1.3-La Figura del Buon Pastore

Il buon pastore dà la propria vita per le pecore  (Gv 10,11-18) Nell’Oriente antico, come nella civiltà omerica, i re si consideravano volentieri “pastori dei popoli”, ai quali la divinità aveva affidato il servizio di guidare e di curare il “gregge” dei sudditi. La suggestiva metafora del pastore era fortemente radicata nell’esperienza degli “aramei nomadi” quali furono i patriarchi di Israele, e nell’anima di un popolo originariamente dedito alla pastorizia, continuava a provocare risonanze immediate e vivaci. Si spiega così il fatto che, per descrivere la trama di relazioni che legava il Signore al suo popolo, risultava spontaneo il ricorso alla similitudine del buon pastore: “Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce” (Sal 95,7). Così Dio ha guidato il suo popolo nell’esodo, “come un gregge nel deserto”; così Dio riconduce Israele dall’esilio in Babilonia: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11).
Il buon pastore dà la propria vita per le pecore
(Gv 10,11-18)
Nell’Oriente antico, come nella civiltà omerica, i re si consideravano volentieri “pastori dei popoli”, ai quali la divinità aveva affidato il servizio di guidare e di curare il “gregge” dei sudditi. La suggestiva metafora del pastore era fortemente radicata nell’esperienza degli “aramei nomadi” quali furono i patriarchi di Israele, e nell’anima di un popolo originariamente dedito alla pastorizia, continuava a provocare risonanze immediate e vivaci. Si spiega così il fatto che, per descrivere la trama di relazioni che legava il Signore al suo popolo, risultava spontaneo il ricorso alla similitudine del buon pastore: “Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce” (Sal 95,7). Così Dio ha guidato il suo popolo nell’esodo, “come un gregge nel deserto”; così Dio riconduce Israele dall’esilio in Babilonia: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11).

 

La figura del Pastore nella Bibbia

Salmo 23

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare ad acque tranquille mi conduce.

Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con  me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca.

Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò la casa del Signore per lunghissimi anni

Il termine “pastore” è l’appellativo che nelle chiese cristiane viene usato per riferirsi al ministero di coloro che sono rivestiti del Sacramento dell’Ordine sacro o a chi è responsabile della conduzione spirituale della comunità cristiana. Deriva dal latino “pastor” , pastore di pecore e ha una profonda risonanza biblica: nell’Antico Testamento indica l’azione di YHWH di guidare il popolo d’Israele e nel Nuovo Testamento è applicato principalmente a Cristo ,”Buon Pastore”.

Il termine affonda le sue radici nell’esperienza di vita degli antichi patriarchi, i quali erano “aramei erranti” (Dt  26,5)e vivevano quindi in una civiltà pastorale. L’immagine del pastore che guida il gregge esprime due aspetti contrari:

  • Il capo; il pastore è un uomo forte, capace di difendere il suo gregge contro le bestie feroci; la sua autorità è indiscussa.
  • Il compagno; il pastore è delicato verso le sue pecore delle quali conosce lo stato e alla situazione delle quali sa adattarsi fino a portarle sulle braccia (Is 40,11) e amandole teneramente come una figlia (2 Sam 12,3)

Nell’Antico oriente (babilonesi, assiri) i re si consideravano volentieri come pastori ai quali la divinità aveva affidato il compito di radunare e di curare le pecore del gregge. Su questo sfondo inizia nell’Antico Testamento questa immagine per indicare la relazione tra il popolo d’Israele e YHWH fino ad arrivare a Cristo e i suoi delegati.

Nell’Antico Testamento il termine ebraico “ra’ah” ricorre per ben 173 volte , nel senso di pascere il gregge come ad esempio, in Genesi (29,7) dove si dice “abbeverate le pecore e portatele al pascolo”. Ma è anche usato con riferimenti umani, come per esempio in Geremia (3,15) è detto “ Vi darò dei pastori secondo il mio cuore, che vi pasceranno con conoscenza e intelligenza”. Dio stesso  YHWH è chiamato il Pastore d’Israele, è colui che raduna il gregge disperso e lo rende fecondo nonostante le continue  ribellioni.

Suggestivo è il testo d’Isaia (40,11) che dice “come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri”. In questa scena  è evidenziata la tenerezza del Padre che è sempre paziente, amorevole e con il suo braccio /voce è premuroso verso coloro che sono nel bisogno o raduna coloro che si sono persi.

YHWH affida ai suoi servi le pecore che fa pascolare egli stesso (Salmo 100)

  • Le guida” per mano di Mosè”( Salmo 77,21)
  • Designa Giosuè come capo dopo Mosè (Num  27,15-20)
  • Prende poi Davide dagli ovili dei greggi per fargli pascolare il suo popolo ( Sal 78,70-72)
  • Ricevono il titolo anche i Giudici (2 Sam 7,7), i capi del popolo (Geremia 2,8) e i principi delle nazioni (Geremia 25,34-36  Isaia 44,28).

Il titolo di pastore, però, non viene mai esplicitamente attribuito ai re d’Israele; tuttavia ne è loro assegnata la funzione : “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo… “( Ger 1,2;  Ez  34,1-10).

Il titolo è infatti riservato al nuovo Davide e viene così a costituire un elemento della speranza escatologica. In questa linea si muove Ezechiele preparato da Geremia:YHWH torna ad assumere lui stesso la direzione del suo gregge e lo affida al messia (leggi Ezechiele 34,1-10). Di fatto il pastore d’Israele si sono rivelati infedeli alla loro missione; non hanno cercato YHWH, si sono rivoltati contro di Lui, non si sono occupati del gregge, ma hanno pasciuto se stessi, lasciando che le pecore si smarrissero e si disperdessero.

Nel Nuovo Testamento la parola pastore è usata ben 18 volte. E’ Gesù il Buon Pastore, come ci dice l’apostolo Giovanni(10,1) ed egli stesso delega a taluni uomini una funzione pastorale della Chiesa. Gesù misericordia di Dio è il pastore che va alla ricerca della pecora smarrita; egli è il pastore perfetto perché dà la sua vita per le pecore; ha con esse un rapporto di  conoscenza e amore reciproco, fondato sull’amore che unisce il Padre ed il Figlio.

Nel Vangelo secondo Giovanni, il discorso del buon pastore segue l’accoglienza da parte di Gesù del  cieco nato,  guarito, scacciato dalla sinagoga dai capi malvagi d’Israele,  segna l’inaugurazione della Chiesa. (Gv 1,15). Pietro dopo la risurrezione di Gesù, riceve la missione di pascere tutta la Chiesa. Altri” pastori” sono incaricati di vegliare sulla Chiesa; gli anziani e gli “episcopi” (1Pt 5,1-3; At 20,28). Sull’esempio del Signore, essi devono cercare la pecora smarrita, vegliare contro i lupi rapaci che non risparmieranno il gregge e contro i falsi dottori che trascinano nell’eresia. Bisogna pascere la Chiesa di Dio con lo slancio del cuore, in modo disinteressato, diventando i modelli del gregge; allora sarete ricompensati dal pastore supremo (1Pt 5,2-4). La Chiesa cattolica in continuità con l’uso biblico,  ha sempre mantenuto l’espressione “ pastori d’anime”o “sacri pastori” per indicare i presbiteri e i vescovi.

Due grandi pastori per la Chiesa negli ultimi anni sono stati i papi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, proclamati Santi dalla Chiesa in data 27/04/2014; è stata per noi, Gaetano e Miriam, una grande Grazia poter essere lì, presenti, in Piazza  S. Pietro durante la  funzione, celebrata da Papa Francesco che con il suo modo semplice, ma carico di Amore e Spirito Santo  li ha benedetti e ha proclamato la seguente omelia:

“ Al centro di questa domenica che conclude l’Ottava di Pasqua e che san Giovanni Paolo II ha voluto intitolare alla Divina Misericordia, ci sono le piaghe dolorose di Gesù risorto. Egli le mostrò già la prima volta in cui apparve agli Apostoli la sera stessa del giorno dopo il sabato, il giorno della Resurrezione. Ma quella sera, come abbiamo sentito non c’era Tommaso; e quando gli altri gli dissero che avevano visto il Signore, lui rispose che se non avesse visto e toccato quelle ferite, non avrebbe creduto. Otto giorni dopo, Gesù apparve di nuovo nel cenacolo, in mezzo ai discepoli: c’era anche Tommaso; si rivolse a lui e lo invitò a toccare le sue piaghe; E allora quell’uomo sincero, quell’uomo abituato a verificare di persona, s’inginocchiò davanti a Gesù e disse:” Mio Signore mio Dio” (Gv20,28). Le piaghe di Gesù sono scandalo per la fede, ma sono anche la verifica della fede. Per questo nel corpo di Cristo risorto le piaghe non scompaiono, rimangono, perché sono il segno permanente dell’amore di Dio per noi, e sono indispensabili per credere in Dio. Non per credere che  Dio esiste, ma per credere che Dio è Amore, Misericordia, fedeltà. San Pietro, riprendendo Isaia, scrive ai cristiani:”Dalle sue piaghe sarete guariti” (1Pt 2,25; cfr Is 53,5).San Giovanni XXIII e San Giovanni Paolo II hanno avuto il coraggio di guarire le ferite di Gesù, di toccare  le sue mani piagate e il suo costato trafitto. Non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di Lui, della sua croce; non hanno avuto vergogna della carne del fratello (Is 58,7), perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù. Sono stati due uomini coraggiosi, pieni della parresìa dello Spirito Santo, e hanno dato testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia. Sono stati sacerdoti, e vescovi e papi del XX secolo. Ne hanno conosciuto le tragedie, ma non ne sono stati sopraffatti. Più forte, in loro, era Dio; più forte era la fede in Gesù Cristo Redentore dell’uomo e Signore della storia; più forte in loro era la misericordia di Dio che si manifesta in queste cinque piaghe; più forte era la vicinanza materna di Maria. In questi due uomini contemplativi delle piaghe di Cristo e testimoni della sua misericordia dimorava “una speranza viva”, insieme con una “ gioia indicibile e gloriosa” (1Pt 1,3-8). La speranza e la gioia che Cristo risorto dà ai suoi discepoli, e delle quali nulla e nessuno può privarli. La speranza e la gioia pasquali, passate attraverso il crogiolo della spogliazione, dello svuotamento, della vicinanza ai peccatori fino all’estremo, fino alla nausea per l’ammarezza di quel calice. Queste sono la speranza e la gioia che i due santi Papi hanno ricevuto in dono dal Signore risorto e a loro volta hanno donato in abbondanza al Popolo di Dio, ricevendone eterna riconoscenza. Questa speranza e questa gioia si respiravano nella prima comunità dei credenti, a Gerusalemme, di cui parlano gli Atti degli Apostoli (cfr 2,42-47), che abbiamo sentito nella Seconda lettura. E’ una comunità in cui si vive l’essenziale del Vangelo, vale a dire l’amore, la misericordia, in semplicità e fraternità. Questa è l’immagine di Chiesa che il Concilio Vaticano II ha tenuto davanti a sé. Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno collaborato con lo Spirito Santo per ripristinare e aggiornare la Chiesa secondo la sua fisionomia originaria, la fisionomia che le hanno dato i santi nel corso dei secoli. Non dimentichiamo che sono proprio i santi che mandano avanti e fanno crescere la Chiesa. Nella convocazione del Concilio san Giovanni XXIII ha dimostrato una delicata “docilità alla Spirito Santo, si è lasciato condurre ed è stato per la Chiesa un pastore, una guida-guidata, guidata dallo Spirito. Questo è stato il suo grande servizio alla Chiesa; per questo a me piace pensarlo come il Papa della docilità dello Spirito Santo. In questo servizio al Popolo di Dio, san Giovanni Paolo II è stato il Papa delle Famiglia. Così lui stesso, una volta, disse che avrebbe voluto essere ricordato, come il Papa della famiglia. Mi piace sottolinearlo mentre stiamo vivendo un cammino sinodale sulla famiglia e con le famiglie, un cammino che sicuramente dal Cielo lui accompagna e sostiene. Che entrambi questi nuovi santi Pastori del Popolo di Dio intercedano per la Chiesa  affinchè,  durante questi due anni di cammino sinodale, sia docile allo Spirito Santo nel servizio pastorale alla famiglia. Che entrambi ci insegnino a non scandalizzarci delle piaghe di Cristo, ad addentrarci nel mistero della misericordia divina che sempre spera, sempre perdona, perché sempre ama.”

 

Caltanissetta  05.05.2014 A.D.

Gaetano e Miriam

(Gruppo San Luca CL)

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