3.3-Esperienza-Gruppo-San-Cataldo

CORSO GIOVANNI CALTANISSETTA 31 MAGGIO/1-2 GIUGNO 2014 - OASI CRISTO RE FORMAZIONE DEI DISCEPOLI
CORSO GIOVANNI
CALTANISSETTA 31 MAGGIO/1-2 GIUGNO 2014 – OASI CRISTO RE
FORMAZIONE DEI DISCEPOLI

IL DISCEPOLO

L’ORA DELLE TENEBRE

Nella notte più buia della storia umana, Cristo fu arrestato: “è l’impero delle tenebre” Nell’ora in cui Gesù gridava a gran voce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. “Il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò”.(Lc 23,44-46)

“Gesù allora vedendo la Madre e il Discepolo che egli amava, disse alla Madre: “Donna ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo “ecco la tua madre” e da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.”(Gv 19,26-27)

GESÙ E’ IL MAESTRO

Gesù insegna e discute nelle sinagoghe e in Gerusalemme al modo dei Rabbi. Chiama al suo seguito un gruppo di discepoli, dapprima quattro, le due coppie di fratelli Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, poi un quinto e molti altri. Più avanti ne sceglie dodici. Questi discepoli lo chiamano Maestro e con costoro fa vita comune.

GESÙ NON È UN MAESTRO COME QUELLI DEL SUO TEMPO

Nelle scuole rabbiniche come anche nelle scuole filosofiche greche erano i discepoli che sceglievano la scuola e il maestro.

  • Gesù chiama lui stesso i suoi discepoli perché stessero con Lui (Mc 3,14-15);
  • Gesù è Maestro itinerante che annunciava il Regno di Dio(Mt 9,35-36);

Gesù non sta fermo ad insegnare nella sua scuola come gli altri Maestri, ma è un Maestro che anche con difficoltà, nei giorni caldi o freddi, per le strade fangose o polverose della Palestina, con le difficoltà del sostentamento, pensiamo ai giorni in cui i discepoli mangeranno delle semplici spighe di grano, annuncia che il regno di Dio è venuto tra gli uomini nella sua Persona.

  • Gesù è il Maestro che chiama “Amici” i suoi discepoli (Gv 15,15):

I discepoli al tempo di Gesù erano i servi del proprio maestro e lavavano loro i piedi. Gesù chiama i suoi discepoli “amici” perché tutto quello che il Padre gli dice lo ha rivelato a loro, anzi a differenza di altri maestri è proprio lui che nel cenacolo laverà i piedi ai suoi discepoli.

  • Gesù è un Maestro che accetta al suo seguito le donne e ama i bambini: (Mt 19,13-15); (Lc 8,1-3);

 I Rabbi al tempo di Gesù non accettavano le donne al loro seguito, e tantomeno i bambini.

 

CARATTERISTICHE DEL DISCEPOLO DI GESU’

  • Ascolta la Parola di Gesù;
  • Il Discepolo sta ai piedi del Maestro per conformarsi a Lui;
  • Il Discepolo è anche Lui itinerante per annunciare Gesù;
  • Il Discepolo dopo aver dato l’annuncio esplicito di Gesù, ritorna ai suoi piedi per ringraziarLo indipendentemente dai risultati.

PEDAGOGIA DI GESU’

  • Gesù parla sempre facendo riferimento alla realtà:

Gesù parla in parabole facendo riferimento alla quotidianità della vita. Ad esempio guardando coloro che mettevano denaro nel tempio, lo colpisce una vedova che pur avendo dato una moneta in realtà ha dato più di tutti gli altri perché ha dato tutto quello che aveva. Gesù guarda all’intenzione dell’uomo.

  • Gesù utilizza frasi chiave:

Gesù  ci ha lasciato delle frasi chiave che racchiudono il suo insegnamento perché noi lo potessimo ricordare con più facilità. Ad esempio dopo aver guarito la mano arida dell’uomo in giorno di sabato dice:  “L’uomo è fatto per il sabato non il sabato per l’uomo..(Mc 2,23-28).”   O anche: “Non sono venuto per i giusti ma per i peccatori” (Mt 9,9-13). E ancora: “Perché togli la pagliuzza dall’occhio del fratello e non la trave dal tuo occhio?(Mt 7,1-5)”

  • Gesù fa domande per entrare nel cuore dell’uomo:

Gesù interroga spesso i discepoli, ad esempio dice loro: “Chi dice la gente che io sia?…. e voi chi dite che io sia ? (Mc 8,27-30)”

  • Gesù esagera i contrasti per imprimere nella memoria i suoi insegnamenti:

Così ad esempio nella parabola di Lazzaro e del ricco epulone; o nella parabola in cui il ricco a cui era stato condonato un grosso debito non riesce a condonare un piccolo debito ad un povero servo e lo fa gettare in prigione.

  • Gesù ripete con forza quello che dice per memorizzarne i contenuti:

“Io sono la Luce”; “Io sono la Porta”; “Io sono il Buon Pastore”; “Io sono la Via, la verità, la vita.”

  • Gesù compie segni profetici:

Gesù compie segni profetici che vanno oltre il loro significato. Ad esempio lava i piedi agli apostoli per dimostrare che chi ha più autorità deve servire. Se è difficile lavare i piedi è altrettanto difficile farseli lavare, perché questo significa ammettere il proprio bisogno ed entrare nell’umiltà nei confronti del fratello.

UNA GIORNATA CON GESU’

  • Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento perché insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi. Allora un uomo che era nella sinagoga posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: “Che c’entri con noi Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci!” e Gesù lo sgridò “Taci! Esci da quell’uomo.” (Mc 1,21-28)

Quell’uomo che Gesù libera dalla schiavitù dello spirito immondo non ha un nome: quell’uomo può rappresentare ognuno di noi che Gesù vuole liberare da quei lacci che lo tengono schiavo e incatenato e non ne fanno un uomo libero e consapevole della sua dignità di figlio di Dio.

  • Gesù entra nelle case ospitali:

“E, usciti dalla Sinagoga si recarono in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano: la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli” (Mc 1,29-31).

L’intervento di Gesù fa incamminare sulla strada del servizio. Il discepolo è colui che viene liberato per servire Cristo nei fratelli.

  • Gesù non ha timore di andare alle porte della città, nei luoghi del potere e del denaro:

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni, ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.”(Mc 1,29-34)

I demoni lo identificano ma il loro riconoscimento non è fede, perché non si traduce in sequela dietro a lui, è fuga nelle tenebre.

  • Gesù si alza presto al mattino e va in un luogo appartato per pregare:

“Al mattino si alzò quando era ancora buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava”( Mc 1,35)

Dopo una giornata di guarigione e di successo Gesù sente che l’entusiasmo della gente potrebbe allontanarlo dalla missione affidatagli dal Padre. Si ritira nella solitudine: la preghiera gli fa riprendere la strada della evangelizzazione. La comunione con il Padre gli fa scegliere di nuovo gli uomini, il loro servizio, non il proprio successo. I discepoli debbono vedere e imparare.

LE CONDIZIONI PER ESSERE UN  DISCEPOLO

  • Gesù è l’unico Maestro esclusivo ed escludente:

Già nell’Antico Testamento Dio si rivela come “Dio Geloso”. Seguire Gesù significa rinunciare a tutti gli altri maestri del mondo che ci propongono altri modelli di vita. Significa non lasciarsi coinvolgere da mode, modi di comportarsi e modelli di vita che ci possono allontanare dal Signore. Così possiamo essere allettati dall’eccessiva cura del corpo, dell’abbigliamento, della casa, dei divertimenti e altro.

  • La sequela di Gesù deve essere immediata, incondizionata e definitiva:

Gesù è molto esigente verso i suoi discepoli.

Mentre andavano per la strada un tale gli disse “Ti seguirò dovunque tu vada”. Gesù gli rispose “ Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” A un altro disse “Seguimi”. E costui rispose :“Signore permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Ma Gesù gli rispose: “Seguimi e lascia i morti seppellire i propri morti. Tu va e annunzia il Regno di Dio.”(Lc 9,57-60)

Neppure il comandamento fondamentale della pietà filiale può frapporsi fra Gesù e il discepoli.

Un altro disse: “Ti seguirò Signore ma prima lascia che mi congedi da quelli di casa”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno dei cieli” (Lc 9, 61-62)

  • Il Discepolo deve eliminare gli ostacoli alla sequela:

La sequela di Gesù richiede il rinnegamento della propria realtà di peccato per uniformarla a quella di Dio.

“Se il tuo occhio ti scandalizza: cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue” (Mc 9,47)

Seguire Gesù significa purificare i propri legami familiari, vivere con distacco il possesso dei beni materiali, vivere con distacco e servizio quei ruoli che siamo chiamati a svolgere anche quando vi sono insiti poteri e responsabilità.

Gesù allora chiamatili  a sé disse loro: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuole essere grande fra voi si farà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sia il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e  dare la propria vita  in riscatto per molti”(Mc 10,35-45)

  • Il Discepolo deve prendere la sua croce come il Maestro:

La Croce è radicata nei fatti di ogni giorno.  In Cristo la croce diventa albero di salvezza per noi e per gli altri. San Paolo afferma: “completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). E ancora “tutto posso in Colui che mi da la forza”(Fil 4,13) . Il Discepolo si conforma a Cristo crocifisso ma con Lui ed in Lui di questa croce fa esperienza di resurrezione.

 

LE RELAZIONI DEL DISCEPOLO

  • LA RELAZIONE COL PADRE

Spesso nella nostra preghiera non sappiamo invocare il nome del Padre. Ciò potrebbe accadere  perché abbiamo avuto un rapporto difficile con il nostro padre terreno.  Gesù ci insegna un rapporto col Padre basato sulla figliolanza e sulla tenerezza, ed in questo è rivoluzionario rispetto alla mentalità ebraica che non osava neppure nominare il nome di Dio. Per Gesù il padre è “Abba”, cioè “papà”: ma abbiamo realmente questa consapevolezza di essere dei figli amati, che possono rivolgersi al loro Padre celeste come Gesù ci ha insegnato?  Se scopriremo questo ed entreremo nel cuore del Padre possiamo scoprirne l’infinita tenerezza  e l’infinita bontà ed esserne resi partecipi. La Chiesa nella Liturgia prega rivolgendosi sempre al Padre, per  il Cristo e nello Spirito Santo.

  • LA RELAZIONE COL FIGLIO

Gesù è il nostro Salvatore. La salvezza è dono gratuito per ognuno, ma bisogna accoglierla nella fede e nella sequela del Figlio. Sant’Agostino dice:  “Colui che ti ha creato senza di te non può salvarti senza di Te”

  • LA RELAZIONE CON LO SPIRITO SANTO

Gesù va al Padre, dopo la Resurrezione ascende al cielo, e ci promette l’Altro Consolatore, lo Spirito della verità. Nel tempo della Chiesa è lo Spirito che ci rende presente Gesù. E’ lo Spirito Santo che ci plasma.  E’ lo Spirito Santo che ci fa pregare e gridare “ Abbà ” come Gesù ci ha insegnato. Invocare lo Spirito Santo ci dà certezza di una guida sicura, possiamo essere guidati con certezza anche per sentieri oscuri. Impariamo ad accogliere e pregare lo Spirito Santo.

  • LA RELAZIONE CON GLI ALTRI

L’uomo non vive senza fare comunità e senza entrare in relazione con gli altri. L’Altro va ascoltato e amato incondizionatamente. Le relazioni con gli altri possono generare ferite interiori, e queste a loro volta, in una spirale continua, generano rancori, odio ed altre ferite. Il discepolo che sperimenta la Misericordia del suo Signore è chiamato a perdonare e farsi perdonare. Imparare con umiltà la terapia del Perdono reciproco significa abbandonare la spirale dell’odio per generare la spirale dell’Amore. Gesù sulla croce invoca il perdono del Padre sui suoi carnefici: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” I discepoli di Gesù imparano giorno dopo giorno la via del Perdono e dell’amore incondizionato al prossimo.

  • LA RELAZIONE CON SE STESSO

Una concezione troppo alta di se stesso potrebbe rivelare semplicemente una superbia nascosta. Una concezione troppo bassa di se stessi,  potrebbe rivelare insicurezza, drammi interiori. E’ giusto che ciascuno di noi abbia una visione equilibrata  di sé:  siamo capaci di fare alcune cose e non altre. Ognuno ha i suoi talenti, ma nonostante tutto dobbiamo sempre chiedere a Dio, con umiltà, la capacità di poter svolgere il nostro compito con il suo aiuto. Non dobbiamo mai dimenticare ancora che al di là delle nostre capacità acquisite portiamo dentro di noi la dignità di Persona.  Dio ci ama non per le nostre qualità, ma perché siamo suoi figli: questa è l’altissima dignità che ci portiamo dentro e che dobbiamo rispettare in noi stessi, per prima, per poterla rispettare  poi negli  altri.

  • LA RELAZIONE CON LE COSE

La relazione con le cose deve essere fondata sul distacco dalle stesse. Il Discepolo sa che “è povero” perché nulla gli è dovuto, ma tutto quello che ha gli viene come Dono da Dio. Ciò che interessa per la sequela di Gesù, non sono le cose in se stesse, ma l’atteggiamento che abbiamo verso di esse. Impariamo a provarci nel donare agli altri, anche attraverso l’esercizio comunitario della decima, e acquisteremo una maggiore libertà nell’usare delle nostre cose. Nessuno è tanto povero da non poter dare nulla. Povertà non significa non aver cura delle cose ma non essere legate ad esse. L’attaccamento ai beni va contro la predisposizione al legame Maestro-Discepolo.

LE SETTE LUCI DELL’EUCARISTIA COME LE 7 LUCI DI UN CANDELABRO

 3.3.1

                       

Mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane, e pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e mangiate questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie,, lo diede loro, dicendo: ”Bevetene tutti perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati “ (Mc 14, 22-24).

“Fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me” (1 Cor 11,27).

 3.3.2

  • GESU’ PRESE IL PANE

Ma il pane che Gesù prende tra le sue mani siamo anche noi, proprio noi che veniamo plasmati come un’argilla nelle mani del vasaio, o per usare il simbolismo di Paolo siamo una lettera di Dio  scritta dallo Spirito Santo. Gesù sceglie il pane e il vino per esprimere non soltanto la sua morte, ma anche il suo donarsi come cibo agli uomini, per incontrarsi con loro  nella festosità di un banchetto di cui quegli elementi sono simbolo e strumento nello stesso tempo. Nella prospettiva biblica  il pane designa l’alimento indispensabile per vivere: esso viene dato dall’onnipotenza del Creatore  che lo concede a colui che lo prega. Il vino poi non indica tanto l’elemento primordiale per vivere, quanto la pienezza della vita nella gioia. Esso simboleggia l’aspetto piacevole dell’esistenza, l’amicizia, l’amore, l’esultanza, viene assunto anche per designare la gioia celeste. L’eucaristia, pur proclamando la morte del Signore  è un evento festoso perché celebra la presenza del Risorto in mezzo ai suoi nell’atto del donare, in quegli elementi che significano l’esaltazione della vita, se stesso in quanto dispensatore di vita. L’eucaristia non si ferma alla morte ma è aperta alla vita; non è commemorazione di un morto, ma l’esaltazione di un Vivente che imbandisce ai suoi la tavola del banchetto nel tempo, in attesa di quella che sarà imbandita nell’eternità.

3.3.2

  • LO BENEDISSE

Dio, dunque, è la fonte di ogni benedizione. È lui, anzi, la benedizione per eccellenza Benedire significa alla lettera “dire bene”. Dio benedice, cioè dice bene, perché pensa bene: ”Io infatti conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo dice il Signore, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza”(Ger 29,11).

Tutto ciò che di bello, buono, vero, giusto, amabile, santo, c’è nella vita di una persona e nella storia del mondo; tutto ciò che favorisce, arricchisce e abbellisce la vita; tutte le relazioni di amicizia, amore, fraternità, condivisione, solidarietà; tutto ciò che suscita qualche gioia – tutto questo è segno e frutto della benedizione divina. Somma benedizione è il perdono dei nostri peccati, la conoscenza di Dio, la storia di Gesù dalla nascita all’ascensione e la sua attuale signoria in cielo e sulla terra. Gesù  benedice quel  pane  che è il suo corpo perché in esso noi troviamo la nostra benedizione. Ma quel pane è anche il simbolo di ciò che noi siamo nelle mani di Dio, e  Dio, che è benedizione,  ci benedice affinché anche noi diventiamo una benedizione per chi ci sta accanto.

3.3.2

  • LO SPEZZO’

Lo spezzare il pane, o frazione del pane indica senza dubbio la condivisione del pane in un’assemblea comunitaria senza distinzione di classi e ciò significa che lo stare insieme comunitario è opera del Signore. Ma se abbiamo detto che quel pane siamo anche noi nelle mani di Gesù, ecco che l’essere spezzati significa la nostra purificazione, la purificazione delle nostre intenzioni, per divenire liberi da ciò che ci tiene legati, è questa l’opera che il Signore compie in noi modellandoci secondo la sua volontà.

3.3.2

  • LO DIEDE AI SUOI DISCEPOLI

Più siamo “spezzati” nelle mani di Gesù, più siamo “potati”, purificati, meglio riusciamo a donarci agli altri. L’eucaristia dunque ci purifica e ci fa diventare pane spezzato per i nostri fratelli, per venire incontro alle loro esigenze  con il dono  che facciamo di noi stessi, della nostra stessa persona,  per condurci,  laddove essi vivono lavorano e soffrono e  portare loro l’amore di Dio.


3.3.2

  • QUESTO E’ IL MIO CORPO

Come Cristo ha dato il suo corpo per me così anche noi dobbiamo dare il nostro corpo per gli altri. San Paolo dice: “Non sono più io che vivo ma Cristo che vive in me” (Gal 2,20). Essere fedeli al mistero eucaristico significa in definitiva, come ci esorta Paolo, offrire i nostri corpi, noi stessi, in sacrificio spirituale gradito a Dio (Rm 12, 1), in quelle circostanze che richiedono di far morire il nostro io e costituiscono il nostro “altare quotidiano” (Benedetto XVI al convegno eucaristico del 16 giugno 2010)

 3.3.2

  • MANGIATENE TUTTI

Il corpo e il sangue di Gesù esprimono la stessa realtà, cioè il libero donarsi alla morte per donare la vita ai suoi discepoli. Gesù è il donatore di vita e anzi la morte che pure è presente è superata, ed è superata dall’affermazione della vita che egli distribuisce a quelli che mangiano e bevono di lui: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna…Poiché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui (Gv 6,26-65). Il discepolo come Gesù diventa pane che si dona agli altri per diventare un donatore di vita eterna.

3.3.2

  • FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME

Per il Discepolo il ”fate questo in memoria di me” non è solo un gesto cultuale, ma significa che il discepolo rivive in se stesso questo mistero salvifico. In tal modo il culto diventa vita ed il discepolo realmente rende presente Cristo nel mondo. La celebrazione eucaristica mette in comunione con il sangue e il corpo del Signore, cioè con la sua persona che ora vive nella gloria del Padre, non si tratta solo di un contatto, quanto di una compenetrazione :  veramente il credente che mangia e beve il corpo e il sangue del Signore, fa una cosa sola con il suo Signore, rivivendone i sentimenti e le disposizioni.

 

Adriano e Giuseppina

(gruppo di San Cataldo)

 

(CORSO GIOVANNI  OASI CRISTO RE CALTANISSETTA  31 MAGGIO – 1-2 GIUGNO 2014)

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