1.2-Abbracciato dall’Amore: Il Crocifisso

Prima immagine del Crocifisso stampata sull'Adorazione.
Prima immagine del Crocifisso stampata sull’Adorazione.

ABBRACCIATI  DALL’AMORE: IL CROCIFISSO

(Ritiro per il gruppo “AQUILA  PRISCILLA”  16-03-2014)

 

          Questo tempo di ritiro che stiamo vivendo nell’ascolto della Parola di Dio e nella preghiera, ci permette d rientrare in noi stessi, nella nostra interiorità, per ritrovare la nostra vera identità nella contemplazione del mistero della SS Trinità: ritrovare la nostra identità personale e quella coniugale.

         In questo clima  di silenzio vogliamo fissare il nostro sguardo contemplativo nella vita della SS. Trinità, che è una vita di amore.

Proprio perché la vita della Trinità é vita di amore genera la comunione delle Persone divine, Padre, Figlio e Spirito Santo: una comunione infinitamente perfetta a tal punto da realizzare l’unità.

         I Padri della Chiesa, parlando della SS Trinità, rappresentavano lo Spirito Santo come il bacio del Padre e del Figlio, come espressione della accoglienza vicendevole del dono reciproco di sé.

         E’ un bacio di amore tra le persone che si apre al creato e si diffonde su tutte le creature, che trovano il fondamento  della  loro esistenza in questo amore divino.

 L’uomo, e tutta l’umanità, può considerare se stesso nelle braccia di Dio, Padre e Madre, che lo avvolge e lo fa esistere perché lo ama di una amore eterno e gratuito.

         L’abbraccio dell’amore divino trova la sua  espressione più significativa nell’Amore Crocifisso, che rivela l’essenza stessa dell’Amore, che è Dono.

Amare vuol dire donare.

Nel Crocifisso possiamo contemplare l’Amore che si fa dono totale nell’annullamento di sé. Il dono totale, che l’amante fa di stesso, può essere accolto nella sua pienezza da chi, a sua volta, si svuota interamente di sé per aprirsi all’accoglienza dell’altro. Questo si realizza pienamente nelle relazioni delle Persone divine.

Questo  l’ideale sta dinanzi alla vita di relazione degli sposi, che sono chiamati a rivelare il mistero di amore della SS. Trinità, attingendo il loro amore dal dono dello Spirito Santo e impegnandosi a compiere un cammino di purificazione che porta allo svuotamento di sé per fare della propria vita un dono totale per il proprio coniuge per accoglierlo in pienezza in tutta la sua autenticità.

         Ecco perché gli sposi cristiani hanno bisogno di contemplare il Cristo Crocifisso per scoprire la vera natura dell’amore, sforzandosi di viverlo nella propria relazione coniugale, interiorizzando gli stessi sentimenti di Gesù.

         Fissando i nostri occhi sul Crocifisso, sentiamoci abbracciati da Lui, per scoprire i segni con cui ci ha manifestato concretamente il suo amore.

1.       Anzitutto l’amore di Gesù Crocifisso per noi uomini si esprime nel silenzio.

Gesù dinanzi alle false accuse che rivolgevano contro di Lui dinanzi al sommo sacerdote Caifa e dinanzi a Pilato, taceva.

Gesù taceva non perché non aveva nulla da dire, non perché le accuse erano vere, non perché non aveva argomenti da ribattere, non perché non aveva accuse da  fare contro coloro che lo accusavano.

Gesù taceva perché era immerso nel mistero del Padre che gli faceva comprendere la necessità del silenzio perché si adempisse la sua volontà.

Il silenzio di Gesù apparentemente poteva sembrare una sconfitta, un riconoscere vere le accuse; in realtà Gesù non era succube di una situazione, ma la dominava, si mostrava superiore a chi lo giudicava e a chi lo accusava a tal punto che tutti si meravigliavano del suo silenzio.

La capacità d fare silenzio é un dono da scoprire  e da valorizzare. Non si tratta evidentemente del silenzio vuoto, che non è parola.

Il silenzio di cui parliamo é una parola più forte, più intensa, che dice pazienza,  comprensione, giustificazione, amore, ricerca di comprendere il mistero della persona, degli eventi, capacità di leggere la presenza di Dio anche là dove sembra che Dio è assente.

Pensiamo al silenzio nella vita di coppia come virtù che rivela comprensione e amore.

Non parliamo del silenzio che indica interruzione del rapporto dopo un litigio, dopo  un’esperienza negativa. Parliamo del silenzio come abbraccio di amore, che lascia spazio allo sfogo accusatorio dell’altro, che concede tempo perché l’altro possa placare la propria rabbia.

Parliamo del silenzio che entrambi i coniugi devono imparare a coltivare nella preghiera comune, nell’ascolto della Parola di Dio per comprendere i segni con i quali Dio manifesta la sua volontà, e come conoscere la via giusta che si deve seguire per il benessere della coppia e della famiglia.

         Parliamo del silenzio che permette un vero dialogo costruttivo nella vita coniugale, capace di affrontare e risolvere positivamente tutti i litigi che possono nascere nell’esperienza della vita quotidiana, trasformandoli in occasione di crescita nell’amore.

 

2.      L’abbraccio dello sguardo.

          In questo momento mi viene di pensare allo sguardo di Gesù rivolto a Pietro nella casa del sommo sacerdote, dopo il triplice rinnegamento: <<Donna, non lo conosco!>>; <<No, non lo sono!>>; <<O uomo, non so quello che dici>>. “E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo canto. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: <<Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte>>. E, uscito, pianse amaramente”. (cfr Mt 22,54-62).

         Sicuramente Gesù avrebbe voluto abbracciare Pietro! In quello sguardo c’era tutto l’amore e la compassione di Gesù nei confronti di Pietro. Come del resto, molto probabilmente anche in Pietro c’era il segreto desiderio di essere abbracciato da Gesù, per sentirsi amato e perdonato nella sua debolezza e fragilità.

         Nello sguardo di Gesù risplende il suo volto nel quale si riflette meravigliosamente l’amore di Dio per l’uomo.

         Nei salmi leggiamo:

–        “Giusto è il Signore, ama le cose giuste; gli uomini retti vedranno il suo volto” (Salmo 11,7);

–        “Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?” (Salmo 13,2);

–        “Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza” (Salmo 17,15);

–        “Di Te ha detto il mio cuore: <> (Salmo 27,8);

   Dal suo cuore, il centro della sua anima, il salmista fedele innalza la sua preghiera. Essa tende a «cercare il Volto» del Signore. Il volto è il principale simbolo della persona, la sua presenza concreta. L’occhio vuole sempre vedere il volto, come l’orecchio vuole sempre ascoltare la voce. Questo è del Signore stesso che si rivolge alla sua Sposa: «Mostra a Me il volto tuo, fa’ che io ascolti la voce tua!» (Ct2,14, ma anche 8,13). L’Orante vuole sempre godere della visione trasformante del Volto Presenza, Volto d’amore e di bontà (v. 8a).Per lui è un richiamo costante (Sal23,6; 104,4), l’impegno della sua vita, che viene dalla promessa del Signore di farsi trovare se sarà cercato (Dt4,29). L’Orante è teso al conseguimento di questa promessa (v. 8b).Né egli si dimentica che il Volto divino indica anche l’aspetto nuziale: la Sposa desidera con ogni sua forza di vedere il Volto dello Sposo, preludio dell’unione nuziale consumante. Perciò l’Orante innalza la sua invocazione ansiosa, in forma negativa, affinché mai il Signore cessi di mostrare il Volto suo (v. 9a).Infatti se il Signore distoglie la sua Presenza e la sua cura benevola, la povera realtà umana resta immersa nella tristezza del peccato (Sal50,13), dell’abbandono di morte (Sal 21,2; 68,18; 101,3; 142,7; Ger 7,15). L’Orante invece desidera solo vivere alla luce di questo Volto.

–        “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Salmo 42,3);

–        Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto” (Salmo 67,2);

–        “Rialzaci, Signore, nostro Dio, fa splendere il tuo volto e noi saremo salvoi” (Salmo 80,4);

–        “Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto” (Salmo 89,16);

–        “Molti dicono: <>. Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto”  (Salmo 4,7).

         Lo sguardo di Gesù, che riflette lo sguardo di Dio Padre, è lo sguardo che fa risplendere il suo volto su di noi come sguardo misericordioso. Di questo volto Gesù ha lasciato una bellissima espressione nella rivelazione fatta a Suor Faustina Kowalska: un volto che esprime compassione, comprensione, tenerezza, amore, fiducia, prossimità, accoglienza, amorevole rimprovero, abbraccio di condivisione e di redenzione.

         Nello sguardo di Gesù rivolto a Pietro possiamo contemplare lo sguardo che Gesù rivolge a ciascuno di noi quando, anche noi facciamo l’esperienza della debolezza e della caduta.

         E’ lo sguardo del perdono, colmo di lacrime che purificano, mandato a Pietro in lacrime di pentimento per l’infedeltà all’Amore tre volte rinnegato.

Uno sguardo che esprime l’abbraccio di amore che accoglie e redime l’amico che lo ha rinnegato per la viltà, causata dalla spavalderia legata alla fiducia nelle proprie capacità umane che spesso portano al fallimento di se stessi.

         Pensiamo allo sguardo di Gesù verso Pietro e verso ciascuno di noi per interiorizzarlo nella nostra vita perché possa diventare veicolo del nostro amore verso gli altri: dello sposo verso la sposa e viceversa, di ognuno di noi verso le altre persone. Uno sguardo che non esprime mai un giudizio, una condanna , una vendetta; che non esprime volontà di rivalsa, che non comunica mai odio né volontà di rottura.

Uno sguardo, invece, che esprime sempre comprensione, compassione, amore, volontà di riprendere il cammino interrotto con grande fiducia e speranza.

 

3.      L’abbraccio dell’affidamento.

          “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”  (Lc 23,46).

Nel momento estremo della sua vita, quando Gesù sperimenta la conseguenza più grave del peccato dell’uomo, cioè il sentirsi solo, abbandonato da Dio, Gesù si lancia nelle braccia del Padre. Ormai è sfinito, le sue forze sono all’estremo; fa l’esperienza totale della povertà umana, povertà esistenziale e povertà morale. Gesù si consegna al Padre. Il Padre è l’unica ancora di salvezza perché sa che il Padre lo ama, anche se in questo momento ha la percezione di essere da Lui abbandonato. Gesù compie queste atto di affidamento come abbraccio di abbandono nelle braccia del Padre perché si fida totalmente del Padre che lo ama e vuole il suo bene.

E’ anche  l’affidamento che Gesù compie all’inizio della sua passione nell’orto del Getsemani: <<Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà>> (Lc 22,42).

Quello di Gesù è un affidamento ed  è una consegna. Gesù consegna tutto il proprio essere e la propria vita nella braccia del Padre. Ormai ha dinanzi a sé il proprio futuro come un futuro in cui può contare solo sull’amore del Padre, perciò si affida a Lui.

         Non dovrebbe avvenire lo stesso nella vita di coppia?

Nel momento in cui si è pronunciato il SI’ nella celebrazione del Sacramento del matrimonio, ognuno degli sposi ha fatto un atto di consegna nelle braccia dell’altro. Un affidamento che non è soltanto manifestazione del dono di sé per amore, ma che esprime la consegna di sé, quasi a dire: “Io sono nelle tue braccia, mi fido totalmente di te e, perciò, mi affido a te. Tu sei in Dio il mio sostegno. So che tu mi ami e mi proteggerai nei momenti di difficoltà. Non mi farai sentire mai solo/a. Mi affido a te perché so che tu mi capisci ed hai compassione di me, sei capace di condividere con me tutto ciò che io sono, anche le mie debolezze, per aiutarmi a diventare migliore. In te pongo la mia fiducia e la mia speranza perché tu mi aiuterai a risalire sempre alla sorgente del nostro amore, che è Dio nostro Padre; mi porterai a Lui, specialmente quando nei momenti di debolezza sembrerà che le esperienze negative della vita potranno far nascere in noi la sfiducia e lo smarrimento. Ti abbraccio con tutto il cuore, con tutto/a me stesso/a, fortemente; voglio sentirmi unito/a con te per formare una sola cosa e sentire i battiti del tuo cuore uniti ai battiti del mio cuore. Mi affido a te perché insieme possiamo affrontare l’avventura della vita sempre insieme con la certezza nel cuore di non essere mai soli perché uniti dall’amore”.

4.      L’abbraccio del perdono.

         “Padre, perdona, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

Queste parole di Gesù, pronunciate sulla croce, a favore di coloro che lo insultavano, lo deridevano, lo maltrattavano, lo crocifiggevano per farlo morire, sembrano davvero strane e incomprensibili per la nostra sensibilità umana.

Eppure Gesù le ha pronunciate, facendole scaturire dal profondo del suo cuore, capace di amare fino alla pazzia. Sì perché L’amore, quando è vero, è capace di capire, giustificare e perdonare. L’amore vero è libero, non dipende dai comportamenti sbagliati degli altri. L’amore è amore , dono gratuito. Dio, che è essenzialmente Amore, ama di amore gratuito, libero. Dio ama perché è AMORE. Dio ama per primo. E’ proprio questo amore divino che ci fa vivere e rivivere quando noi sbagliamo e ci dà la certezza che anche allora non è tutto perduto. Appunto perché Dio ci ama, ci capisce, ci giustifica, ci perdona, ci dona fiducia e ci apre alla speranza.

         Pensiamo alla straordinaria parabola del Padre misericordiosa narrataci da San Luca, l’evangelista della misericordia. Dio è il Padre liberale che dona a ciascuno di noi tutti i beni che ci possono aiutare a realizzare la nostra felicità, come avviene per il figlio giovane che chiede al padre la metà dei beni che gli spettano. E quando noi, per il nostro desiderio di raggiungere delle soddisfazioni immediate usiamo male i doni che Dio ci ha donato, veniamo accolti dal Padre misericordioso che ci perdona, se noi ritorniamo a Lui con il cuore pentito. Così ha fatto con il figlio giovane che ha sperperato tutti i beni nel divertimento malsano e nel piacere disordinato, si è ridotto all’umiliazione più estrema; il padre non lo ha abbandonato. Lo ha atteso con grande ansia e sofferenza, vivendo costantemente con il desiderio del suo ritorno. Per questo, quando il padre lo scorse, mentre era ancora lontano  gli corse incontro, lo abbracciò e lo baciò. Bellissimo questo quadro, che ci è stato immortalato da San Luca e che è stato fissato in una meravigliosa immagine pittorica da Rembrandt, che ha rappresentato le mani del Padre, che abbraccia il Figlio, una al femminile per indicare l’amore materno e una al maschile per indicare l’amore paterno.

Il padre va incontro al figlio, che si è allontanato dall’amore della famiglia, estraniandosi da tutti e dimenticando tutti per pensare solo a se stesso, lo abbraccia, lo bacia, gli restituisce la dignità e il potere di figlio, come se nulla fosse successo, ed ha ordinato di fare festa.

         Possiamo immaginare un amore più grande di questo? “Anche se una madre dovesse dimenticarsi del suo bambino, mai io mi dimenticherò di te, dice il Signore”.( Isaia…..,, ) Il Signore mai si dimentica di noi, proprio perché ci ama di un amore che non conosce limiti.

         Se noi facciamo l’esperienza di essere amati in questo modo da Dio, se noi facciamo l’esperienza del suo abbraccio che ci avvolge e ci accoglie sempre perché ci capisce, ci giustifica, ci perdona, ci dà fiducia e speranza, chi siamo noi per non avere gli stessi atteggiamenti del Signore?

         Gli sposi cristiani sono chiamati ad essere nella loro vita di relazione sponsale  rivelazione di questo amore divino, amandosi reciprocamente come Dio ama noi.

         L’amore dell’uomo e della donna, uniti in matrimonio, è vero amore se è capace di perdonare. E’ in questo modo che si manifesta la duplice caratteristica dell’amore, quella materna e quella paterna. E’ l’amore libero, maturo, oblativo, capace di dimenticarsi perché l’altro possa ritrovarsi e rivivere, quando ha fatto l’esperienza del fallimento. Amore, capace di redimere e salvare chi si sente perduto.

Tutto questo è possibile soltanto se si fa l’esperienza personale dell’amore di Dio, del suo abbraccio, del suo perdono, del sentirsi sempre figli amati, anche quando per disavventura si è fatta l’esperienza dell’errore.

5.      L’abbraccio della gioia e della festa.

         Al ladrone che sulla croce, gli rivolge la preghiera: <<Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno>> (Lc 23,42), Gesù risponde: <<Oggi sarai con me in paradiso>> (Lc 23,43).

         Il perdono porta con sé la gioia sia a chi concede il perdono sia a chi lo riceve. Il Padre misericordioso, che abbraccia il figlio, che ritorna a casa convertito, con il perdono gli restituisce la gioia che aveva perduta e comanda di fare festa <<perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato>> (Lc 15,24).

 <<C’è più gioia per un peccatore che si converte che per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione>> (Lc 15,7).

         Gesù risorto, apparendo agli Apostoli rinchiusi nel cenacolo, porta la pace e la gioia: <<Essi gioirono a vedere il Signore>> (Gv 20,20).

         La gioia è segno della serenità interiore, segno che si sta bene perché ci si sente realizzati, si vive l’esperienza personale, coniugale e comunitaria, con una visione positiva, luminosa, aperta ad un futuro bello e promettente.

         La gioia nasce nel cuore che fa l’esperienza dell’amore, dell’essere amati e dell’amare, che non fa sentire soli e permette di vincere ogni forma di paura.

         L’incontro con Gesù, anche con Gesù crocifisso, come avviene per il buon ladrone, fa nascere la gioia nel cuore perché dà la certezza di non essere soli, emarginati, ignorati. Gesù dice: <<Io sono con voi, non temete>>  (Mt 28,20). E’ l’abbraccio dell’amore che manifesta la gioia del dono e rende gioioso chi lo riceve, comunicando energie interiori nuove per potere affrontare la vita con entusiasmo, superando le difficoltà con fiducia e speranza. <<Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo>> (Mt 28,20).

<<Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano>> (Mc 16,20).

         Nella nostra vita personale è necessario fare l’esperienza di questo abbraccio dell’Amore Crocifisso e Risorto per vivere nella gioia. E’ Lui che ci fa rinascere, donandoci un cuore nuovo, capaci di vivere luminosamente con entusiasmo, senza lasciarci mai opprimere dalle varie difficoltà che spesso ci danno tristezza e angoscia.

         E’ l’incontro personale con Gesù che, con il perdono, ci restituisce la gioia e ci permette di essere, a nostra volta, portatori di gioia per gli altri, condividendo l’abbraccio dell’amore, che esprime stima, fiducia verso coloro che incontriamo.

A maggior ragione tutto questo deve potersi dire degli sposi. Quanto più lo sposo e la sposa sperimentano singolarmente la gioia dell’incontro con Gesù Crocifisso Risorto, che dà fiducia e speranza, tanto più diventano capaci di comunicarsi vicendevolmente serenità e gioia con l’abbraccio dell’amore.

         Come sarebbero davvero felici gli sposi se, nell’accoglienza gioiosa del Crocifisso Risorto, si comunicassero frequentemente la gioia di stare insieme, sempre uniti e solidali nell’assumere positivamente la loro vita personale, coniugale e comunitaria con atteggiamenti fiduciosi e pieni di speranza!

6.      Il desiderio (il bisogno) dell’abbraccio di amore.

         Gesù, come ogni uomo ha avvertito il desiderio – bisogno di essere abbracciato sia dal Padre sia dagli uomini. Era il bisogno di non essere lasciato solo dinanzi alla sofferenza, che diventava sempre più pesante e insopportabile.

         Nell’orto del Getsemani ha avvertito il bisogno della vicinanza dei suoi discepoli, il conforto della loro presenza, ma essi dormivano:”Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?” (Mt 26,40)

Mentre la sofferenza di Gesù diventava sempre più pesante, i discepoli si lasciavano appesantire dal sonno. Non si rendevano conto che Gesù aveva bisogno della loro compagnia e del loro conforto.

         Anche sulla croce Gesù avverte il bisogno di essere abbracciato dal Padre: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34).

         A questo bisogno, che in quel momento sembrava senza una risposta sensibile, il Padre ha risposto facendo avvertire in modo misterioso la sua presenza e il suo amore eterno. Perciò Gesù si è affidato al Padre in un abbraccio di amorfe che salva: “Nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).

         Il desiderio dell’abbraccio del Padre da parte di Gesù, apparentemente non soddisfatto, ha trovato la sua risposta abbandonandosi totalmente nelle sue braccia perché in Lui c’era la certezza che il Padre era sempre con Lui con un amore eterno.

         L’esperienza di Gesù è l’esperienza del povero, dell’uomo povero che avverte, particolarmente nei momenti di difficoltà, il bisogno della vicinanza affettuosa di Dio che si manifesta spesso con un gesto di amore delle persone che ci stanno accanto.

         Pensiamo agli sposi.

         Quante volte avvertono il desiderio – bisogno di essere abbracciati dal proprio coniuge!

Nei momenti di scoraggiamento, di incomprensione, di difficoltà nel lavoro, di sofferenza fisica o morale, di fallimento anche nell’educazione dei figli, si avverte il bisogno di essere confortati, sostenuti, incoraggiati, abbracciati.

         Eppure, tutto questo, spesso, viene a mancare. Non per cattiva volontà, ma perché distratti, concentrati egoisticamente nei propri bisogni. In questo modo si trascura la persona che sta accanto e non ci si rende conto del suo bisogno di solidarietà, di vicinanza e di condivisione.

         Abbiamo, davvero bisogno, di imparare ad amare. Abbiamo bisogno di convertirci. Si tratta di rinnovare il nostro cuore, imparando a partire da Dio e dall’altro, per scoprire la nostra vera identità e il bisogno che abbiamo di essere amati e di amare, attingendo da Dio, che è la sorgente dell’amore.

         Quanto più si fa l’esperienza dell’incontro personale con Dio, che è AMORE, tanto più la nostra vita di relazione, a iniziare da quella tra coniugi, sarà impregnata di quei gesti di amore che danno sicurezza e sostengono nell’affrontare le difficoltà che la vita quotidiana ci presenta.

DOMANDE PER LA RIFLESSIONE:

 (Ritiro spirituale: S. Barbara, 16/03/2014)

1.         Nella nostra vita di fede abbiamo fatto l’esperienza personale, coniugale e familiare, della presenza di Dio che ci ama e ci perdona, ci dà sostegno, fiducia e speranza nelle difficoltà, ovvero viviamo la nostra religiosità, soltanto esteriormente senza influire nelle nostre scelte? Perché?

2.         Nel dialogo di coppia quale valore dò al silenzio per ascoltare con serenità e pazienza il mio coniuge anche quando mi fa delle osservazione o delle critiche che non mi sono gradite e mi fanno soffrire? Riesco a dominare la mia istintività? Ovvero sono impulsivo/a e perdo il controllo delle mie reazioni? Perché?

3.         Nella nostra vita di coppia facciamo l’esperienza della fiducia e dell’affidamento per amore nella consapevolezza che nel dono reciproco ci rendiamo responsabili della nostra maturazione personale, superando le fragilità di ciascuno, ovvero abbiamo delle riserve che ostacolano la nostra comunicazione e la spontaneità del nostro abbraccio sponsale? Perché?

4.         Sono attento/a al mio coniuge? Avverto la necessità che ha della mia vicinanza, del mio conforto, del mio sostegno del mio abbraccio, ovvero sono distratto/a, concentrato/a solo in stesso/a vivendo sempre nell’attesa che sia sempre l’altro/a a venirmi incontro? Perché?

5.         In questa quaresima quale conversione mi chiede il Signore?

            Quale impegno intendo assumere  per sperimentare l’abbraccio di amore di Gesù Crocifisso e poterlo condividere con il mio coniuge?

                                                       

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