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Giona
Giona

 

GIONA

Nella conversione di Dio la conversione dell’uomo

(Dalla Lettera pastorale di Mons. Mario Russotto  Vescovo di Caltanissetta  –  1^ Parte)

Conosciamo tutti la storia di Giona. Fu l’uomo che cercò di fuggire da Dio. Il Signore diede a Giona il comando di predicare il giudizio contro la città-nazione di Ninive. Ma al posto di avvertire Ninive, Giona scappò. Questa storia fu convalidata da Cristo stesso. Gesù disse: “Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Matteo 12,40). In altre parole, la storia di Giona era vera quanto il seppellimento e la risurrezione di Cristo stesso. Ma allora, perché Giona fuggì? Perché rifiutò di ubbidire alla Parola che Dio gli aveva rivelato in maniera così chiara? Sappiamo che era un uomo timorato, che pregava. Dopo tutto, il Signore parla in maniera chiara a coloro che hanno comunione con Lui. Ed il Signore non sceglie i Suoi servi a casaccio. Evidentemente, aveva visto qualcosa in Giona. Forse Dio aveva scelto quest’uomo per i suoi doni: una voce potente, o un orecchio sensibile allo Spirito, ma forse doveva superare ancora alcune prove.

Il compito di Dio è quello di cercare di convertire i credenti. Il termine conversione ( in ebraico deschuba) indica il cambiare vita, il ritornare a Dio. Questo stesso termine, se riferito a Dio, indica il perdono, la misericordia di Dio concessa a tutti.  Il viaggio di Giona a Ninive, la capitale nemica, dimostra che per tutti c’è la possibilità di udire la parola di Dio.

Giona rappresenta il credente  chiuso in sé stesso che non vuole andare dove Dio lo manda, egli è esattamente l’antitesi di Abramo, il quale partì pur non sapendo dove Dio lo conducesse. Tuttavia, Giona rimane profeta scelto da Dio. È l’unico profeta in tutta la storia biblica mandato fuori dai confini di Israele ad annunciare il cambiamento del modo di vivere.

Il racconto di Giona è un racconto battesimale, nel senso che se  siamo stati battezzati  dobbiamo essere testimoni ed evangelizzatori.

Giona non è mai chiamato profeta; il suo è un nome femminile e significa colomba (probabilmente era una donna). Questo stesso termine lo ritroviamo in diversi passi della Bibbia:  nel libro della Genesi è Jona, la Colomba, che va fuori a vedere la terra;  nel cantico dei cantici; nel nuovo testamento “lo Spirito scese sotto forma di Jona (Colomba).”

Giona si ritrova sempre circondato da pagani, non credenti, prima sulla nave poi al di fuori di Israele. Eppure sono sempre questi non credenti a ridestarlo ad indicargli cosa fare. Il marinaio, ad esempio gli dice: “prega il tuo Dio”.

Nel I° capitolo Dio dice  a Giona: “Alzati e va a Ninive”.

Ninive è la città che Israele ha odiato di più, rappresenta i pagani, i non credenti, lo manda là per annunciare un messaggio. Giona si alza ma non va dove Dio lo vuole mandare, risponde a Dio con la disobbedienza. Dio parla e l’uomo di Dio risponde con il silenzio e la fuga. Per Giona Dio è qualcuno da cui fuggire il più lontano possibile. Forse crede che non ha senso annunciare a dei pagani oppure semplicemente vuole fuggire ai problemi e alle responsabilità. Invece di alzarsi Giona “scese” sempre più in basso (questo verbo viene ripetuto in più passi proprio ad indicare il credente che allontanandosi da Dio sprofonda nell’abisso del male).  E’ l’immagine del credente che vive nella paura e nella chiusura. Ha paura che i pagani possono convertirsi;  ha paura della misericordia di Dio concessa a tutti.

Giona è un credente geloso  e invidioso e non accetta che un pagano possa convertirsi, seguire e amare Dio forse più di lui. In tutto il racconto Giona è il vero peccatore ed il viaggio è quello che ha scelto lui e non Dio.

…….. e DIO “getta”(anche questo verbo è ripetuto più volte) in mare la tempesta……

Ed allora ciascun marinaio inizia ad invocare il proprio Dio, solo Giona non prega.

“Beato l’uomo che teme il Signore”

E alla fine i marinai temevano il Signore, quelli che dovevano essere senza fede alla fine dimostrano di averla. Gettano in  mare tutto quello che avevano, le cose utili e necessarie per affrontare il viaggio per placare l’ira di Dio e proprio loro comprendono che le cose materiali non valgono. Invece Giona scende nella stiva e va a dormire.

Una disubbidienza testarda porta uno spirito di apatia e torpore

Giona rimase indifferente al caos e al dolore che stava provocando. Nonostante la tempesta, “era sceso nel luogo più riposto della nave, si era coricato e dormiva profondamente” (Giona 1,5).  Era prigioniero della sua disubbidienza. Il peccato aveva causato la tempesta, e lui era incapace di fermarlo. Perciò, cosa fece? Cadde in un torpore spirituale. Si abbandonò all’apatia della sua coscienza colpevole.

A causa della tempesta Giona viene svegliato.

A volte è proprio grazie alla tempesta che viviamo, alla situazione difficile, che ci destiamo dal nostro sonno. La fuga di Giona provoca la fede dei pagani come a dire che Dio a volte si serve del nostro peccato per produrre la fede.

“Sono un ebreo .…… ora vado.”  È la prima volta che va.

Giona propone la soluzione più facile “gettatemi in mare,” preferisce morire; i marinai invocheranno il Dio di Giona e subito arriva la quiete.

Bernanos nel suo diario scrisse:  Ognuno di noi è responsabile del bene e del male che circola nella Chiesa e nel mondo. Le nostre colpe avvelenano l’aria che gli altri respirano.

Il Pesce

Il pesce ha un significato simbolico, da una parte rappresenta il male, dall’altra il ventre, il deserto, il silenzio e Giona così ritrova se stesso in questo silenzio avvolto dal male e ritrova anche il senso della sua relazione con Dio nella preghiera. Dapprima parla in terza persona con Dio poi gli da del tu. Il ventre può essere inteso anche come il ventre materno (o fonte battesimale) da cui Giona riconoscerà come missionario,  evangelizzatore. Ma tutto questo serviva a mettere alla prova Giona nella sua disubbidienza. Dio non stava chiedendo: “Ora mi ubbidirai, Giona?” Piuttosto stava chiedendo: ” A quali parole crederai in quest’orribile inferno?  Infine, leggiamo: “E Giona pregò” (2,2). “Quando la vita veniva meno in me, io mi sono ricordato del Signore e la mia preghiera è giunta fino a te, nel tuo tempio santo” (2,8). Giona corse di nuovo fra le braccia amorevoli di Dio. Poi testimoniò: “Nella mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha esaudito; dal profondo degli inferi ho gridato e tu hai ascoltato la mia voce” (2,3).

“Il mare è nel linguaggio biblico:  il male”.

Giona scendendo negli abissi del mare tocca l’abisso del male, del peccato e l’esperienza traumatica dell’abisso fa si che l’uomo sperimenti Dio. Li, fiorisce la speranza, un senso nuovo della vita.

 “ALZATI e annuncia,” questo verbo vuol dire anche “risorgi.”

Attraverso l’esperienza tenebrosa Giona ritrova il senso della preghiera e quindi della vita.

Bisogna entrare nelle contraddizioni del mondo per comprendere che si può vincere il male con il bene. Dentro il pesce  Giona ritrova una casa, la casa del fonte battesimale e intona un canto a Dio utilizzando le parole che Dio stesso usa “ Dio tu non sei negli inferi…..chi negli inferi può cantare la tua lode.”

Gesù accetta di scendere negli inferi per riportare le tenebre alla luce. Riporta nel grembo l’umanità intera. Finalmente nelle tenebre Giona incontra se stesso e finalmente grida, risorge e si consegna al Signore attraverso la preghiera. Non c’è notte che non possa essere squarciata da un grido “dal profondo io grido oh Signore”. Il chiamare in canto qualcuno di cui abbiamo bisogno è significativo.

Ora Giona riconosce che Dio è artefice di ogni cosa e pregando è come se si piegasse alla volontà di Dio.

Essere battezzati è fare l’esperienza dell’abbandono di Cristo. Così Giona rimane tre giorni e tre notti nel ventre del pesce proprio come Gesù nel sepolcro per poi risorgere poiché niente può fare morire la parola di Dio.  Ninive si converte mentre Gerusalemme inchioda Cristo.

Giona sperimenta un duplice sentimento, non solo abbandonato ma anche schiacciato da Dio. Giona ha bisogno di essere veramente distante da Dio per sperimentarne l’esistenza.

“Il Signore comandò al pesce di rigettare Giona”

Nel punto di partenza così che la storia possa ripartire, ma in realtà era già iniziata nel ventre con la preghiera.

(Sintesi di Maria Rosa e Michele Miraglia Gruppo Giovani)

 


 

Spunti per la Riflessione

Quante volte noi piccoli Giona

La lettera pastorale, attraverso il racconto di Giona, ci invita a fare alcune riflessioni sul nostro essere credenti e a prendere coscienza della nostra vocazione e della nostra missione fondate sul battesimo per ritrovare così la gioia di vivere l’esperienza cristiana in maniera più consapevole e operosa. (pag. 6) Il libro di Giona è paradigma di un itinerario e di un percorso di vita che ci invita ad andare oltre, ad essere prima di tutto testimoni e poi evangelizzatori.

“Alzati e va a Ninive … e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me. Giona però si mise in cammino per fuggire a Tarsis”(1,2-3)

“Alzati”

Come Giona anche noi siamo chiamati a vivere ed annunciare il vangelo in una società fortemente ostile, pagana, indifferente.

Alzati è un verbo  che in ebraico significa risorgere, è la possibilità continua che Dio ci offre per riprendere in mano la nostra vita. Esprime la chiamata-vocazione di Dio che invita ad andare oltre se stesso, uscire da sé per incontrare gli altri, vivere in relazione con gli altri e assumere la realtà che è fuori di sé secondo il progetto di Dio.

 Domanda: Nella nostra vita personale, coniugale, sociale, abbiamo percepito, preso coscienza della chiamata del Signore a costruire il suo Regno?

“Va a Ninive”

Giona è l’unico profeta, nella storia biblica, mandato fuori dai confini di Israele ad annunciare il cambiamento del modo di vivere. Ninive  è la città che Israele ha odiato di più. Rappresenta i pagani, i non credenti. Giona si alza ma non va dove Dio lo vuole mandare; risponda a Dio con la disobbedienza. Dio parla e l’uomo di Dio risponde con il silenzio e la fuga.

Egli rappresenta il credente chiuso in sé stesso, in una religiosità orgogliosa esclusiva ed escludente che pensa di essere buono e che questo basti a vivere la sua religiosità; tutti gli altri sono cattivi e non serve occuparsi di loro. Ha paura che i non credenti possano cambiare vita e quindi desidera il male e la morte del fratello peccatore.

Domanda: E noi come ci poniamo di fronte ai non credenti, ai peccatori. Siamo capaci di perdonare il loro male e chiedere a Dio di cambiarli o siamo invece pronti a giudicarli, a condannarli a chiedere la peggiore fine per loro? Sappiamo comprendere fino in fondo i nostri peccati o vediamo solo quelli degli altri?

 

“Giona si alzò ma per fuggire”

Giona sceglie di fuggire dalla chiamata di Dio e  di  recarsi a Tarsis, la città del lusso e dell’agiatezza, la città della comodità.

Quante volte anche noi come Giona sentiamo il peso delle nostre responsabilità e vogliamo fuggire da queste perché troppo pesanti. Giona può essere il simbolo di ognuno di noi che sente il peso della vita e cerca di fuggire dalle proprie responsabilità oppure non riesce ad affidarsi a Dio perché fare la sua volontà è un fardello pesante e insopportabile.

Domanda: Noi di fronte alle responsabilità della vita, ai problemi, alle scelte dolorose come rispondiamo fuggiamo dalla volontà di Dio e dalla sua chiamata o ci affidiamo a lui?

 

“Scende nella stiva della nave e si mette a dormire”

Giona rifiuta Dio e sceglie il sonno come anestetico della coscienza. A volte Dio ci chiede di portare un messaggio, una croce, farci carico di una responsabilità che toglierà la comodità della nostra vita e noi preferiamo allontanarci da lui.

“tante volte dobbiamo annunciare ciò che noi stessi non riusciamo a vivere” ( pag.19 lettera pastorale)

Domanda:  Quante volte noi ci siamo addormentati evitando di pensare a ciò che ci viene chiesto da Dio e ci siamo dimenticati di Lui e abbiamo così assopito le nostre coscienze?

 

“Il viaggio”

E Giona inizia il suo viaggio e  non quello che Dio aveva scelto per lui.

“Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e ne venne in mare una tempesta” (1,4) e Giona viene svegliato dai marinai.

Tante volte le tempeste, i problemi della vita servono a svegliarci dal nostro sonno ed è lì che ritroviamo Dio e il senso della preghiera. Dio si serve anche dei nostri peccati per farsi conoscere ed incontrare da quelli lontani da Lui. I non credenti richiamano il credente alle sue responsabilità, gli chiedono di guardarsi dentro e ritrovare il senso della sua fede.

Domanda: E noi come affrontiamo le tempeste della nostra vita? Quale senso diamo alla preghiera?

 

“Il pesce”

Ma ancora una volta Giona offre la soluzione più semplice, più umana, più lontana da Dio: “Gettatemi in mare”.

E così verrà ingoiato da un grande pesce che nel suo significato simbolico sta ad indicare il male e allo stesso tempo il ventre, simbolo del deserto, del silenzio, della pace. Il ventre richiama il grembo materno o il fonte battesimale da cui Giona “risorgerà,” rinascerà ad una nuova vita per compiere la sua missione.

L’uomo deve toccare il fondo per portare alla luce se stesso e tutte le tenebre; deve entrare dentro le contraddizioni, viverle, assumerle su di sé e non semplicemente combatterle. Quando il cristiano sembra perdere ogni sostegno è perché Dio vuole che sperimenti le debolezze del mondo e le porti su di sé per ritrovare così il senso profondo della propria vita, la fede, il desiderio di incontrare Dio nella preghiera sapendo con certezza che Dio lo ascolterà.

Domanda: Chi di noi non si è mai sentito almeno una volta  sprofondare nell’ abisso?

“La preghiera”

Dal ventre del pesce Giona inizia a pregare:  “Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore”

Il chiamare in canto qualcuno di cui abbiamo bisogno è significativo. Ora Giona riconosce che Dio è artefice di ogni cosa e pregando è come se si piegasse alla volontà di Dio. Giona ha bisogno di essere  veramente distante da Dio per sperimentarne l’esistenza

Ogni uomo quando si raccoglie al centro di se stesso è un essere in cerca di una risposta. E la risposta che ci viene dalla tradizione biblica è “Ascolta” perché il tuo grido è da sempre udito, sempre preceduto e forse provocato dalla voce di Dio che ti parla anche con il suo inquietante silenzio. L’ascolto nel silenzio del cuore si fa preghiera nello spirito e ci porta a scoprire in noi tante dimensioni. Nella preghiera Dio mi rivolge una parola e io devo rispondere.

“E il signore comandò al pesce ed esso rigettò Giona sull’asciutto,” (2,11) . Così che la storia possa ripartire ma era già iniziata nel ventre con la preghiera. Solo Dio può decidere i tempi. Egli ci sceglie nonostante la nostra indegnità.

Domanda: Che posto occupa la parola di Dio nella mia vita e nella mia famiglia? Ricorro alla preghiera solo nei momenti di difficoltà?

(Sintesi di Maria Rosa, Miriam, Rosetta e Pinella)

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