4.1-La Tenerezza Nuziale come Scelta di Vita

1-la tenerezza

LA TENEREZZA COME SCELTA DI VITA
Don Carlo Rocchetta

 

                          La tenerezza è viva in noi fin dalla nascita, ma non si manifesta se non ci decidiamo ad assumerla come opzione, percorrendo l’itinerario richiesto per la sua piena fioritura.

      Il termine “tenerezza” risveglia in noi l’eco di sensazioni piacevoli o di attimi di commozione, ricordi o nostalgie incancellabili. Chi di noi non ha vissuto momenti di questo genere? Chi non ha provato l’ebrezza del primo amore o non si è commosso di fronte allo spettacolo dell’universo, di un’ala di una farfalla o di un fiore? Chi non ha avvertito un dolore struggente di fronte ad un proprio caro che, alla sera della vita, si stava spegnendo? Chi, contemplando un tramonto, quando il sole rosseggia all’orizzonte, non ha sperimentato l’anelito ad una felicità senza fine o sognato plaghe sconfinate?
La tenerezza rimanda a queste esperienze profonde e dice riferimento ad un sentimento profondo inscritto in noi come un germe che attende solo di sbocciare.
Tra tutti i sentimenti che l’uomo ha sviluppato durante la sua storia – possiamo dire sulla scorta di E. Fromm – non ne esiste uno che superi la tenerezza come qualità tipicamente umana e umanizzante.
Dal sentimento della tenerezza dipende tutto, compresa la nostra felicità.
Le crisi di coppia e il fallimento di tanti matrimoni hanno origine, in gran parte, da una perdita di tenerezza? Solo la tenerezza costruisce il vissuto coniugale e lo rende splendente, colmo di stupore di un amore sempre nuovo, giovane, aperto sorridente. Senza tenerezza non c’è autentico, duraturo, amore di coppia.
Non sola la famiglia, ma il mondo ha assoluto bisogno di tenerezza.
Le più grandi tragedie della storia nascono dall’assenza di tenerezza, allorché prevale la logica dell’aggressività, dell’intolleranza, della vendetta e della violenza.
Il terzo millennio si deciderà sulla tenerezza.
Al di fuori della tenerezza, non c’è e non ci può essere autentica umanità. La sua assenza può perfino condurre alla brutalità, come spiega Abraham Heschel:
«Il grado di sensibilità per le sofferenze degli altri, per l’umanità degli altri esseri, è l’indice del grado di umanità raggiunto… Il contrario è la brutalità, l’incapacità a riconoscere l’umanità del prossimo, ad essere sensibili ai suoi bisogni, alla sua situazione»1.
La tenerezza misura dunque l’ humanum, il grado di umanità raggiunto. E guai quando il cuore umano non avverte più questo sentimento o non è più in grado di commuoversi e di partecipare con stupore alla infinite sinfonie dell’universo.
Guai se non è più capace di com-passione, di ascolto, di accettazione e di benevolenza, di stima e di apprezzamento positivo per tutto ciò che di bello, di buono, di giusto ci circonda. In tal caso non ci sarebbe più un futuro per l’umanità, come fa notare E. Fromm, a conclusione del suo The Heart of Man:
«Se l’uomo diventa indifferente alla ‘vita’, non c’è più alcuna speranza che possa scegliere il bene: allora, veramente, il suo cuore si sarà indurito al punto che la sua vita sarà finita. Se questo accadesse all’intera umanità o ai suoi membri più potenti, la vita dell’umanità potrebbe estinguersi proprio nel suo momento più promettente»2.
La tenerezza non rappresenta dunque un optional, un qualcosa di accessorio o di secondario; esprime la vocazione profonda della persona e ne misura la piena realizzazione:
“Alcuni pensano che la tenerezza sia un sentimento marginale della personalità. Appartiene invece al nostro stesso essere: la sua assenza è il segno di una natura incompleta. E’ questa la ragione per cui chi non la possiede, cerca almeno di averne dei surrogati”.3

1. DISCERNERE UN CORRETTO CONCETTO DI “TENEREZZA”

      Il primo problema, quando si parla di tenerezza, è di di tematizzarne una corretta nozione. L’equivoco più comune consiste nel confondere il “sentimento della tenerezza” con il “sentimentalismo della tenerezza”, la tenerezza con il tenerume.
I dizionari definiscono la «tenerezza» come un sentimento di «soave commozione», di «affetto dolce e delicato», di «attenzione amorevole»; per contro, qualificano il «tenerume» come un «atteggiamento svenevole», un «eccesso di sentimentalismo», di «smancerie» o di «falsa tenerezza». La differenza balza agli occhi da sola. E’ possibile schematizzare questa differenza, con un semplice specchietto comparativo.

Il sentimento della tenerezza                 Il sentimentalismo della tenerezza
* Verso il tu                                               Verso se stessi
* Essere/Profondità                                  Avere/ Superficialità
* Fortezza                                                   Debolezza
* Attivo/creativo                                        Passivo/rassegnato
* Responsabilità                                        Irresponsabilità

Il sostantivo italiano «tenerezza» e l’aggettivo «tenero», derivano da tendere, estendersi verso, proiettarsi; una terminologia che rimanda ad un uscire fuori dall’io-individuale per incontrarsi con il tu, tendendo verso di lui, in un rapporto di dedizione, di reciprocità e di scambio.
La tenerezza, quando sia assunta nel suo spessore profondo, come “essere-tenerezza”, e non solo come “avere-tenerezza”, come “sentimento di tenerezza”, e non semplicemente come “sentimentalismo della tenerezza”,  è in grado di conferire alla nostra vita una nuova luce, come una inedita “leggerezza dell’essere”, per usare il linguaggio di M. Kundera, che la innalza sopra di sé, in una beatitudine di essere, di amare e di adorare che proietta al di sopra delle meschinità quotidiane e rende lieti nel Signore, capaci di incanto, di meraviglia, di gratitudine, di bellezza verso per tutto ciò che ci circonda.

La tenerezza, correttamente intesa, è indirizzata per sé a maturare in un atteggiamento interiore di questo genere, connotato da delicatezza e di attenzione per la ricchezza spirituale di cui ogni essere umano è portatore; essa sgorga come frutto di un animo munifico in grado di partecipare al canto dell’universo e di orientare il proprio essere all’Assoluto dell’Amore, il Dio dell’Infinita Tenerezza.

  1. SCEGLIERE LA TENEREZZA COME SENTIMENTO DOMINANTE

      Il secondo problema, dopo quello di una sua corretta tematizzazione, è quello dell’assunzione di questo sentimento come sentimento dominante, e non secondario o accessorio della nostra vita. Sarà bene approfondire, un momento, questo secondo punto.
La esistenza nostra personale oppure la vita di coppia, di relazione e la stessa vita sociale possono essere determinate da quattro sentimenti fondamentali:
* Collera
* Paura
* Tristezza
* Tenerezza

      Il problema è sapere quale, di questi sentimenti, sia dominante nella nostra vita? Sta a noi scegliere. Quale tra essi determina il senso della nostra vita? Come ci autocomprendiamo come esseri di collera, di paura, di tristezza o di tenerezza ? Quale tra questi sentimenti fonda realmente il nostro stile di vita e il nostro rapportarci agli altri e a tutto ciò che ci circonda?

Gli interrogativi non sono accademici; determinano il nostro modo quotidiano di essere e di agire, la modalità con cui ci situiamo di fronte al mondo, al prossimo e alla vita, la nostra vita personale, affettiva e coniugale, e perfino la nostra salute, il nostro “bene-essere” (bene-esse, star bene).  Si parla di sentimento dominante, perché è chiaro che qualcosa di ognuno di questi quattro sentimenti è presente in ciascuno di noi.

2.1. Quale sentimento è dominante in noi?

Secondo alcune scuole di pensiero, la nostra esistenza, la coniugalità e la stessa genitorialità, la vita di relazione e l’inserimento sociale possono essere determinati da almeno quattro sentimenti fondamentali:
la collera,
la paura,
la tristezza,
la tenerezza.

      Il problema è sapere quale, tra questi sentimenti, è quello che domina, ossia guida e dirige la vita personale e di coppia. Sta a noi scegliere.

      La collera?

Il sentimento della collera viene inteso – in questa sede – in un senso unicamente negativo come reazione istintiva e quasi sempre irrazionale. Non si parla della “santa collera”, come ad esempio quella di Gesù quando difende i diritti del Padre rovesciando i tavoli del tempio o come quando condanna la falsità e l’ipocristia degli scribi e dei farisei.
Ci si riferisce alla collera come stato d’animo connotato da rabbia irragionevole, rivolta a tutto e a tutti, che si manifesta come atteggiamento permanente di rivincita e vissuto prevalentemente accusatorio.

A  livello personale e sociale, chi si lascia guidare da questo sentimento è dominato da un’attitudine solo rivendicativa, come se navigasse in un mare sempre in tempesta, senza riuscire ad essere in pace né con sé né con gli altri, e senza che niente o molto poco abbia diritto di essere apprezzato. In soggetti di questo genere prevale la tensione del presente, con l’idea che la causa di ogni male sia da attribuire sempre e indiscutibilmente all’altro/a. Insofferenza, intolleranza, critica fine a se stessa, incapacità a vivere con amore e gioia, caratterizzano lo spirito di questi individui.

A livello coniugale, le comunicazioni del collerico sono – di norma – prive di stima e di dialogo sereno e maturo, e quindi fortemente conflittuali, con comportamenti per lo più accusatori e colpevolizzanti. In tali condizioni, la vita di coppia diventa difficile, se non insopportabile e impossibile.

A livello educativo, prevale l’autoritarismo, con toni minacciosi, offese e insulti gratuiti. Il collerico è incapace ad esercitare un ruolo formativo positivo. La sua autorità genitoriale è costantemente sulla china dell’abuso e dell’intemperanza emotiva. I figli che si trovano a vivere situazioni di questo genere a sperimentare tensione psicologiche di notevole gravità: a volte, per una sana reazione, riescono a venirne fuori, scegliendo modalità di vita e modelli di matrimonio esattamente opposti; nella maggioranza dei casi, invece, covano un forte desiderio di rifiuto e di vendetta e finiscono per assumere stili analoghi di comportamento e di coniugalità/genitorialità. I bambini infatti – nella maggioranza dei casi – sono il riflesso di ciò che i genitori sono stati per loro.

      La paura?

Il sentimento della paura, inteso come sentimento ansiogeno, ripetitivo e martellante, non è meno grave. Chi si lascia dominare da questo sentimento vive in uno stato di preoccupazione angosciante, con il timore continuo della perdita di sé e dei beni a cui è legato. Altro ovviamente è la giusta preoccupazione per la vita e la prevenzione dei rischi; altro, lasciarsi determinare da paure immotivate o irrazionali che finiscono per condurre a forme di nevrosi, se non di psicosi vere e proprie.

A livello personale e sociale, nell’ansioso – più che il presente e la colpevolizzazione dell’altro come avviene nel collerico – prevale la paura del futuro e la sfiducia verso se stesso e la vita, con uno stato d’animo dominato dalla previsione di catastrofi sempre imminenti.

A livello coniugale, chi si lascia determinare da questo sentimento, pensa, organizza e vive la comunicazione di coppia solo o quasi sulla base di una emotività ansiogena, e dipende quindi più dagli alti e bassi del momento che da un atteggiamento di fiducia, di ragionevolezza e di sereno ottimismo. Le modalità relazionali di coppia sono per lo più instabili, insicure e alla fine inaffidabili. Gli scambi tra i due sposi sono calcolatori, attenti ad ogni parola che possa generare ulteriori paure, fino a situazioni impossibili.

A livello educativo, si impongono atteggiamenti oppressivi, con la tendenza ad un’iperprotezione come risvolto alle proprie insicurezze e preoccupazioni ossessive. L’effetto, quasi inevitabile, sarà una vita di coppia sempre sul crinale della rottura e un’azione educativa che genera persone fortemente insicure, fragili e incapaci di assumersi le proprie responsabilità, con la necessaria serenità e la giusta dose di coraggio.

La tristezza?

Il sentimento della tristezza corrisponde ad un atteggiamento depressivo, costantemente pessimista verso se stessi e gli altri: il mondo è diviso in bianco e nero; il triste vede solo nero. Non ci si riferisce qui alle normali situazioni di dolore, di delusione o di frustrazione che la vita può riservare; ma ad un modo di considerare l’esistenza in termini di “pensiero debole” e di nihilismo, quasi che non esista e non possa esistere alcuna possibilità di gioire, e la vita sia in ogni caso uno smacco, un fallimento. “Tristezza”, dunque, come stato d’animo inguaribilmente negativo, fatalmente depresso e privo di vitalità.

A livello personale e sociale, il triste si lascia dominare dalla rassegnazione, dal vittimismo e dall’impossibilità a considerare il mondo sotto il profilo del mezzo bicchiere pieno, con un minimo di fiducia che consenta di sdrammatizzare gli eventi e sorridere. Prevale il ricordo del passato, con rimpianti continui per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, e con un’accentuata disistima verso sé, tutto e tutti.

A livello coniugale, le comunicazioni sono per lo più recriminatorie, con giudizi negativi e critiche esasperate, rivolte sia alla propria persona che a quella degli altri, con un vissuto di coppia prevalentemente scontento, inquieto e irriquieto, in un clima di disfattismo e di relazioni coniugali centrate sul senso dell’insoddisfazione e del fallimento, fino a forme di masochismo o sadismo inconscio.

A livello educativo, imperano gli atteggiamenti scoraggianti, se non decisamente distruttivi, con la mancata valorizzazione delle migliori risorse dell’individuo. Invece che la pedagogia del positivo, è preponderante l’attitudine al negativo, con la formazione di personalità depresse, se non decisamente fragili e psicolabili.

      La tenerezza?

La tenerezza è esattamente il contrario dei tre sentimenti considerati:
* se si sceglie la tenerezza, non c’è spazio per il dominio della collera, perché essa è, per definizione, amorevolezza, rispetto di sé e degli altri, empatia e simpatia, come una “nuova leggerezza dell’essere”;
* se si sceglie la tenerezza non c’è spazio per il dominio della paura, perché la tenerezza è fiducia in ciò che siamo e in ciò che ognuno può divenire, fiducia in Dio e affidamento alla Sua provvidenza, dicendo grazie con la vita, sentendosi amati e amando;
* se si sceglie la tenerezza non c’è spazio per la tristezza, perché la tenerezza sgorga dalla coscienza che l’esistenza merita di essere vissuta come un dono che viene dall’Alto e all’Alto si orienta: la tenerezza è gioia e pace interiore, è beatitudine di essere, di amare, di adorare.

«Tenerezza è dire grazie con la vita: e ringraziare è gioia perché è umile riconoscimento dell’essere amati».4

La tenerezza, correttamente intesa, nasce dalla consapevolezza di una Presenza Divina che ci sostiene ad ogni istante e ci consente di superare i nostri limiti, timori e insufficienze, conducendoci a divenire a nostra volta esseri-di-tenerezza nell’incontro con gli altri. In Gesù di Nazaret, infatti, la Tenerezza di Dio si è fatta accadimento incarnato nel bel mezzo della nostra esistenza.

A livello personale e sociale, il sentimento della tenerezza suppone un atteggiamento riconoscente, lodando l’Altissimo con tutta la nostra vita. “Tenerezza” infatti è sentirsi bene con se stessi e desiderare che l’altro/a sia felice. In essa prevale la comprensione della storicità dell’esistenza, fatta di presente, passato e futuro, con un’attitudine di positività realistica verso l’alterità.

A livello coniugale, la persona che assume la tenerezza ricerca una comunicazione paritaria e matura, orientata a mettere avanti il meglio di sé e del prossimo, in un atteggiamento fiducioso, altruista e propositivo. La comunicazione si sforza di essere leale, semplice, serena.

A livello educativo, lo stile della tenerezza è di non imporsi con la forza, ma di saper ragionare e attendere con pazienza i tempi di ciascuno. La tenerezza non blocca con atteggiamenti di rigidità o superiorità, ma va incontro alla persona e la fa sentire amata, dandole fiducia e aiutandola ad aver fiducia. Un dialogo formativo che sa coniugare, in unità armonica, tenerezza e fermezza, proprio come insegna l’agire di Gesù.

Scegliere la tenerezza, a livello di coppia, significa orientarsi a trasformare le difficoltà in altrettante occasioni di crescita: esse infatti non sono percepite in un quadro distruttivo, ma come il segnale di una conversione e di un percorso da realizzare, la conversione e il percorso alla tenerezza appunto. L’opzione verso il sentimento dominante della tenerezza nasce quando si smette di dare la colpa all’altro/a o a se stessi e a tutti e due, e si incomincia a chiedersi: “Che cosa posso fare io per rendere felice lui/lei? Lo stile è quello di chi non si chiude entro i recinti dell’egocentrismo o si fa forte del proprio potere, ma si ex-pone, esce fuori da sè, per farsi compagno/a di viaggio, amico/a, in un atteggiamento di dono, accoglienza, condivisione. Il sentimento della tenerezza è indirizzato a maturare in stili di vita di questo genere; in caso contrario, non si può parlare di tenerezza, ma di altro.

2.2. Educare alla tenerezza

 Nasce da tutto questo il discorso di un educazione alla tenerezza come problema di vita o di morte. Secondo la maggioranza degli psicologi, la realtà profonda dell’individuo risiede, fin dalla nascita, nel tendere ad una vita realizzata nell’amore. La nevrosi nasce dalla mancata realizzazione di questa tendenza; una mancata realizzazione che induce nel più profondo della personalità il desiderio di vendetta o collera, di paura/ansia o di despressione con la chiusura nel proprio io. Il disturbo nevrotico – e perfino psicotico – assale l’individuo come conseguenza o effetto di un’esistenza irrealizzata nell’amore o comunque disturbata in relazione ad un’integrazione positiva con l’alterità.
Il problema della tenerezza e del suo sviluppo non rappresenta dunque un anzitutto problema di ordine solo psicologico o di pedagogia familiare, ma di natura antropologica, e da esso dipende – in buona parte – la condizione di felicità o di infelicità della persona umana. Da quando, appena nati, ci apriamo al sorriso siamo già esseri di relazione che manifestano un desiderio di tenerezza. Il nostro primo gemito non è l’inizio di una «vita di pianto», come pensava G. Leopardi, ma l’appello a farsi riconoscere come esseri che invocano la gioia, sentendosi amati e sentendo di amare.
Educare alla tenerezza, da questo punto di vista, non significa orientare a qualcosa al di fuori di noi stessi, ma far venire fuori (educare da ex-ducere, condurre fuori da) e far maturare ciò che di più profondo caratterizza il nostro essere, il nostro io-spirituale-corporeo e la nostra struttura relazionale: il bisogno di amare e di essere amati: si educa alla tenerezza educando ad amare, e si educa ad amare educando alla tenerezza. E far diventare tutto questo una decisione, progetto, una scelta esistenziale, uno stile di vita.

3. TAPPE PER UN’EDUCAZIONE ALLA TENEREZZA

Accettare la tenerezza nel senso detto conduce a muoversi in una direzione esattamente opposta a quella che pervade la cultura odierna, tutta ripiegata su se stessa, sull’«avere» e non sull’«essere», senza stupore, né incanto; una cultura dove il «sapere» coincide il «potere», e il potere con l’affermazione narcisistica di sé, e dove l’essere umano non si autocomprende con la natura e con gli altri, ma sopra la natura e sopra gli altri, in una posizione di dominio incontrastato e indiscusso. La cultura della tenerezza si offre come un progetto alternativo di vita e di organizzazione sociale in grado di far ritrovare la verità di noi stessi e del mondo.
I passaggi di un’educazione o ri-educazione alla tenerezza sono essenzialmente quattro: «sentire», «amare», «sentirsi amati», «adorare».

      3.1. «Sentio, ergo sum».

La prima esigenza è quella di ritrovare il valore dei sentimenti come fonte di conoscenza, superando il solo cogito cartesiano come unico statuto del sapere se stessi, gli altri e il mondo. La ragione non è «il tutto» dell’esistenza umana; essa riveste un ruolo fondamentale, ma deve essere capace di coniugarsi con il «sentire», aprendosi ad una duplice direzione, verso il basso e verso l’alto per così dire:
* verso il basso, facendo emergere e non soffocando ciò che più vitalmente costituisce l’essere umano: la sensibilità, unita al sentimento della bellezza, allo stupore di essere, di amare e di adorare, al senso vivo della nostra umanità e alla gratitudine di esistere;
* verso l’alto, orientando all’esperienza spirituale della trascendenza e del mistero verso quella nostalgia di infinito che costituisce l’essere umano come desiderio di autosuperamento dalla sola immanenza: come attesa struggente di un amore totale, di una verità che appaghi, di una felicità che non abbia mai fine5.
La conoscenza che si realizza con la tenerezza non è una conoscenza teorica, astratta o studiata sui libri; è sempre il risultato di un amore amante, l’espressione di un’unione amorevole sperimentata in prima persona. Essa si realizza
– come empatia (en-pathos), capacità di identificarsi con colui a cui ci si avvicina, sentendo ciò che egli sente e facendosene carico,
– e come simpatia (sym-pathos, capacità di sentire insieme con lui/lei, realizzando rapporti cordiali di scambio paritari e/o di servizio.
La tenerezza, sotto questo profilo, è un con-sentire con l’alterità, una com-passione, una co-munione e un essere disponibili al dono. Non è semplicemente un’esperienza vissuta, ma un’esperienza con-vissuta e da con-dividere.

5.2. «Diligo, ergo sum».

Il «sentire» non è, peraltro, un atto fine a se stesso; rimanda ad un amore di scambio, un amore che ama. Al «cogito, ergo sum», si sostituisce allora il «diligo, ergo sum», tipico del personalismo cristiano. E’ sufficiente ricordare E. Mounier: «L’atto di amore è la più salda certezza dell’uomo, il cogito esistenziale irrefutabile: Io amo, quindi l’essere è, e la vita vale la pena di essere  vissuta 6.

Il solipsismo cartesiano verifica l’essere sul pensiero. Il personalismo fonda l’essere sull’amore. In questo modo viene rifondato il principio epistemico che ha guidato e guida gran parte della filosofia occidentale odierna. In realtà, l’essere è inseparabile dall’amore: essere è amare e amare è essere. Il fondamento teologico di questo statuto dell’essere è il mistero di Dio-Amore. «Amo, dunque sono»: è solo in un quadro di questa natura che il cogito può attingere al suo pieno significato. Solo quanto so amare, sono in grado di conoscere.
La tenerezza cristiana coincide con questo atto di conoscenza amante: ad “una cultura senza cuore”, essa vuole contrapporre “una cultura del cuore”, nella consapevolezza che solo per questa via il mondo è reso umano e diviene vivibile. E tale è il dono della tenerezza: un antitodo alla morte, così come lo è in assoluto il mistero della croce. In quell’evento il Dio-Uni-Trinitario dice ad ognuno che il cuore ha trionfato sull’egoismo del peccato e che l’amore è dunque possibile. La tenerezza amante del Crocifisso si offre a noi come il trionfo della vita che si fa amare amante. E’ questo il lieto annuncio, lo straordinario proclama, che il cristianesimo porta al mondo; ed è in esso che risiede il suo futuro.


3.3 «Diligor, ergo sum».

      Non basta amare; per amare sentirsi amati e sapere di essere amati. Il «diligo, ergo sum» esige, di conseguenza, di essere coniugato con il «diligor, ergo sum», «sono amato, dunque sono», secondo quanto riteneva N. Berdiaev7. La solitudine è il risvolto negativo, insopportabile e talvolta tragico, del non-sentirsi-amati. Che cos’è la disperazione (di-sperare, essere senza speranza) se non questo vuoto? E’ quando si è amati che si è capaci di rispondere con l’amore e di dar senso a tutto ciò che si è e si fa. Non è forse questo ciò che di più alto desidera il nostro cuore? Spiega Giovanni Paolo II:
«L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’Amore, se non si incontra con l’Amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente» (RH 10).
Quand’anche non si avesse il dono o la gioia di essere amato o si sperimentasse la delusione di un amore tradito, il vangelo della tenerezza rimane l’annuncio che nessuno di noi  è solo, che Dio è Padre e Madre, Sposo e Amante fedele, che la sua tenerezza si estende su ogni creatura e che tutti noi siamo amati da un Amore personale e indistruttibile. Il problema è di esserne consapevoli, sentendosi avvolti da Dio come da un caldo grembo materno.
«Quando ami – osserva stupendamente il poeta libanese Kahlil Gibran – non dire: ‘Ho Dio nel cuore’. Di’ piuttosto: ‘Sono nel cuore di Dio’».

  1. 4.«Adoro, ego sum».

      A partire dall’esperienza della fede la consapevolezza dell’amare e dell’essere amati si trasforma in gesto di riconoscimento umile e adorante del Mistero che ci dona continuamente a noi stessi, come un dono gratuito e sempre in atto. Il «diligor, ergo sum» si traduce, allora, nella formulazione cara a Gertrud von Le Fort: «Adoro, ergo sum», «Adoro, dunque sono».

      Nasce allora una corrispondenza vitale, un percorso ininterrotto e consequenziale che, dall’amore dato e ricevuto, conduce all’adorazione e reciprocamente rifluisce nello scambio dell’amore. La persona avverte che la sua tenerezza non è che un riflesso imperfetto, ma straordinario della tenerezza immensa di Dio e ne è riconoscente. La sua risposta si formula come attitudine di lode e di ringraziamento, ricolma di contemplazione e di silenzio e l’adorazione ricalca il dinamismo della tenerezza, lasciando senza parole di fonte alla gloria di Dio manifestata nel volto di Gesù e nell’effusione del suo Spirito. L’adorazione si fa allora custodia «del sacro silenzio». E tale è lo stupore trasfigurante della fede come risposta al «fulgore» della «gloria Dei» e al «rapimento» della grazia, acclamazione piena di ammirazione per le «meraviglie di Dio» che si dispiegano nell’oggi della Chiesa8.

1 A. HESCHEL, Chi è l’uomo?, Milano 1976, pp.71-72.

4 B. FORTE, Prefazione, in  G. MARTIRANI, La civiltà della  tenerezza, Milano 1997, p.9.


7 Cf. N. BERDIAEV, Cinque meditazioni sull’esistenza. Solitudine, società e comunità, Leumann (TO) 1982. 1947.

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