavano facendo. Gesù ci insegna a vincere il male con il bene. L’uomo e la storia in cui egli è inserito, vengono edificati non dalla forza dell’aggressività, ma dalla forza dell’amore, non dalla vendetta, ma dal perdono senza limiti. Leggendo il vangelo secondo Matteo al capitolo 18 è chiara la risposta di Gesù quando gli viene chiesto quante volte bisogna perdonare. La risposta di Gesù è lapidaria: settanta volte sette, cioè sempre.

L’atteggiamento di perdono emerge con notevole forza sia nel momento della crocifissione che nel dialogo di Gesù con Pietro dopo la risurrezione. Sulla croce si manifesta il più grande abbraccio perdonante; la croce si trasforma in un abbraccio salvifico che non conosce ostacoli, neppure di fronte al tradimento.

Gesù nel perdonare mostra un atteggiamento di straordinaria comprensione verso la condizione umana; infatti l’uomo non sempre si rende conto di quanto sta facendo, e bisogna distinguere tra l’oggettività del peccato e la soggettività del peccatore. Sulla croce il perdono è entrato nella storia degli uomini. Il male non è stato soppresso, ma transustanziato; è diventato la ragione della compassione e del perdono.

L’unica cosa importante è che l’uomo si converta e si lasci amare da Dio.

A tal proposito è importante ricordare il dialogo tra Gesù e il buon ladrone, che pentito, gli chiede di ricordarsi di lui una volta giunto nel suo regno. Ma l’abbraccio perdonante di Gesù va oltre il semplice ricordo, Dio gli offre il paradiso cioè la salvezza eterna. L’ultima parola, infatti non è affidata alla croce ma alla resurrezione. Il perdono del crocifisso è quella stessa gioia del pastore per la pecora ritrovata (Lc 15,5-7), della donna per la dracma perduta (Lc 15,9) o del padre per il figlio tornato a casa (Lc 15,22-24). Importante è ricordare il dialogo fra Gesù e Pietro dopo gli avvenimenti pasquali: Gesù chiede una triplice adesione: ”mi vuoi bene?”.

E’ evidente da parte del risorto la forma graduale di un abbraccio colmo di pazienza e di comprensione, che non è sdolcinato ma esigente come l’amore e forte come la morte. E la risposta di Pietro: ”Signore tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”(Gv21,17), è frutto di una perfetta adesione del cuore, in una forma di auto-consegna sincera al Signore risorto.

Il perdono riconciliante di Gesù è totale, infatti dopo la triplice professione d’amore, non rimane più nulla del passato. Tutto ricomincia da capo con una apertura al futuro, con l’impegno della sequela Christi (Gv 21,18-19). L’abbraccio del Maestro va oltre l’infedeltà dell’apostolo ed è tale da richiedere una risposta direttamente proporzionale, come Lui tante volte ci ha insegnato: “se tuo fratello si pente, perdonagli”(Lc 17,3). “Se perdonerete agli uomini le loro colpe, anche il padre celeste perdonerà le vostre” (Mt 6,14;18,21-35).

Un discepolo chiese al maestro: “Come posso ottenere la grazia di non giudicare mai il mio vicino?

Con la preghiera”.

Allora perchè non l’ho mai ottenuta?

Perché non hai pregato nel posto giusto!

E qual è ?

Nel cuore di Dio

E come ci arrivo ?

Comprendendo che chi pecca non sa quello che fa e va perdonato”

(per l’approfondimento leggi : ABBRACCIAMI di Carlo Rocchetta; capitolo 9; da pag.180 a pag.187)

La parola alla Chiesa

In questo Anno Santo, potremo fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica. Quante situazioni di precarietà e sofferenza sono presenti nel mondo di oggi! Quante ferite sono impresse nella carne di tanti che non hanno più voce perché il loro grido si è affievolito e spento a causa dell’indifferenza dei popoli ricchi. In questo Giubileo ancora di più la Chiesa sarà chiamata a curare queste ferite, a lenirle con l’olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta. Non cadiamo nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge. Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo.

È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina.   ……… Riscopriamo le opere di misericordia corporale e spirituale:

    

Opere di misericordia Corporale:                                        

Opere di misericordia Spirituale

  1. Dare da mangiare agli affamati,
  1. Consigliare i dubbiosi,
  1. Dare da bere agli assetati,
  1. Insegnare agli ignoranti,
  1. Vestire gli ignudi,
  1. Ammonire i peccatori,
  1. Accogliere i forestieri,
  1. Consolare gli afflitti,
  1. Assistere gli ammalati,
  1. Perdonare le offese,
  1. Visitare i carcerati,
  1. Sopportare pazientemente le persone moleste,
  1. Seppellire i morti.
  1. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

 

 

Non possiamo sfuggire alle parole del Signore: e in base ad esse saremo giudicati: se avremo dato da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete. Se avremo accolto il forestiero e vestito chi è nudo. Se avremo avuto tempo per stare con chi è malato e prigioniero (cfr Mt 25,31-45). Ugualmente, ci sarà chiesto se avremo aiutato ad uscire dal dubbio che fa cadere nella paura e che spesso è fonte di solitudine; se saremo stati capaci di vincere l’ignoranza in cui vivono milioni di persone, soprattutto i bambini privati dell’aiuto necessario per essere riscattati dalla povertà; se saremo stati vicini a chi è solo e afflitto; se avremo perdonato chi ci offende e respinto ogni forma di rancore e di odio che porta alla violenza; se avremo avuto pazienza sull’esempio di Dio che è tanto paziente con noi; se, infine, avremo affidato al Signore nella preghiera i nostri fratelli e sorelle. In ognuno di questi “più piccoli” è presente Cristo stesso. La sua carne diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga… per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura. Non dimentichiamo le parole di san Giovanni della Croce: « Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore » (Misericordiae Vultus n. 15).

Testimonianze

Oggi si parla molto della misericordia di cui avrebbero bisogno molte famiglie ferite e molti coniugi, sopraffatti da problemi e conflitti che non riescono più a sopportare. Forse, bisognerebbe parlare anzitutto della misericordia che gli stessi coniugi in crisi potrebbero umilmente esercitare fin da quando la famiglia comincia a vacillare. A volte, per salvarla, basterebbe anche soltanto la misericordia esercitata con pazienza da uno solo dei coniugi.

Fu proprio così la storia di una sposa tutta misericordiosa, la beata Elisabetta Canori Mora, che Giovanni Paolo II ha voluto beatificare nel 1994, insieme a Gianna Beretta Molla, proprio nell’anno internazionale della famiglia; e le definì entrambe “donne d’eroico amore”.

Il matrimonio fra Elisabetta, di nobile famiglia romana, col giovane e ricco avvocato Cristoforo Mora sembrò inizialmente l’avverarsi di una favola. Inizialmente egli era gelosissimo della moglie, ma dopo solo pochi mesi la gelosia ossessiva lasciò il posto ad una freddezza glaciale e a continui tradimenti con una donna di basse condizioni. Le perdite al gioco lo ridussero al lastrico. Elisabetta doveva da sola lavorare per mantenersi e provvedere ai figli.

Inizia qui la splendida storia mistica di questa donna. La vita di Elisabetta fu, ricca di preghiere, viveva le sue giornate in totale unione col Signore, a partire dalla Santa Messa quotidiana; il resto del tempo lo dedicava alle bambine e ai lavori domestici. Lui non si vedeva mai, tornava a notte fonda, e lei era sempre lì, sveglia, ad aspettarlo; aveva deciso di non litigare mai e di rivolgergli solo parole buone e qualche esortazione a cambiar vita.

Naturalmente se questa donna aveva certi comportamenti dobbiamo sottolineare che ciò era possibile per il suo rapporto strettissimo con Dio, al punto che era Lui stesso ad agire in lei. Sarebbe impossibile infatti avere certi comportamenti solo per nostra bravura e capacità; è necessaria la “Grazia” che solo Lui può donarci; ma noi dobbiamo aprirgli la porta del nostro cuore; porta che come sappiamo ha la maniglia solo dall’interno, cioè la porta del cuore si apre solo se lo vogliamo noi.

Elisabetta inoltre era molto attenta ai poveri e agli ammalati che andava a trovare negli ospedali facendo anche i lavori più umili e ripugnanti. Perfino il confessore le consigliava di separarsi dal marito ma ella rispondeva: ”io antepongo la salvezza di queste tre anime (figlie e marito) al mio profitto spirituale”.

Sorprendente è vedere due anime a così stretto contatto coniugale: una immersa nelle minacciose tenebre del vizio, l’altra immersa nella luce protettiva della sua sponsale amicizia con Cristo.

All’età di cinquant’anni Elisabetta morì, e quando Cristoforo, alle quattro del mattino tornò a casa e trovò la moglie morta, si mise a singhiozzare, come instupidito, e da quel giorno non fu più lo stesso. Cominciò ad avvicinarsi al Signore, lentamente e, trascorsi nove anni dalla morte di Elisabetta, diventa sacerdote nell’ordine dei frati minori, eccezionalmente all’età di sessantun anni. Morì dopo undici anni con la fama di santità.

L’insegnamento che il racconto vuole trasmetterci è che dobbiamo capire che in un matrimonio cristiano è sacramento tutto: l’amore che i due coniugi riescono a comunicarsi è la parte bella del sacramento; l’amore che un coniuge non vuole o non riesce a dare deve diventare la parte che rimanda direttamente a Cristo invocando la Sua presenza. Se anche uno solo dei due coniugi prende coscienza di ciò, la vita si riempie di misericordia e può riempirsi di miracoli.

La vita di sacrifici e sofferenze di Elisabetta offerte al Signore hanno salvato le anime delle figlie e del marito. Elisabetta non ha sofferto invano.

Domande per la condivisione

  1. Come viviamo nella vita relazionale con le persone che ci circondano, il linguaggio dell’abbraccio per manifestare il grande dono del perdono ?
  2. Nella quotidianità sentiamo l’abbraccio di Dio ? percepiamo il grande dono che Egli ci fa donandoci il suo perdono?
  3. Abbiamo avuto nella vita esperienze in cui abbiamo guardato il nostro peccato alla luce di Dio e abbiamo sentito il suo abbraccio di misericordia che ci ha perdonato?

Impegno da assumere

Alla luce di quanto detto in questo incontro, quale impegno voglio assumere per vivere e migliorare la mia capacità di perdonare e di accogliere il perdono di Dio?

Gruppi di Spiritualità della Tenerezza