1.1-La Figura di Mose’

FORMAZIONE PASTORALE DELLE COPPIE COORDINATRICI

DEI GRUPPI DI SPIRITUALITA’ DELLA TENEREZZA

 

La Figura di Mosè: L’uomo, il leader, il legislatore
La Figura di Mosè:
L’uomo, il leader, il legislatore

“IL POPOLO NON SARA’ MAI IN GRADO DI RICOMPENSARE ADEGUATAMENTE COLORO CHE LO SERVONO PER AMORE DEL VANGELO. QUESTI, NON POSSONO ATTENDERE LA RICOMPENSA SE NON DA QUELLA FONTE DA CUI IL POPOLO ATTENDE LA SALVEZZA”.

(S. AGOSTINO)

La Figura di Mosè:

L’uomo, il leader, il legislatore

Mosè, è presentato dalla Bibbia come un condottiero esemplare, severo con un popolo di dura cervice, pronto a punire e a perdonare, una figura che rimase impressa nel cuore degli israeliti per il suo particolare carisma tanto che essi dopo secoli lo ricordavano ancora come un uomo di straordinarie capacità: non è più sorto in Israele un profeta come Mosè.

E’ una figura molto complessa: potente e irrequieta, mansueta e nobile, fra il leggendario e il reale, la sua biografia e i tratti della sua personalità ci sfuggono completamente.

Per il semplice fatto che egli è divenuto una figura carismatica e leggendaria, la sua vita si uniforma al modello di tanti eroi.  Secondo il racconto dell’Esodo, nacque dalla stirpe di Levi, mentre gli Ebrei in Egitto erano perseguitati. Sua madre, invece di farlo gettare nel fiume secondo i decreti della persecuzione, lo depose nella giuncaia del Nilo dentro una cesta, e qui fu trovato da una figlia del faraone, che lo prese e lo allevò alla corte.

Per aver ucciso un egiziano che bastonava un ebreo, dovette fuggire nel deserto di Madian, dove il Dio d’Israele gli si rivelò col suo nome Yahweh e gli affidò la liberazione del popolo ebraico. Tornato in Egitto, dimostra un gran coraggio alla corte del faraone, sfidando apertamente il sovrano e infuriandosi con lui a causa della sua ostinazione, tentando vanamente di persuadere il faraone a lasciar liberi gli Ebrei; e allora richiamò sull’Egitto le «dieci piaghe», al termine delle quali fu concesso il permesso di partire.

Gli Ebrei mossero così, sotto la guida di Mosè, verso il Mar Rosso. Rincorsi dall’esercito del faraone, che voleva nuovamente trattenerli, riuscirono tuttavia ad attraversare il mare, che travolse invece gli inseguitori. Mosè procedette quindi verso il MonteSinai, e qui ebbe molte rivelazioni da Yahweh, ricevendone le leggi morali e culturali per il popolo (il cosiddetto decalogo). Ripartì poi verso la terra di Canaan. Dopo una permanenza di circa 40 anni nel deserto, gli Ebrei conquistarono la Transgiordaniameridionale, e qui, sul Monte Nebo, Mosè  morì in vista della Terra Promessa.

Benché presentato come una figura eroica, Mosè non sfugge a momenti di paura, si copre il volto dinanzi al roveto ardente «perché aveva paura» fugge quando il bastone si trasforma in serpente, cerca perfino di evitare il ritorno in Egitto e l’incontro col faraone poiché «impacciato di bocca e di lingua» rifiutando la proposta divina e dicendo perfino «Perdonami Signore mio, manda chi vuoi mandare!» Il profeta infonde coraggio agli israeliti durante il passaggio del mar Rosso e durante la peregrinazione nel deserto, facendosi portavoce fra l’uomo e Dio, chiedendo a quest’ultimo il cibo e l’acqua per il suo popolo.

È un uomo mansueto, paziente col suo popolo, benché non esente da forti momenti d’ira, come quando punì gli israeliti a seguito dell’adorazione del vitello d’oro.

Durante la sua fuga in Egitto, fermatosi presso un pozzo, Mosè incontrò le sette figlie di Jetro, sacerdote di Madian, e le difese dall’assalto di alcuni pastori prepotenti. Le giovani, grate al loro difensore, lo presentarono al padre che lo invitò a rimanere con loro. A Madian, Mosè divenne pastore al servizio del sacerdote e ne sposò una delle figlie, Zippora, dalla quale ebbe due maschi: Gherson ed Eliezer

Portando ai pascoli del monte Oreb le greggi, Mosè fu attratto dal meraviglioso prodigio di un roveto che ardeva ma non si consumava; da questi giunse una voce che gli ordinava di togliersi i sandali perché calpestava una terra sacra rivelandosi poi come il Dio dei patriarchi d’Israele che, avendo ascoltato il grido degli schiavi, aveva deciso di liberarli e condurli in una terra «dove scorre latte e miele.

Mosè, ricevuto l’ordine di essere guida degli israeliti, rifiutò dapprima, per paura, l’incarico, chiedendo quale fosse il nome di Dio e come avrebbe potuto convincere il suo popolo che lui stesso l’aveva mandato per riscattarli. Dio gli rispose: «Io sono colui che sono»

Essendo giunto il momento di entrare nella Terra Promessa, Mosè nominò Giosuè quale suo successore e prima di lasciare per sempre il suo popolo, il profeta dette loro il suo testamento, tre dialoghi contenuti nel libro del Deuteronomio. Nel primo discorso sono riassunte le tappe del cammino nel deserto con il monito di rispettare la legge di Dio se non si vuol perdere la Terra guadagnata dopo quest’arduo cammino e nel secondo discorso abbiamo difatti un accorato richiamo all’osservanza di questa legge stessa e alle sanzioni che l’accompagnano.

Dopo aver benedetto le tribù d’Israele Mosè salì, dalle steppe di Moab, sul monte Nebo e da lassù poté guardare la Terra Promessa, senza potervi entrare a causa della sua titubanza  alle acque di Meriba: Dio domanda a Mosè di parlare alla roccia. Invece, Mosè colpisce la roccia due volte per far uscire l’acqua, perché era incollerito. Questa fu la ragione per cui Dio non gli permise di entrare nella Terra Promessa. Questo avvenne a Meriba che significa litigio-contesa fra il popolo e Dio:

« Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l’ordine del Signore. Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba. Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno (…) Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè (lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia) per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese d’Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutto il suo paese e per la mano potente e il terrore grande messo in opera da Mosè davanti agli occhi di tutto Israele »  (Deuteronomio 34,5-12)

Questo modello di santo imperfetto e tormentato è, per un ulteriore paradosso della concezione biblica, non solo il grande uomo politico che libera il suo popolo, o il grande legislatore che detta agli ebrei e all’umanità un codice fondamentale di comportamento; è anche l’uomo che nella storia riesce a stabilire un contatto con l’esperienza divina superiore a quello di qualsiasi altro essere umano, precedente e seguente. Questa idea è sottolineata dalla tradizione interpretativa rabbinica, dai filosofi e dai mistici; ma è presente a chiare lettere nel Pentateuco, in almeno tre brani differenti (Es. 33,17 ss.; Num. 12, 6-8; Deut. 34,10).

Mosè è colui al quale Dio ha parlato in modo svelato, senza l’intermediazione di sogni e di visioni; che è riuscito a stabilire un colloquio diretto e unico con l’aspetto rivelato di Dio, “faccia a faccia”.

È l’unico che ha avuto la massima risposta possibile, per un essere umano, alla ricerca e alla comprensione del sacro; una richiesta che fu Mosè stesso a formulare in questi termini, quando fu conscio del fatto che la grandezza della missione che gli era stata affidata richiedeva conoscenze che non sono consentite ad un comune mortale: “Fammi conoscere la Tua strada, e così ti conoscerò, perchè io possa piacerTi; e considera che questa gente è il tuo popolo” (Es. 33,13).

Mosè arriva alla sua richiesta spinto da una insaziabile sete di sacro, ma comprende che la richiesta si giustifica solo nella prospettiva del bene comune, nella possibilità che attraverso questa conoscenza si effonda al popolo il bene della conoscenza della strada che il Signore vuole che si percorra. In una spiegazione proposta dai commentatori è come se la conoscenza della realtà divina fosse mascherata da una serie progressiva di veli e cortine; ogni uomo, secondo le sue capacità riesce a penetrarvi più o meno internamente, sollevando alcune di queste cortine; ma mai nessuno è riuscito, come Mosè a spingersi tanto avanti nella ricerca e nella conoscenza dei misteri del sacro.

I suoi contemporanei, il suo popolo, però non arrivarono a comprenderlo e ad amarlo, e in ripetute occasioni gli si ribellarono, cercando di sottrarsi al destino storico che Mosè per ordine divino aveva segnato; alcuni cercarono di tornare in Egitto, altri di accellerare l’arrivo nella terra promessa; molti, a più riprese non accettarono la disciplina morale e legale che Mosè tentava di imporre; e Mosè stesso, malgrado le sue disperate difese, si prese l’accusa infamante di “aver ucciso il popolo di Dio” (Num. 16,41).

Il leader protagonista della liberazione era anche stato l’uomo che con tutto il suo amore per il suo popolo non aveva accettato compromessi, e per questo inevitabilmente non poteva essere amato da tutto il popolo.

Mosè, è stato anche una figura autorevole d’intercessore la sua preghiera manifestava un atteggiamento di fede profonda, supplicava Dio in favore del suo popolo, chiedendogli di non distruggerlo per le sue infedeltà.

L’amore di Dio per il suo servo era grande, cosicché Dio cambiò idea due volte:”Anche quanto ai detto io farò, perché hai trovato grazia ai miei occhi (perché ti amo) e ti ho conosciuto per nome “(Es. 33, 17).

Mosè infatti, non nascondeva il peccato del popolo a Dio, ma si rifugiava nella sua immensa misericordia, partecipando in prima persona alla medesima sorte del popolo:”Se tu perdonassi il loro peccato…se no cancellami dal tuo libro che hai scritto”(Es. 32,32), fino a dire che senza di Dio, non vale la pena di continuare:” Se tu non camminerai con noi, non farci salire da qui”(Es.33,15).

Mosè non chiede niente per sé, anzi spoglia se stesso, si consegna totalmente al suo popolo e ottiene tutto.

Quando si trovano intercessori che parlano faccia a faccia con Dio, Egli non trattiene niente per sé, premia fino all’ultima e più piccola cosa che essi fanno per il Regno; così Dio premiò Mosè per la sua dedizione e il suo abbandono nella preghiera, mostrandogli la sua gloria (Es.34,20-30).

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