3.10-Elisabetta

Sant' Elisabetta Data calendario: 23/9. Sant' Elisabetta Madre di Giovanni Battista
Sant’ Elisabetta Data calendario: 23/9. Sant’ Elisabetta Madre di Giovanni Battista

ELISABETTA LA MADRE DI GIOVANNI BATTISTA

Elisabetta è l’ultima donna sterile della Bibbia ed anche l’unica del Nuovo Testamento, forse è la storia più conosciuta, rispetto alle altre sei donne  che abbiamo già visto. Elisabetta era anziana e sterile, sposata a Zaccaria, ad un sacerdote a cui ogni anno spettava il turno per entrare nel tempio ed offrire l’incenso. Mentre era dentro il santuario gli apparve un angelo che gli predisse la nascita di un figlio a cui avrebbe messo il nome di Giovanni, che significa Dio è misericordioso. Zaccaria incredulo e dubbioso ricorda all’angelo che lui era anziano e la moglie sterile. L’angelo Gabriele ribadisce l’annuncio e visto che dubitava Zaccaria rimase muto fino alla nascita del figlio. All’uscita dal santuario l’uomo era effettivamente muto e la folla capì che aveva avuto una visione. Tornato a casa, dopo quei giorni Elisabetta rimase incinta e per cinque mesi si tenne nascosta, contenta del fatto che il Signore le avesse voluto togliere la vergogna della sterilità. Nacque il bambino che, come voleva l’angelo, venne chiamato Giovanni. Da quel momento Zaccaria riprese l’uso della parola e intonò un bellissimo inno profetico per il figlio.

Nel frattempo l’angelo Gabriele visitò la casa della cugina di Elisabetta, Maria, e anche a lei, nonostante non conoscesse uomo, fu predetto l’imminente concepimento di un bambino.  Anche Maria si chiese come potesse avvenire questo: ma l’angelo le rispose che nulla è impossibile a Dio, visto che anche Elisabetta nella sua vecchiaia aveva concepito un figlio. Maria alla notizia, senza indugio, visto che era molto giovane andò ad aiutare la cugina e quando s’incontrarono i due bambini sussultarono di gioia nel grembo e le due donne furono ricolme di Spirito Santo. Elisabetta riconobbe Maria come la benedetta fra tutte le donne e Maria intonò il bellissimo inno del Magnificat. 

Appare  impossibile scindere le due storie che anche nel Vangelo s’incrociano e pur nella diversità sono parallele. Colpisce la gratuità del dono del figlio non richiesto dalle due donne. Inaspettato in entrambi i casi per la sua impossibilità. E colpisce anche  il destino dei figli che muoiono di morte violenta, a Giovanni viene mozzata la testa, Gesù muore in croce davanti alla madre.  Elisabetta forse non era ancora viva quando morì il figlio, probabile che le sia stato risparmiato questo atroce dolore. Ma Maria vide il Figlio morire in croce. Quanta sofferenza deve aver patito nel vederlo così maltrattato! Ma quanta gioia deve aver provato nel vederlo risorto.

Ritornando su Elisabetta la sua sofferenza  scavava un solco nel suo cuore, dubbi e interrogativi che si ripresentavano quotidianamente, ma che non intaccavano la sua profonda fedeltà al Dio amato e venerato nell’osservanza di tutte le leggi. Una irreprensibilità che le merita un ‘nome’ nelle Scritture e quando qualcuno (ancor più se si tratta di una donna) viene indicato con il suo nome, si riconosce che quella persona ha un ruolo particolare nella storia della salvezza. Elisabetta non solo è ricordata con il suo nome, ma anche con l’appellativo di “giusta davanti a Dio” (Lc 1,6) che raramente è rivolto a una donna nella Bibbia e che, nel Nuovo Testamento, appartiene solo a lei.

Nel popolo scelto da Dio la donna sterile è una donna che vive sempre nella vergogna, che veniva considerata come misteriosamente castigata da Dio, additata da tutti per questo disonore, impossibilitata a ‘dimenticare’ questa sofferenza della propria vita perchè “detta da tutti sterile” (1,36).

Elisabetta si inserisce, con questo fatto che segna la sua vita, nella lista delle Madri del popolo  ebreo: Sara, Rebecca, Anna… donne che hanno costruito la storia del loro popolo a partire dalla sofferenza di non aver subito dei figli, che non si sono stancate di pregare e di attendere, e che di questo dolore hanno fatto motivo di ‘forza’ e successivamente come frutta della fede divennero madri, di lode a Dio.

Anche Elisabetta, pur nel suo dolore, rimane ‘giusta’ davanti a Dio, a quel Dio che sembra essere ‘ingiusto’ davanti a lei:la sua fede non vacilla, anno dopo anno, cercando di capire il modo di agire di Dio, anche quando si comporta in modo incomprensibile;  è una fede che sa vivere anche l’oscurità come invocazione e promessa di luce, ed è proprio questo atteggiamento che non si stanca di aspettare, che le fa accogliere -oltre all’amarezza di tutti quegli anni- anche l’imprevisto di Dio che irrompe nella sua storia.

Di fronte al concepimento di quel figlio tanto atteso, Elisabetta legge il dono ormai insperato del Dio in cui ha faticosamente, ma tenacemente, creduto in tutta la sua lunga vita. Il Dio in cui crede Elisabetta non è un Dio che vuole umiliare o ferire, ma un Dio che libera gli oppressi dalla loro angoscia, che porta con ciascuno il peso dei giudizi che feriscono l’anima, un Dio che finalmente toglie la vergogna che gli uomini gettano addosso.

Elisabetta “si tenne nascosta per cinque mesi” (1,25). Il Vangelo non ci dice nulla di quei cinque mesi, ma chiunque abbia vissuto l’attesa di un figlio li può immaginare: una gioia sconfinata mista al pudore di far vedere la propria condizione in un’età così avanzata; i dialoghi con quella vita che le cresceva dentro; l’interrogarsi sul significato di tutto quello che stava accadendo e poi la preghiera, sicuramente un continuo affidare a Dio quel nuovo segno di primavera che stava nascendo in quegli stessi solchi che la sofferenza dell’inverno aveva tracciato. Cinque mesi in cui, con Zaccaria reso muto dalla difficoltà a credere nell’impossibile, si ampliava il silenzio che poteva aiutare a  custodire meglio, dentro di sé, la Parola. Sola con Dio e con il marito, Elisabetta riflette sulla grazia che è entrata nella loro vita. Quel tempo di ‘nascondimento’ scelto da Elisabetta si affiancano al silenzio imposto a Zaccaria quasi a condividere la necessità di far crescere e maturare nell’ascolto quella vita nuova, così come ogni seme ha bisogno di un tempo di buio e nascondimento nei solchi della terra, per poter fiorire e portare frutto.

Questo lungo periodo di raccoglimento viene interrotto “o meglio portato a compimento” dalla visita di Maria. L’incontro che avviene tra Maria ed Elisabetta è l’unico incontro narrato nel Nuovo Testamento dove sono due donne ad essere protagoniste, in questo caso con i figli che crescevano nel loro grembo. Maria è giovane e vergine, Elisabetta vecchia e fino a quel momento detta la ‘sterile’. È l’incontro tra l’inverno e la primavera della vita, due esistenze vissute nella fiducia che la volontà di Dio si realizza sempre. Quando Elisabetta sente il saluto di Maria il bambino nel suo ventre ‘sussultò’. Il verbo, che nel Nuovo Testamento è usato solo da Luca, indica ‘saltare, sobbalzare’, ma anche ‘danzare’ ed è bello pensare che Giovanni danza di gioia nel ventre della madre e che lei, ripiena di Spirito Santo, comprenda questo avvenimento in ordine alla salvezza.

Le parole di Elisabetta a Maria non sono, infatti, solo un saluto di risposta, ma l’interpretazione di ciò che sta avvenendo, una vera e propria proclamazione. Elisabetta, ci dice il vangelo, ‘esclama a gran voce’ (1,42) e questa è la modalità del profeta, che riesce a svelare quello che è ancora nascosto: parla a partire da sé, ma perchè ripiena di Spirito Santo, come quando parlano i profeti.

Le prime parole di Elisabetta sono parole di benedizione nei confronti di Maria e del bimbo che porta in grembo e, subito dopo, di riconoscimento: Maria è la Madre del Signore. È la prima volta che Gesù è chiamato Signore nel vangelo di Luca; così lo chiameranno anche gli angeli quando annunceranno la sua nascita ai pastori (2,11), ma così sarà soprattutto chiamato dalla prima comunità, dopo la Pasqua di Risurrezione. Con queste parole, suggerite dallo Spirito, Elisabetta diviene la ‘prefigurazione’ dei primi credenti.

Nei dialoghi, nel sostegno, nello stare insieme per tre mesi, Maria ed Elisabetta prendono coscienza della loro vocazione, dell’essere “spazio vivente” di salvezza per tutti gli uomini. Si prendono cura una dell’altra e se a quel tempo e in ogni tempo era normale che le donne incinte fossero aiutate da altre donne più mature ed esperte, per Elisabetta e Maria le cose sono diverse. Il rapporto che le lega va oltre l’aiuto vicendevole perchè ciascuna di loro aveva bisogno di parlare con l’altra per condividere l’ordinaria ‘straordinarietà’ delle loro gravidanze; avevano l’urgenza  che aveva fatto muovere in fretta Maria verso la casa di Elisabetta e la necessità di aiutarsi a leggere la presenza di Dio nelle loro storie, quella presenza così profondamente incisa nella loro carne, nei loro corpi.

Quando, finalmente, il tempo dell’attesa è compiuto, Maria ritorna alla sua casa. Il figlio sognato per lunghi anni viene da Elisabetta dato alla luce, consegnato al mondo. I vicini e i parenti volevano chiamarlo Zaccaria, il nome di suo padre, ma lei si impone “no, si chiamerà Giovanni” (Lc 1,60). Il ‘no’ di Elisabetta consente a Zaccaria di accogliere interamente l’annuncio dell’angelo, confermando così il nome assegnato al loro figlio da Dio ancora prima del concepimento. Scriverà sulla tavoletta “Giovanni è il suo nome” (1,63) e finalmente si scioglierà la sua lingua ritrovando la capacità di pronunciare quelle parole di benedizione (1,64) che sempre hanno fatto parte della vita di Elisabetta. Lei, che ha saputo ‘dire bene’ di Dio durante tutta la sua vita, è rimasta “giusta” davanti a Lui fino alla fine.

Luca termina il primo capitolo del suo Vangelo raccontando che Giovanni “cresceva e si fortificava nello spirito” (1,80). Come sarebbe stato possibile il contrario? Giovanni aveva accanto, per aiutarlo a crescere nell’ascolto di Dio e nella fiducia della sua presenza, una madre che era stata colmata di Spirito Santo finchè lui era ancora nel suo grembo, una madre che, in tutte le stagioni della sua vita, era rimasta fedele al significato del suo stesso nome: Elisabetta, “Dio ha giurato”.

Cosa ci insegna la vicenda di Elisabetta? Che niente è impossibile, se  Dio vorrà potremo avere la grazia di un figlio, perché nonostante l’età  o le difficoltà, niente è impossibile a Dio.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE

  1. La fede di Elisabetta non vacillò mai anche nel silenzio di Dio. Qual è la nostra fede? Una fede debole, fragile che si scoraggia e demorde alle prime difficoltà?___________________________
  2. Siamo capaci di benedire Dio nella nostra vita anche quando all’orizzonte non vediamo segni tangibili della Sua presenza?_____________________________________________________
  3. Elisabetta e Maria furono colmate di Spirito Santo, qual è il tuo rapporto con la terza persona della Santissima Trinità. Quanto lo conosci, lo invochi, lo preghi, lo adori come autore della vita?_______
  4. Come per le donne di quel tempo dove la sterilità era vissuta come vergogna per una donna, come coppia come state vivendo questo tempo di sterilità: pregando, digiunando e servendo il Regno di Dio, oppure il vostro rapporto risente di una certa vergogna che porta al “lutto coniugale”? ______
  5. Secondo voi qual è il segreto che permette ad Elisabetta e tutte le altre donne sterili dell’Antico Testamento di avere la grazia di un figlio?____________________________________________

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