3.5-Testimonianza

Samuele e Gioele (il più piccolo), i due figli che Dio si è compiaciuto di dare a PierLuigi e Mirella Prozzo
Samuele e Gioele (il più piccolo), i due figli che Dio si è compiaciuto di dare a PierLuigi e Mirella Prozzo

TESTIMONIANZA

Mi chiamo Mirella, ho 33 anni e sono miracolosamente diventata madre di due splendidi bambini, Samuele di 5 anni e Gioele di 6 mesi. Vorrei raccontarvi come il Signore mi ha guarita dalla sterilità sperimentando la grande gioia di diventare madre .

Io e mio marito Pierluigi eravamo sposati da circa 2 anni. Eravamo una coppia felice, anche se i problemi e le difficoltà non mancavano. Iniziai a sentire che qualcosa mancava per completare la benedizione di Dio, il quale mi aveva dato la salvezza e un marito che amava il Signore prima di ogni cosa.

Le Sacre Scritture insegnano che i figli sono una benedizione di Dio: è scritto che i figli sono un premio, un dono che Dio dà (Salmo 127).

Quindi nel mio cuore c’era il desiderio che Dio completasse la Sua opera nella mia vita donandomi dei figli. Allora avevo circa 28 anni e dall’età di 15 anni caddi preda degli squilibri che coinvolgevano l’alimentazione. Inoltre, fu sempre a 15 anni che mi avvicinai alle realtà di Dio, ma il vero cammino con Lui lo iniziai a 21 anni, quando si convertì Pierluigi con cui mi ero fidanzata da poco tempo.

Nel frattempo i disturbi divennero talmente abitudinari che divennero parte della mia persona stessa, qualcosa di inscindibile. A causa di queste problematiche mentali che si ripercuotevano chiaramente sull’alimentazione e sul fisico, ne risentì la mia fertilità, così pensai che prima di avere un figlio sarebbe stato meglio fare un controllo ginecologico. La sentenza di quella dottoressa fu che il mio utero era poco sviluppato, in poche parole ero ancora nella pubertà, ma disse che con l’avanzamento della medicina poteva risolvere il problema.

Quelle possibilità sulle cure ormonali, invece di tranquillizzarmi, provocarono in me un forte conflitto interiore. Penso che se non avessi conosciuto il Signore avrei iniziato una tale cura, anche sapendo i vari rischi che comportano tali metodi, ma, grazie a Dio, lo Spirito Santo mi parlò in modo molto chiaro dicendomi che se avessi confidato nell’opera dell’uomo avrei limitato la Sua potenza. Così il Signore iniziò a lavorare nel mio cuore mettendo la certezza che solo Lui poteva compiere un miracolo così grande. Al ritorno raccontai tutto a Pierluigi e così pensammo che non era ancora il tempo stabilito dal Signore per avere dei figli,  sicuri che Lui aveva il controllo della situazione.

In quel periodo avevamo fatto conoscenza  con una splendida coppia di sposi che facevano parte di una comunità familiare, in un paese vicino al nostro, insieme pregavamo e studiavamo la Bibbia.

Il desiderio di avere un figlio era così grande che ogni notte piangevo e pregavo il Signore  chiedendogli questa guarigione. Mi viene in mente un passo delle Sacre Scritture nel libro dei Salmi 56,8 che dichiara: –  I passi del mio vagare tu li hai contati; le mie lacrime nell’otre tuo raccogli; non sono forse scritte nel tuo libro? -.

Una sera andammo a casa di questa coppia nostri amici e così  piangendo raccontai loro la sentenza della dottoressa. Ci parlarono di Anna nel libro di Samuele (1Samuele 1,1) e di come anche lei non poteva avere figli e piangendo chiedeva a Dio che operasse nella sua vita, mi consigliò di leggerlo, dopo  pregarono per me e in profezia dissero che sarei rimasta presto incinta e che sapeva anche il sesso (maschio) ma preferì non dirmelo.

Tutto ciò, fece accendere in me la fede in Dio più forte di prima, credendo che tutto ciò venisse veramente dal Signore. Quella stessa sera lessi la storia di Anna e quando leggevo le lacrime iniziarono a rigarmi il viso ed ebbi la sensazione che la stessa preghiera che lei rivolse al Signore stava riempiendo il mio cuore al punto tale che anche io rivolsi a Dio la stessa preghiera dicendogli – Signore, anche io desidero avere un figlio maschio per chiamarlo Samuele e consacrarlo a Te affinchè attraverso questo nome sia glorificato il Tuo nome -, Samuele infatti significa “Esaudito da Dio, frutto di un esaudimento divino” .

Dopo circa 6 mesi rimasi miracolosamente incinta e vi posso assicurare che per me quello era il momento meno aspettato.  Era passato appena un mese dalla morte di mio padre ma è stato sicuramente il più indicato per Dio poiché tutto era sotto il Suo controllo.

Poco tempo prima di rimanere incinta, mentre ero nella grande afflizione per la perdita di mio padre, il Signore mi portò all’attenzione queste parole di un sacerdote che predicava: – c’è un tempo per ogni cosa, un tempo per piangere ed un tempo per ridere e se oggi sei nella sofferenza presto per te arriverà il momento di una grande gioia -, solo dopo, quando ho scoperto della mia gravidanza, ho capito il significato di quelle parole.

Anche mia madre, quando venne a saperlo era così felice che la gioia dell’arrivo di una nuova vita riuscì a mettere in secondo piano quello stato di grande sofferenza. In quella circostanza quindi mi trovai di fronte ad un bivio: lasciare la bulimia o mantenere la gravidanza. Ma l’amore per la vita è stato più forte delle tentazioni che mi assillavano da tanti anni, nella risposta misericordiosa di Dio alle mie preghiere trovai la forza di non fare più certe cose e vinsi questa schiavitù nel Nome di Gesù.

Quando arrivai al 4° mese di gravidanza andai dal ginecologo per il solito controllo mensile, ad un certo punto mi disse: – io conosco già il sesso! – ed io risposi: – bene anch’io! – e lui era meravigliato dal fatto che lo sapessi, così mi lanciò una sfida : – vediamo se indovini – ed io : – E’ un maschio! – brava, come hai fatto ad indovinare? Ed io: – non ho indovinato, me lo ha rivelato il mio Signore, colui che dà la vita! – così non ebbe più il coraggio di dire una parola. Per me fu un’esperienza meravigliosa soprattutto quando iniziai a sentire i suoi movimenti nella mia pancia.

Il 22 febbraio 2003 è venuto alla luce Samuele, uno splendido bambino.

Ebbene, erano trascorsi un anno e 5 mesi dall’ultimo episodio bulimico, la mia fede cominciava a vacillare, non pregavamo più e pensai che in realtà il Signore non mi aveva liberata completamente…e piano piano sono ricaduta nella schiavitù della bulimia.

Intanto Samuele aveva iniziato l’asilo, era un buon tempo per un fratellino! Ma io e mio marito, ci eravamo allontanati dal Signore… le spine e i triboli erano riusciti a offuscare la luce solare del Dio che dà la vita.

Un giorno con gioia apprendemmo che rimasi incinta per la seconda volta, un maschietto, il nome preparato era Gioele. Al quarto mese si ruppe la placenta, Gioele non fu più con noi. Io e Pierluigi cademmo come in un baratro di tristezza, ma non fummo meravigliati più di tanto, le nostre trasgressioni compungevano la coscienza, non imputammo nessuna colpa a Dio, piuttosto a noi stessi, non più attaccati al Signore come negli anni passati.

Nel dolore, quindi, abbiamo ritrovato la forza di piegare le ginocchia, di ricercare il Suo Volto, di esaminare la nostra vita, di capire la Sua volontà.

Dopo un mese, alla fine di quella estate del 2006, decidemmo di fare una esperienza in un gruppo di preghiera per famiglie il cui sacerdote era una vecchia conoscenza, una giornata indimenticabile!

La sua predicazione si è rivelata poi una sorta di esortazione profetica, alla fine della riunione il sacerdote avvertì che quanto era stato predicato era riferito in particolare a tre coppie presenti che avevano subìto recentemente “una grossa perdita”: il Signore stava incoraggiando tali coppie a smettere di piangere, ad alzarsi, ad andare a riprendersi ciò che il nemico era riuscito a portar via.

Il Signore è ricco di misericordia! Il desiderio di ricercare seriamente la volontà di Dio nella nostra vita divenne un fatto. E il Signore si è mostrato come sempre fedele, dopo alcuni mesi, Egli ci ha donato un altro figlio, maschio, venuto alla luce il 10 settembre del 2007 L’abbiamo chiamato Gioele, che significa “Yahvé è Dio”, come il nome che avevamo dato al figlio perduto, si fa per dire, perché adesso è in paradiso tra le braccia del Signore.

Oggi sono una madre felice e quando guardo i figli che Dio mi ha affidato vedo la pienezza del Suo amore per la vita stessa e la misericordia che ha avuto verso di me e mio marito, Egli nella Sua immensa saggezza non solo ci ha ridonato un figlio, ma ha fatto in modo che potessi recuperare anche la mia “liberazione”, oltre ad un rinnovato slancio alla ricerca della Sua volontà.

Il desiderio che ho nel mio cuore è di avere una famiglia numerosa lasciando decidere a Dio quanti figli avere, che siano 2, 3, o anche 5, l’importante è che camminino tutti, loro e noi, secondo le Sue vie, sì, i tempi oggi sono difficili! ma il Signore è più grande delle difficoltà. Così come non cade a terra un solo passero senza il volere di Dio, allo stesso modo Egli provvede ai suoi figli, non facendo mancare l’essenziale per vivere.

Concludo con quanto sento nel cuore dalla Sua Parola: “Deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. (Ebre 12,1-2).

Termino questa riflessione senza rivolgermi in modo particolare agli sposi che vivono la sofferenza della sterilità.

Il dono reciproco degli sposi non ha come fine solo il concepimento di una persona, ma è in se stesso mutua comunione di vita e di amore. L’amore non ha bisogno di essere giustificato: vale in sé e per sé. È a se stesso ragione di essere e premio. Dunque questi sposi non devono credere che il loro amore coniugale sia meno amore e meno coniugale a causa della sterilità. Resta, però, una sofferenza nel loro cuore, spesso anche molto profonda. Che fare, allora?

In primo luogo, pregare perché il Signore stesso intervenga. Non dimentichiamo che molte figure, che sono centrali nella storia della salvezza, come Isacco, Samuele e Giovanni Battista, sono figli di donne sterili. Il Signore non ha perduto né la potenza di fare miracoli, né il desiderio di farli per la felicità dei suoi figli. Personalmente conosco due coppie di sposi divenuti genitori in modo che a tutt’oggi la scienza non può spiegare. I miracoli accadono anche oggi, se abbiamo fede.

Ma può essere che il Signore, nella sua misteriosa bontà, non intenda intervenire in questo modo. In questo caso, i due sposi devono chiedersi, e pregare, se il Signore non chieda loro di diventare papà e mamma di bambini abbandonati, sofferenti e privi di ogni affetto paterno e materno. Se non chieda loro, cioè, di ricorrere all’adozione.

Conclusione

Come è stato annunciato all’uomo che la salvezza era accaduta? “… troverete un bambino”. È il grande evento che ci riempie di stupore: Dio non ha chiuso le sue viscere di misericordia, perché continua la celebrazione del suo amore creatore.

Prego affinché il Signore si prenda cura di tutte le spose che stanno chiedendo la grazia di un figlio e che  leggendo questa testimonianza possano affidarsi totalmente senza “se” e senza “ma” a Dio l’unico datore della vita. AMEN!

 

Salmo 127,3-5

Ecco, eredità del Signore sono i figli,
è sua ricompensa il frutto del grembo.
Come frecce in mano a un guerriero
sono i figli avuti in giovinezza.
Beato l’uomo che ne ha piena la faretra:
non dovrà vergognarsi quando verrà alla porta
a trattare con i propri nemici.

Salmo 128

Beato l’uomo che teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Vivrai del lavoro delle tue mani,
sarai felice e godrai d’ogni bene.
La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.
Così sarà benedetto l’uomo
che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion!
Possa tu vedere la prosperità di Gerusalemme
per tutti i giorni della tua vita.
Possa tu vedere i figli dei tuoi figli.
Pace su Israele!

 

Un dono

Cominciamo subito col notare quella parola, piena di bellezza e di mistero, che il Concilio, la Chiesa usa parlando della nuova persona: è un “dono”, anzi un dono “preziosissimo”. Un dono fatto da chi? un dono fatto a chi? che cosa significa che una persona è “in se stessa un dono”?

Il figlio è un dono fatto dal Signore. È questo uno dei misteri più profondi della nostra esistenza. Nessuno di noi è venuto all’esistenza per caso o per necessità. Ciascuno di noi è venuto all’esistenza perché è stato singolarmente voluto dal Signore: ciascuno di noi, prima di essere concepito sotto il cuore di una donna, è stato concepito nel cuore di Dio. Dio ha pensato a ciascuno di noi e ci ha voluti. Tuttavia, qui noi ci imbattiamo in un grande evento. Il Signore Iddio non ha voluto collaboratori quando ha creato l’universo materiale, ma quando decide di creare la sua creatura più preziosa, la persona umana, vuole avere cooperatori in questa sua opera, cioè gli sposi. Possiamo tentare di capire un po’ questo grande mistero. Se ci sono madri che mi ascoltano sono sicuro che saranno d’accordo su quanto dirò.

Quando la prima donna della storia, Eva, si rese conto per la prima volta di essere diventata madre, disse: “Ho acquistato un uomo dal Signore” (Gen. 4, 1). Perché non disse: “Ho generato un figlio”? Possiamo avere una qualche esperienza che nel suo corpo è accaduto un atto creativo di Dio? Sì, con la seguente semplice riflessione. Quando due sposi vogliono diventare genitori e vogliono un bambino, non possono decidere che sia questi piuttosto che un altro. Chi sia in realtà il bambino/a da loro generato, lo vedono e lo sanno solo al momento della nascita e durante poi tutto il suo sviluppo.

Chi ha deciso che sia questi? Chi ha fatto essere questa persona piuttosto che un’altra? “Ho acquistato un uomo dal Signore” dice Eva. Cioé: il Signore mi ha donato questa persona. Dunque: all’origine di ogni persona sta un atto creativo di Dio. Ecco perché la persona umana non ha altro Signore all’infuori di Dio; ecco perché nessuno può disporre di se stesso e degli altri, come fossero nostra proprietà: ecco perché distruggere fisicamente o moralmente una persona umana, anche la più piccola, è un abominevole delitto contro Dio Creatore: un peccato che grida vendetta al suo cospetto. Ma ritorniamo al nostro tema.

Dunque, quando una nuova persona viene all’esistenza, Dio compie un atto di creazione: fa essere questa persona. Tuttavia, perché questo atto creativo possa accadere, è necessario che gli sposi, divenendo una sola carne, pongano le condizioni dell’atto creativo divino. Qui noi scopriamo la suprema grandezza dell’amore coniugale. Ascoltiamo quanto dice il Concilio Vaticano II: “Nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla […] i coniugi sanno di essere cooperatori dell’amore di Dio Creatore come suoi interpreti”. Cooperatori dell’amore di Dio Creatore! Con l’atto del loro amore coniugale, gli sposi aprono lo spazio a Dio perché, se lo vuole, crei una nuova persona umana. Anzi, l’atto dell’amore coniugale, mediante cui gli sposi diventano una sola carne, è il tempio santo in cui Dio celebra la liturgia del Suo amore creatore. Se la Chiesa prende tanta cura perché il tempio in cui celebriamo la liturgia eucaristica dell’amore redentore, come non deve prendersi cura del tempio in cui si celebra la liturgia dell’amore creatore, l’amore coniugale, perché sia bello?

Il bell’amore

Vorrei ora precisamente riflettere con voi su due insegnamenti che la Chiesa ha dato proprio perché l’amore coniugale non cessi di essere il bell’amore, nello splendore della sua verità più profonda: cooperazione con Dio Creatore. Si tratta di due insegnamenti molto contestati, ma molto veri. Il primo dice che il ricorso alla contraccezione è sempre un atto ingiusto.

Noi possiamo comprenderlo pienamente e spiegarlo, solo ricorrendo ai valori di persona e di dono. Ogni uomo e ogni donna si realizzano pienamente solo quando fanno della loro vita un dono.

Questo è vero di ogni persona, sposata o non. Ma per gli sposi, il momento dell’unione coniugale costituisce un’esperienza singolarissima di quella verità, della verità del dono. È allora che l’uomo e la donna, nella verità della loro mascolinità e femminilità, diventano reciproco dono. Certo, tutta la vita nel matrimonio è dono; ma ciò si rende singolarmente evidente quando i coniugi, offrendosi reciprocamente nell’amore, realizzano quella reciproca comunione che fa dei due “una sola carne”. Ora, in alcuni periodi entra a far parte della reciproca donazione anche la capacità di donare la vita. Notiamolo bene. La fertilità umana non è un fatto puramente biologico: è una dimensione della persona. Essa può essere capita nella logica del dono. La fertilità della sposa è la capacità che ella ha di donare la paternità al suo sposo; la fertilità dello sposo è la capacità che egli ha di donare la maternità alla sua sposa.

Quando gli sposi, ricorrendo alla contraccezione, escludono positivamente questa dimensione della loro persona, essi alterano il valore di donazione insito nell’atto dell’unione coniugale. In questo modo, al linguaggio naturale che esprime la reciproca donazione degli sposi, la contraccezione impone un linguaggio obiettivamente contraddittorio, cioè il non donarsi totalmente all’altro. Si produce una falsità nel linguaggio dell’amore. Da una parte, questo è un linguaggio che in se stesso e per se stesso dice totalità di dono reciproco; dall’altra, in questo linguaggio si introduce una limitazione. Non si rispetta più l’ intima verità del dono, perché è nel senso che la contraccezione non è coerente con la verità oggettiva di colui e di colei che si donano.

È questa una delle ragioni più profonde per cui la Chiesa insegna che la contraccezione è sempre ingiusta. Mi rendo conto bene che si tratta di una visione molto grande dell’amore coniugale e della fecondità umana. Non è un “no” che la Chiesa dice, è un grande “sì” alla bellezza, alla grandezza, alla dignità dell’amore coniugale e degli sposi. Sempre per aiutarvi a capire questo stupendo “sì”, vorrei concludere con alcune riflessioni che, spero, renderanno più chiara la nostra catechesi su questo punto.

La prima. Il concepimento di una persona è il più grande evento che può accadere nella storia dell’universo. È quindi un atto che impegna al massimo le responsabilità dei coniugi. La procreazione deve essere responsabile. Questa responsabilità può anche esigere di non concepire per un certo periodo o di non procreare più. Può essere questo anche un obbligo grave davanti al Signore. In queste situazioni è lecito, allora, ricorrere alla contraccezione? Il Signore è mirabile nella Sua Sapienza. Egli ha disposto dei periodi di non fertilità nella sposa. Quando ci sono gravi ragioni per non procreare, quando esiste il dovere di non procreare, gli sposi devono astenersi nel periodo in cui la sposa è fertile, dall’avere rapporti coniugali. Non si comprenda tutto questo come una sorta… di tecnica. È qualcosa di molto profondo, un’attitudine dettata dall’amore. La scelta dei ritmi naturali comporta l’accettazione dei tempi della persona della sposa, e quindi del dialogo, del rispetto reciproco, della responsabilità comune del dominio di se stesso. Si approfondisce l’affezione coniugale, perché la sessualità è rispettata ed arricchita nella sua vera dimensione e non usata.

La seconda riflessione non è meno importante. Alcuni accusano la Chiesa di essere troppo dura, di non capire gli sposi, di allontanarli colla sua severità. Vorrei che gli sposi che mi stanno ascoltando, fossero particolarmente attenti ora a ciò che sto dicendo. La Chiesa dice la verità sull’amore coniugale, una verità che essa non inventa, non scopre: riceve dal Signore. Questa verità suona come rimprovero solo a chi ha già deciso di vivere contro essa. Per queste persone essa è dura, rigorosa, severa. Ma alle persone che non hanno deciso di vivere contro essa, ma che semplicemente sentono come essa sia difficile da vivere, la Chiesa dice: “non ti preoccupare, non avere paura! Il Signore ti dà la forza di vivere in pienezza la gioia della verità del tuo amore; ti perdona sempre, settanta volte sette, se tu ogni giorno cadessi settanta volte sette”. Brevemente, altro è dire: “questo non è vero”; altro è dire: “è vero, ma è difficile”.

La procreazione artificiale

Esiste anche un altro insegnamento della Chiesa, che si inscrive in una visione molto profonda e in una stima molto grande dell’amore coniugale e che, tuttavia, oggi è molto contestata. Si tratta del problema di ciò che oggi è chiamata “procreazione artificiale”. Ogni giorno, quasi, leggiamo sui giornali notizie di interventi sempre più invasivi nel processo del concepimento della persona: il concepimento in provetta, la maternità in età ormai avanzata e così via. Riflettiamo con serenità, con profondità su tutto questo.

E ripartiamo precisamente dall’insegnamento del Concilio Vaticano II che ha dato inizio alla nostra Catechesi di oggi: “i figli sono il preziosissimo dono del matrimonio”: cosa significa? Significa che non solo non si deve separare, mediante la contraccezione, l’amore coniugale dalla procreazione, ma anche che non si deve separare la procreazione dall’amore coniugale. Esiste una sola culla degna di concepire una nuova persona umana: l’atto dell’amore coniugale. Perché? Sono molte le ragioni. Riflettiamo su alcune.

Sostituire l’espressione dell’amore coniugale, come atto che sta all’origine del concepimento di una persona, con un’attività di carattere tecnico, un’attività di laboratorio equivale ad una sorta di “produzione” della persona. Ora si producono le cose, non le persone. Si possono fare le protesi di tutto: dei denti, dei reni, del cuore. Non si può fare la protesi dell’amore coniugale. Che cosa significhi introdurre la logica della produzione tecnica in un evento che deve essere dominato solo dalla logica dell’amore, possiamo vederlo da molti punti di vista.

Solitamente chi produce, si sente poi in diritto di dare un giudizio sulla riuscita del prodotto. Ed infatti, se l’embrione ottenuto in laboratorio non è giudicato sano, viene buttato. 

Ecco, vedete? è la logica della produzione che è entrata nei rapporti delle persone, prendendo il posto della logica dell’amore.

Spesso nella “produzione della persona”, poiché è di questo che si tratta, intervengono varie sostituzioni. Non è sempre la stessa donna che biologicamente ha concepito, ha portato in grembo la nuova creatura, è divenuta madre legale: ciascuna può prendere il posto dell’altra. Come è possibile pensare tutto questo? Solo se si pensa che concepire, portare in grembo, sia una funzione puramente biologica, senza che necessariamente vi sia profondamente coinvolta la persona della donna, nella sua irripetibile unicità.

La logica della “produzione della persona” è una distruzione della dignità della persona, perché implica la negazione che ogni e singola persona sia di una irripetibile preziosità. La conferma di ciò che sto dicendo è data da un fatto di cui a volte hanno parlato i giornali. Donne che hanno accettato di portare in grembo una creatura, per conto di un’altra donna, al momento della nascita non hanno più voluto darla. Ecco, vedete? L’intima verità della persona della donna si ribella.

Ma qualcuno potrebbe dire: “ma avere un bambino è un diritto degli sposi” oppure “ma avere un bambino è per me necessario, per la mia felicità”. Dobbiamo fare al riguardo due osservazioni.

  1. Non si ha mai diritto ad una persona; si può avere diritto ad una cosa. Essere qualcuno è infinitamente più che essere qualcosa: i miei diritti sono sempre diritti a qualcosa, non a qualcuno. Il figlio è affidato ai genitori come qualcuno, non come qualcosa.
  2. Non si può impostare il rapporto alla maternità e paternità nei termini di ciò di cui ho bisogno per la propria felicità o realizzazione. Nessuna persona è al servizio della felicità di un’altra; ciascuna persona ha una dignità infinita in se stessa e per se stessa. La persona non può mai essere considerata un mezzo per raggiungere uno scopo: mai, soprattutto, un mezzo per la propria realizzazione. Essa è e dev’essere solo il fine di ogni atto. Soltanto allora l’azione corrisponde alla verità della persona.

Come vedete, anche in questo insegnamento della Chiesa si manifesta semplicemente la grandezza e la bellezza dell’amore coniugale, del dono della vita. In una parola: della persona umana.

Le coppie senza figli:

Termino questa riflessione senza rivolgermi in modo particolare agli sposi che vivono la sofferenza della sterilità.

Il dono reciproco degli sposi non ha come fine solo il concepimento di una persona, ma è in se stesso mutua comunione di vita e di amore. L’amore non ha bisogno di essere giustificato: vale in sé e per sé. È a se stesso ragione di essere e premio. Dunque questi sposi non devono credere che il loro amore coniugale sia meno amore e meno coniugale a causa della sterilità. Resta, però, una sofferenza nel loro cuore, spesso anche molto profonda. Che fare, allora?

In primo luogo, pregare perché il Signore stesso intervenga. Non dimentichiamo che molte figure, che sono centrali nella storia della salvezza, come Isacco, Samuele e Giovanni Battista, sono figli di donne sterili. Il Signore non ha perduto né la potenza di fare miracoli, né il desiderio di farli per la felicità dei suoi figli. Personalmente conosco due coppie di sposi divenuti genitori in modo che a tutt’oggi la scienza non può spiegare. I miracoli accadono anche oggi, se abbiamo fede.

Ma può essere che il Signore, nella sua misteriosa bontà, non intenda intervenire in questo modo. In questo caso, i due sposi devono chiedersi, e pregare, se il Signore non chieda loro di diventare papà e mamma di bambini abbandonati, sofferenti e privi di ogni affetto paterno e materno. Se non chieda loro, cioè, di ricorrere all’adozione.

Conclusione

Come è stato annunciato all’uomo che la salvezza era accaduta? “… troverete un bambino”. È il grande evento che ci riempie di stupore: Dio non ha chiuso le sue viscere di misericordia, perché continua la celebrazione del suo amore creatore.

Gruppi di Spiritualità della Tenerezza